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Recensioni di Francesca Fichera

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  • Il detto recita: “Più della meta, conta il viaggio”. Si può adattare a un romanzo giallo? Stephen King dimostra, con coraggio, di sì. Colorado Kid è il suo primo mystery, un libro sostanzialmente poco amato da critica e pubblico, soprattutto - si legge in giro - per via dell'atipico finale.
    Ambientato a Moose-Lookit, piccola isola del Maine, l’avvincente e ingarbugliato racconto del Re prende forma attraverso le parole dei due anziani giornalisti del “Weekly Islander”, modesta pubblicazione locale. La redazione ha da poco accolto una stagista, Stephanie McCann, incuriosita dai modi particolari del luogo e dalla sfida di una nuova vita.
    Come per la novella che ha ispirato “Stand By Me”, tutto ruota intorno a un corpo, un cadavere; un’indagine irrisolta nel cuore come nella mente dei giornalisti che se ne sono occupati a suo tempo.
    Con la sua consueta scrittura svelta e seducente, King agguanta il lettore per il colletto e lo costringe a condividere fino in fondo la sete di conoscenza di Stephanie, la sua curiosità, le sue speranze di giovane donna a confronto con una generazione passata, ma ancora viva e vegeta.
    E neppure disdegna di disseminare lungo il percorso, velato di nebbia e malinconia, quelle perle di saggezza alle quali, fra un brivido e una lacrima, ci ha sempre abituati. Ad esempio che esistono storie diverse dalle altre, proprio come quella di “Colorado Kid”, dove, come per i meccanismi della sorte, le spiegazioni logiche lasciano il tempo che trovano. Lasciano ombre, più che luce.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Stephen King si ripete. Ed è sempre diverso.
    Non è un gioco di parole né un ossimoro - chi s’intende di classici lo sa abbastanza bene - ma il semplice frutto di una lettura come quella di “Chi perde paga”. Secondo capitolo della ‘trilogia di Bill Hodges’, il detective che nell’episodio precedente seguiva le tracce del killer dell'automobile detto “Mr. Mercedes”, il nuovo libro del Re del Brivido dimostra che, nonostante le reiterate (e noiose) accuse di ghostwriting e qualche, effettiva caduta di stile, la mente dell’autore è ancora in grado di produrre storie che sappiano eguagliare positivamente le aspettative. O superarle.
    “Finders Keepers” - il titolo originale, dal nome della società gestita dal detective Hodges assieme all’amica Holly - si apre con un ritratto ‘più che kinghiano’: quello dello scrittore in pericolo. Che si biforca, dopo molte pagine, per passare dal punto di vista - differente ma quasi mai opposto - del lettore.
    ‘Ci sono molti modi’, parafrasando una vecchia canzone, di sviluppare un racconto, e King questa volta sembra aver pescato, metaforicamente, fra quelli giusti. Il suo thriller vola basso, fra una proiezione nel passato e l’altra nel presente, fra i pensieri dei protagonisti come degli antagonisti, ristabilendo uno ad uno i nessi. E, come spesso accade nel suo caso, impennando e lasciando esplodere la tensione nel corso delle ultime cento pagine, con un finale aperto capace di increspare la pelle anche del più coraggioso.
    Ma, soprattutto, il cuore alla crema di “Chi perde paga” sta nella straordinaria - perché sottile e insieme profondissima - lezione sull’arte della scrittura e sul suo ruolo nella vita degli uomini che King mette assieme. Nel discorso sull’umiltà e sulla vera umanità: mai nominate perché, in sostanza, ‘fatte di fatti’, di convinzioni e di azioni. La storia ci ha insegnato che i libri migliori non svelano la verità a colpi di aforismi ma la fabbricano con e fra le righe. Chissà che questo “Chi perde paga” non faccia parte di questi ultimi; solo il tempo potrà dirlo.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Dal creatore di “Zanna Bianca” arriva quest’opera, tarda e atipica, con un nome che affascina. “Il vagabondo delle stelle” è la storia di Darrell Standing e non soltanto, è la storia delle sue mille storie, dei suoi innumerevoli sé sparsi per tutti i luoghi e tutti i tempi del mondo. Attraverso un formidabile incipit, questo autore, capace di intrattenere con la mera forza di trame avventurose e di uno stile diretto e lineare, catapulta i suoi lettori nella realtà carceraria – da lui stesso vissuta ‘al di là della finzione’, come precisato in postfazione da Ottavio Fatica, per l'edizione Adelphi – fra celle d’isolamento e corridoi fatali: l’io narrante, quella prima persona che nomina memorie, corpi e anime offrendocene la sua inedita versione, è un condannato a morte in procinto di affrontare il patibolo. Non sappiamo quando, non sappiamo perché, ed è a questo che la sua lunga digressione, un flashback continuo costituito da ripetuti (e ripetitivi) salti temporali, condurrà le nostre menti e i nostri occhi, a volte affaticati dai singhiozzi all’indietro, dalla quantità di uomini e di luoghi, di scenari e di vicende che s’alternano, ma comunque avvinti dal potere del mistero, dalla curiosità di conoscere la risoluzione e la sua veste, il modo in cui andrà a verificarsi; forse con l’intima speranza, trattenuta sul fondo, che il destino devii il suo corso da Standing regalandogli un ultimo sprazzo di clemenza.
    Ribelle già per il solo fatto di portare avanti il racconto di un protagonista spacciato – come farà poi il ben più noto Marquez con “Cent’anni di solitudine” – London è una voce fuori dal coro che usa chiaramente la pagina a modo di megafono. Contro l’‘auctoritas’, contro i padroni e i poteri schiavi che riducono a loro volta in schiavitù, lo spirito dello scrittore – imperituro, al contrario della carne, come scritto quasi fino alla nausea – passa dal livore più acceso allo spiritualismo più infervorato, illuminato, a pochi passi dall’estasi e da Dio. E fa de “Il vagabondo delle stelle” un romanzo terribilmente umano, perché fondato per intero, nelle intenzioni, nella struttura e persino negli effetti, sul concetto di contraddizione. 

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    recensione di Francesca Fichera

  • «Una favola che parla dritto al cuore di piccoli e grandi», in questo mondo ci viene presentata “La rivolta degli scheletri nell’armadio” di Jason R. Forbus, nata dai palpiti delle ‘AliRibelli’ dell’omonimo progetto editoriale. In realtà, la simpatica vicenda dello scheletro ballerino Ossogrigio e della sua mostruosa banda di outsider sa - perché può - parlare più agli adulti che ai piccini; se non altro per quell’ambientazione macabra, così vividamente caratterizzata, che in alcuni passi non rinuncia a mostrare la violenza con limpida schiettezza. Proprio come farebbe un ragazzino.
    E della gioventù il libro di Forbus possiede anche, e senz’altro, la trasparenza: una scrittura equilibrata, soppesata ad ogni passo e sillaba, descrittiva al punto da non lasciare nulla all’immaginazione pur nutrendola nello stesso tempo. Ha la precisione del poeta, quello ancora fin troppo attento all’ordine della forma piuttosto che a quello dei pensieri; colui che non trascura la messinscena neppure del più piccolo dettaglio, perché l’obiettivo è un vero e completo ‘transfert’ del lettore in un altro mondo. Cui contribuisce, con successo, il package del volume, edizione curatissima - a parte qualche piccola svista dell’editor - corredata di disegni e perfino da una mappa - il tutto per opera di Giorgio e Matteo Franzoni, colleghi editoriali dell’autore - atta a riprodurre fedelmente il luogo di svolgimento della storia: la cittadina inglese di Wolverhampton, sede del Parco degli Orrori retto dallo stregone e tiranno Sir Desrius.
    A questo punto non resta che aggiungere un elemento, come insegnano i maestri delle fiabe - da Italo Calvino a Gianni Rodari passando per Luis Sepúlveda e Daniel Pennac: la leggerezza. L’ombra che scontorna la brutale semplicità della fantasia infantile, il ‘quid’ qualificante dell’esperienza creativa: è ciò che ne “La rivolta degli scheletri nell’armadio” riesce e funziona meglio, il suo più grande pregio. Forbus dà alla levità il sembiante di una tenerissima ironia che impregna il testo dalla prima all’ultima pagina, anche nei suoi momenti meno allegri o felici. Grazie a quella si corre e si scorre fino in fondo, lasciandosi in-trattenere con curiosità.

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    recensione di Francesca Fichera

  • “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” comincia con una verità lapidaria, scritta sulla superficie di una spiaggia segreta: «non esiste cuore pensante». Ma pesante sì, viene da rispondere: di “oggetti feriali, scorci di viaggio, momenti intimi” - come nota e annota Davide Rondoni - o, semplicemente, di sincera capacità di immergersi nelle cose. E di restituire l’esperienza di quella stessa immersione a tratti, con gentili, melanconici e frammentari suggerimenti, come le porzioni di figure umane nei quadri di Hopper restituiscono la notte.
    Ma la parola di Eva Laudace non ha bisogno di paragoni per emergere: pur se ancora in crescita - e lo si vede dalla trappola concettuale della ripetizione di alcuni nomi, dove al protagonista mare s’affiancano, molte volte, la neve e l’inverno - la sua poesia reca con sé, oltre al segno inconfutabile di un dolore adulto, una cifra stilistica di rara limpidezza; chiara, precisa come un orizzonte, dov’è assolutamente assente la banalità del desiderio d’esibirsi assomigliando ai propri maestri (veri o presunti). Perché questa “Sfuggenza” che le viene attribuita sta forse in questo: nel suo del tutto autonomo saper prendere per mano e poi lasciare, nel condividere una scia di vita privata e nel lasciare al pubblico l’onere di completarla in senso universale, senza alcun tipo d’obbligo o di vincolo. Leggere “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” significa iniziare a nuotare in compagnia e arrivare dall’altro lato della riva in completa solitudine. Che è poi quella presenza vera - e mai sfuggente - che annega nell’acqua di cui è fatta tutta l’opera: la comprensione di uno stato umano primordiale al pari degli elementi naturali, e la sottile ma costante lotta - intestina, quotidiana - perché quel medesimo stato cambi. Altrimenti «non so più dormire / c’è come un grido nell’aria».
    Forse c’è speranza, dunque, che il poeta torni ad esser vate: a mostrarsi sotto il velo, insieme con il resto del mondo, senza vanto, ma per consapevole e paradossale istinto. Per quella «fede mia riposta / che mi tiene schiava / mentre scrivo poesie / per tutto il resto della vita», come dichiara Eva prima di prendere il largo verso l’ultima (e la prima) pagina bianca.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Stephen King ha detto: «Il talento da solo vale poco. Ciò che separa il talentuoso dalla persona di successo è il duro lavoro». Un principio quanto mai esatto, nonché incoraggiante, che “Writers and Readers”, progetto di Davide Giansoldati e Ivan Ottaviani, conferma in toto. E il libro “Scrivilo!” non ne è altro che la messa in forma scritta, il manifesto. Configurato come vero e proprio manuale in cui sono condensate regole, iniziative, esercitazioni e sfide ideate dai fondatori del workshop, “Scrivilo!” è uno scorrevolissimo excursus fra i trucchi del mestiere dello scrivere e del leggere. Perché, per citare ancora King (a sua volta citato nel volume), «Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto». Ed è, questa, un’altra delle idee alla base di “Writers and Readers” - come, del resto, suggerisce il suo stesso nome. Dove, con rara umiltà, non si perde tempo nel parlare di bravura, qualità e altri ‘doni’ che fin troppi promettono senza effettivamente, e per naturalissime ragioni, poterli offrire.
    In “Scrivilo!”, come nel progetto di cui esso è promotore e insieme sintesi e sistematizzazione, è reso semplicemente il concetto - in aggiunta alle tecniche necessarie a realizzarlo - dell’imparare a comunicare sfruttando al meglio le proprie innate attitudini, in virtù di quelle piccole, grandi parole che accompagnano il titolo “Writers and Readers”: ‘more’ and ‘better’. Un messaggio che viaggia nel fluido fertile della praticità e della concretezza, del gioco prima e dell’entusiasmo poi. Quello che si limita a fare, a costruire, nella più totale e benefica mancanza di pretese.

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    recensione di Francesca Fichera

  • “Trailer Letterari” di Angelo Capotosto è sicuramente un libro dai molti aggettivi; composito, per sua stessa natura, e anche tripartito: in forma, contenuto e struttura. E quest’ultima è la protagonista, la padrona, la più funzionale delle parti. L’idea originale da cui trae sviluppo l’impianto di un esordio narrativo che si sforza di riunire in un sol colpo, e in trenta micro-racconti, nozione e riflessione, mente e viscere, ragione e sentimento. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il cinema, oltre a essere un’arte, è anche una passione, e che come in tutte le cose affini, come in tutti gli amori veri, convive un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, un’ala razionale e l’altra d’impeto. Però ciò che di “Trailer Letterari” balza subito all’occhio è la capacità di schematizzare, l’aver creato un gioco costituito da tessere che s’incastrano, ciascuna contenente un triplice riferimento - un film, una citazione e la liberissima elaborazione in forma di racconto del concetto che li lega -, ciascuna che rimanda all’altra in virtù di un ‘unicum’, di un filo conduttore latente. Che forse è il tentativo di un uomo di narrare le sue trasformazioni e il modo in cui cozzano con l’universo mondo. Allora il gioco si fa serio, a suo modo e non più di tanto, e sbanca le emozioni quando si attiene alle esperienze concrete, alla ‘finzione del reale’: è quel che capita nei casi di “Ti presento i miei/Casa dolce casa”, “Il curioso caso di Benjamin Button/L’esperienza” e “Mi presenti i tuoi?/Stillicidio”, ammantati di una sincerità che il più delle volte manca perché nascosta, laddove non dal sarcasmo, da una certa forma di ironia da social network, di umorismo ai confini del cinismo. Nel primo caso Capotosto prova a commuovere, nel secondo a divertire. In ambedue, si vede che si è divertito lui per primo - e che probabilmente continuerà a farlo, per la gioia di chi s'è appassionato alle sue micro-pellicole esistenzialiste.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Si può non essere d’accordo con Cesare Pavese. Non condividerne il pensiero, non accettarne la visione delle cose, delle persone. Si può prenderne le distanze, come lui fa dal mondo durante la stesura del suo diario - scritto in parte al confino, in parte in un’ampolla mentale continuamente scossa da un animo inquieto - ed allo stesso tempo riuscire ad amare, con combattuta e profonda tenerezza, “Il mestiere di vivere”: l’esposizione di una lunga serie di sussulti esistenziali culminata nel singhiozzo di uno dei ‘non-gesti’ più drammatici mai tradotti su carta. E mai riscritti in azione. Quindici anni di narrazione del narratore, di costruzione e decostruzione d’identità - un’identità drammaticamente consapevole dei suoi confini, condannata dalla propria stessa lucidità ad avere gli occhi costantemente bruciati dal sole; quindici anni di preludio, di significati preconizzati, di destini abbozzati e forse invocati. Pavese si frammenta per frammentare il mondo, preciso chirurgo dei fenomeni umani - dall’arte alla guerra, dalla poesia alle donne, dalla scrittura al sogno. Riflette, specula, amplifica; si perde e fa perdere, non senza tribolare e sospirare per la fatica, nei corridoi intricati del suo ‘filosofeggiare’ (tutt’altro che nel senso spregiativo del termine, ben inteso), fra i macigni delle sue definizioni, talvolta discutibili, altre volte folgoranti - come  «Comincia la poesia quando uno sciocco dice del mare “Sembra olio”», oppure «Soffrire è sempre colpa nostra» - e nei flutti dei suoi flussi di coscienza puntellati di parole straniere (inglesi, francesi, greche) e di citazioni illustri. Certo, la sua misoginia - di matrice adolescenziale e di destinazione misantropica - urta non poco, e spesso il ragionamento è un filo che sfugge perché s’attorciglia su se stesso, in anfratti mai davvero sondati o definiti dove del vivere alberga, più che il mestiere, il montaliano “male”. Ma un libro come questo, prova di una vita non qualsiasi, non è di quelle opere a cui si può far rinuncia. Se non altro perché, con veemenza e passione che scuotono pian piano le fondamenta, fa pensare a come una mente del genere è mancata al mondo, e a come sempre mancherà.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Tante sono le cose già dette, altrettanti i modi usati per dirle; e se molti di questi sono 'passati', altri invece rimangono per ispirare i giovani coloni dell’infinita terra dello scritto, iniziarli ai molteplici percorsi obbligati in cui si articola l’atto del confronto.
    Sta al Tempo e alle sue innumerevoli memorie decidere se alla voce di Daniele Campanari potrà essere assegnata un’eco. Quel che è certa è la natura del suo inizio, personale interpretazione di una combinazione - già adottata - che fonde la prosa alla poesia. Nel suo “Giocatore di whisky, bevitore di poker”, prima orma tracciata da ‘I Destrieri’ di Aphorism per la casa editrice Lettere Animate, il discorso è un de-scrivere che spezza spezzandosi in battute, in versi diretti, volutamente caustici, con cui l’autore-personaggio scrolla dalle spalle i suoi granelli di rabbia e se ne prende gioco. Da Twitter (“Twittami, baby”) al sesso occasionale (la coppia di componimenti della “Donna in albergo”), passando per visioni scanzonate di squallori spazio-temporali emersi dalla vita urbana, questo linguaggio del reale reca l’ombra di Bukowski, ma mostra di più - e suggerisce di meno - rispetto alla sua illustre ed incombente sagoma. C’è più nella parte che nel tutto: nei frammenti, nei distici la cui diversità nasce per caso, Campanari afferra la poesia per la coda offrendocene l’ultimo guizzo; come quel «Sopravvivo alla fine della visiera» nell’ “Illustratore di realtà”, o il «Dove giace la verità? / Tra i cavilli del supplizio, forse» di “Verità atto II”. E nelle sue invettive, che per certi aspetti  richiamano le canzoni da osteria di Mannarino, esplode la carica provocatoria e paradossale di un cinismo che condanna i cinici, «amabili corrotti di una letale e finta vitalità».
    Quella di Campanari è un’autoanalisi che si nutre del mondo: consapevole di non poter eliminare le brutture da ambedue le parti, prova a riderne. Non sempre ci riesce. Del resto, come scritto da Davide Rondoni in prefazione, «questo poeta sa una cosa fondamentale […]: l’uomo è ibrido». Più che saperla, forse, la mette in pratica. Mescolando tutte quelle cose dette e tutti quei modi già usati che poi, se ci si pensa bene, fanno la differenza nella maniera in cui si incastrano. Ciò che conta è che abbiano una forma riconoscibile. Che la “gioia poetica” di cui parla Pavese, citato in introduzione al libro - prima o poi possa essere realmente condivisa.

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    recensione di Francesca Fichera

  • “Il concetto di sogno è noto alla mente sveglia ma per il sognatore non c’è veglia, non c’è mondo reale, non c’è ragionevolezza di pensiero; c’è solo il fragore caotico del sonno. Rose McClendon Daniels dormì nella follia di suo marito per altri nove anni.”
    In “Rose Madder”, il lucido de-scrittore di incubi globali Stephen King s’impegna a descrivere il dormire, ma anche e soprattutto il risvegliarsi, di questa donna, Rose, schiava a oltranza di un regime di violenze fisiche e psicologiche capeggiato dal marito Norman, poliziotto manesco e pericolosamente nevrotico. Nient’altro che una minuscola macchia di sangue sul cuscino, traccia residua dell’ultimo giro di percosse, è il dettaglio che fa da motore al cambiamento, al difficile aprirsi di uno sguardo reso dormiente dal terrore e che, finalmente, sa trovare il coraggio di porsi altrove, verso un orizzonte portatore di una vita degna d’essere ritenuta tale. Il viaggio senza nome compiuto da Rose è uno scontro armonico fra la concretezza di una scelta  - la fuga e le sue reali conseguenze - e la forza di un elemento fantastico e ossessivo: quella di una dimensione parallela, simbolica, accessibile da un dipinto anonimo e all’apparenza innocuo, dove una divinità amabile e temibile al contempo conduce Rose nel labirinto della sua identità di donna, in direzione della fierezza e della libertà dell’essere se stessi.
    Mescolando suggestioni tipiche del thriller con la più cupa declinazione possibile di una certa forma d’onirismo, e fondendo il tutto grazie a quel potente collante che è l’indistruttibile universalità dei miti greci (in questo caso il Minotauro), Stephen King porta a compimento uno dei suoi romanzi migliori, probabilmente meritevole di una maggiore attenzione da parte di quel grande pubblico affezionato più ai suoi successi conclamati (ad esempio “It”) che alla totalità della sua opera. Una storia che, nutrendosi di antiche ispirazioni, finisce col restituire alla contemporaneità il vivifico potere della mitologia. Rinnovandolo, adattandolo, filtrandolo attraverso una figura di donna «vera» qual è Rose Madder, «forza della natura» devota alle sue leggi a metà fra mente e istinto; dove l’ultimo prevale quasi sempre sulla prima, ma solo per premiare con l’autonomia e la sicurezza, proprie di una madre esperta, quella ragazza che ha saputo rischiare la sua vita pur di ricominciare a viverla, che ha messo in gioco se stessa pur di riconquistarsi.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Che cos'è "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway se non una metafora espansa, una parabola in estensione, fine ed elegante, dove trova piena realizzazione la natura mimetica dell'attività narrativa? Eppure il suo autore pare abbia sempre voluto negare il senso allegorico del suo libro, a metà fra il romanzo e una forma diluita di racconto, dove il periodare semplice, atto di composizione all'apparenza minimo, si rivela una vera e propria corsa alla grandezza, al puro piacere derivato dal narrare - attivo e passivo. Questo splendido gioco di scrittura, che fruttò allo scrittore statunitense, consecutivamente, un Pulitzer e un Nobel, ha per protagonista Santiago, il vecchio del titolo, un anziano pescatore giunto all'ottantaquattresimo giorno di "magra" per il suo lavoro; e Manolin, apprendista di pesca e di vita, un ragazzetto che trova Santiago sul suo cammino e che, dall'incontro con lui, ricava qualcosa di prezioso. L'uomo, nonostante tutto gli suggerisca di demordere, prende il largo e si getta nella caccia di un marlin - un tipo di pesce simile allo spada. Un gigante del mare, così grande da superare in lunghezza l'intera imbarcazione del pescatore, che pur avendo abboccato all'amo s'oppone per tre giorni alla scia della sua sorte, donando particolare dignità a quel "È stupido non sperare [...] e credo che sia peccato" pensato e tra-scritto da Hemingway. Stupefacente è il modo in cui l'estenuante lotta fra l'uomo e il marlin comincia, si sviluppa e vien descritta, nella progressiva accettazione della spietatezza delle leggi del mondo e, nel contempo, col delinearsi di un inedito e sempre più raro tipo di umanità. Dal rapimento messo in atto dalla narrazione hemingwayana scaturisce l'attrazione verso l'assistere al dipanarsi di un racconto come di una vita, alla crescita di un personaggio e del suo commovente rispetto nei confronti di ciò che vede. Forse per questo bisogna tener fede a quanto affermava l'autore: Il vecchio e il mare non è un'allegoria, non nella sua interezza, almeno. Può esserlo solo e soltanto nel suo finale perfetto, mimetizzato e mimetico, dove più che nell'uomo ci si sorprende a rispecchiarsi nel pesce, unico vero legittimo abitante dell'oceano.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Si assimila come colpo di vento, rapido, all’apparenza inconsistente, il racconto di solitudine scheggiata firmato da Cettina Caliò. “Sulla cruda pelle” è un’opera in versi che prova a restituire le sensazioni, sempre uguali ma diverse, di un affetto spezzato, di un distacco sinonimo di lutto, un lucido struggimento da assorbire nel tempo, nei giorni, ogni singolo mattino. Le quattro sezioni in cui è articolato il ‘corpus’ di questa sottilissima quanto dolente narrazione si intersecano nella loro stessa rete di reminiscenze e rimandi interni - oltre che, naturalmente, interiori. Ci vuole poco a saltare dagli sprazzi di visione, accuratamente nominati, dei cosiddetti ‘Puntini sospensivi’, alle più mature composizioni, talvolta senza titolo, raccolte in ‘Apertis Verbis’ e‘Altre note’; fino alla brevissima appendice ‘Stazione centrale’, storia di partenze e di distanze percepite attraverso il senso elastico dell’attesa, non senza una velatura di cocente cinismo - tutta in quel nome “Trenitalia si scusa per il ritardo”.
    L’autrice circuisce l’attenzione alla sonorità delle parole, racchiuse in contenitori dallo «spessore […]interiormente ‘haiku’» (come descritto in prefazione da Giuseppe Condorelli), favorendo il suggerimento multisensoriale, sinestetico, di lontane immagini rese ‘avvicinabili’ dal ricordo. E, ovviamente, dal modo in cui la poesia si cimenta nell’impresa di plasmarlo. Così avviene che, attraverso la cortina di ermetismo inspessita dalla forte intimità della sua scrittura, “Sulla cruda pelle” riesce comunque a trasmettere, seppur a singhiozzi, una «sfida all’ascolto». Ripetitiva, insistente come l’attaccamento a un’abitudine - i numerosi enjambements, le anafore, l’eterno ritorno del colore rosso - ma, forse proprio per tal ragione, caparbia e capace a stabilire un contatto empatico con il lettore, una breccia intermittente di suggestione ed ovattata emozione. «Tu non sai il nero stretto delle ore/ e questo tremare/ di labbra/ dietro ai tuoi occhi», recita una delle note anonime, mentre ne “La strada e noi” «ci siamo noi sopravvissuti/ coi sorrisi prudenti/ tra un rovinio di massi». E allora, nel suo umanissimo incespicare, la poetessa sistema il suo dono: l’invito senz’obblighi a riconoscersi nel particolare del mondo.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Con parole di splendida semplicità, l'israeliano David Grossman torna a parlarci di amore e di salvezza. Questi i tesori nascosti sul fondale di “Qualcuno con cui correre”, oceano di intimità svelate e umanità allo stato puro. Il libro, settima opera narrativa dell’autore, è uno scrigno contenente la storia di Assaf, giovane impiegato municipale al quale è affidato il compito di ritrovare il proprietario di una cagna sperduta. La bestiola, istaurato fin da subito un rapporto di silente ed impetuosa complicità con il giovane, dà il via ad una corsa all’apparenza senza meta che si rivelerà essere nient’altro che un incontro in progressione. Il traguardo è in realtà Tamar, sua amica e padrona, la quale ha lasciato un disegno invisibile per le strade della città scrivendo se stessa su luoghi, diari e persone. Assaf prima deve e poi desidera unire i punti con la matita della sua immaginazione, affinché venga fuori il dipinto di un’identità complessa e combattuta - perché è delle identità che ci s’innamora, come descritto magnificamente da Grossman - a capo di un mistero dai risvolti dolenti e pericolosi. Ma il mito insegna la potenza del sostegno reciproco, della fiducia, di quell’umanissimo dono che è permettere a chi è amato di avere un luogo dove «poggiare e riposarsi». La morale è la boccata d’aria al termine del forsennato cammino, carrellata di volti, storie e solitudini che il narratore dimostra di conoscere e di saper ritrarre senza sacrificarne diversità e profondità. Esperienza e sostanza si equivalgono: leggere “Qualcuno con cui correre” è come inseguire Dinkusha e Assaf sporcandosi della polvere di una terra lontana, affannando e stravolgendosi, talvolta disperandosi, fino a toccare un fondo scuro, buio, dove tuttavia l’anima può smettere di girare a vuoto e riprendere fiato. Perché, dopo tanto cercare, ha finalmente trovato qualcosa di valore.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Arturo Bandini e l’oceano: in ciò potrebbe riassumersi il senso del capolavoro di John Fante “Chiedi alla polvere”. Bandini, uno scrittore che è Lo Scrittore ma anche tutti gli scrittori, in un’epoca trasversale a tutti i tempi. Fante, autore italo-americano dalla parola prensile e caustica, mette ancora una volta il suo alter-ego a tu per tu con l’assaggio di un sogno: il successo.
    In “Chiedi alla polvere” il desiderio è un’apparenza dai molteplici volti che diventa racconto non realizzandosi. È l’artista non seguito e non capito fino in fondo, è l’amante non ricambiato - dalla sensuale e inafferrabile figura della messicana Camilla Lopez -, è la miseria lasciata a se stessa. È l’idea della ricerca, infinita, estenuante, disperata, condotta tanto attraverso i sensi - contatto con la natura, con il mare e vicino a lui, fra i corpi umani - quanto mediante una lucida e sconfortante analisi dell’inespugnabilità delle gerarchie sociali.
    « […] l'ho intitolato “Chiedi alla polvere” perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro », scrive Fante nel prologo al libro, sdoppiando dichiaratamente il suo secondo io e facendo sì che ogni sua faccia si trovi a confronto con un oceano di miti irraggiungibili, promesse infrante (a volte mai fatte), sogni divisi in due. Bandini e la sua metà divelta Camilla sono viandanti sul mare di nebbia - e di terra - del Novecento, pronipoti degli anti-eroi di Verga, fratelli dei “contestatori rassegnati” protagonisti in Camus. Sono maledetti perché sono così, perché sanno di esserlo e di non poter cambiare. Ma si sforzano, quasi per istinto animale, dibattendosi fra le onde invisibili di una California desolata e infiammata dal sole, naufraghi capaci di suscitare l’amore o, almeno, di suggerirlo con le parole.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Parla all’invisibile, Clemence, avvocato reo confesso che ha lasciato Parigi e la carriera per celarsi tra i fumi delle bettole olandesi. Parla a un misterioso quanto curioso interlocutore, da cui ritorna sempre a raccontarsi, a (di)mostrare i suoi errori fingendo di pentirsene. Questa è la materia di cui è fatto “La caduta” (La chute) di Albert Camus, racconto a una voce dipanato in settanta pagine pregne di sincerità, irresistibile preludio al premio Nobel del ’57, nonché disarmante requiem pre-morte - lo scrittore scompare quattro anni dopo la sua pubblicazione, nel 1960. In questo monologo fluviale - o forse dialogo a metà, a seconda dei modi d’intendere - e, a tratti, opaco, la parola incisiva di Camus si rende foriera di rivelazioni sul lato in ombra della natura umana, come un “Dottor Jekyll” spogliato di qualsiasi patina allegorica e fantastica. Partendo dal presupposto che tutti gli uomini credono con fermezza nella propria innocenza, quasi rispondendo ad un innato principio naturale, Camus mette a nudo l’origine del Male, il nucleo da cui traggono linfa vitale i malanni incurabili della società - odierna come di qualsiasi tempo: la cattiveria e il giudizio. “La caduta” ne descrive i devastanti effetti, materializzati in un eterno rimbalzo fra contesto e individuo, lotta impari da cui il singolo è destinato a venir fuori sconfitto, pur se vincente all’apparenza. La morte dell’ipocrita - e dell’ipocrisia - è come quella dei sovrani moderni: non appena la si annuncia, il rimpiazzo è già in attesa. Così Clemence, anti-eroe di sottovalutata grandezza, ammette il suo egoismo, i suoi difetti, le sue colpe, dichiarandosi “falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne”, poiché ciò a cui s’è assuefatto l’ha talmente inaridito da impedirgli di avvertire la sete. Un viaggiatore, dunque, che pur camminando non si sposta, testimone di un cambiamento fasullo che la scrittura straordinaria di Camus inietta, come siero della verità, nel cervello di chi legge, affinché le cose possano avere un altro seguito.

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    recensione di Francesca Fichera

  • “Bianco e Nero” è l’estrema messa a nudo di un percorso individuale verso la luce. Filippo Gigante si offre al lettore con la spontaneità di un bambino, usando la cura maniacale dei dettagli (nomignoli, abitudini, piccole scene del quotidiano) propria di un adolescente. In Alex, protagonista del suo libro - un ragazzo alle prese con l’elaborazione del lutto paterno come di tante altre e più sottili mancanze -, si riscontra molto, forse troppo, della personalità che pulsa fra le righe, materializzata in una quasi spasmodica ricerca di condivisione e comprensione. Il racconto tesse la sua trama a partire dal mare, donando a chi legge un momento di riconoscimento universale - il ritrovarsi a contatto con la natura, in piena solitudine - destinato poi a dissolversi , come un sogno, nelle pagine seguenti. Il cammino di Alex, diviso non in capitoli ma in ‘respiri’, è ricco di domande, interrogazioni, dialoghi, aforismi - persino alcune perle tratte dall’infinito tesoro della saggezza popolare giapponese. Come una “petite mort”, l’ultimo soffio sta a significare la fine di una vita e l’inizio di un’altra, il sacrificio della vecchia persona in cambio di quella nuova, pulita, resa libera dai fantasmi delle paure. Al termine di questa strada l’autore fa seguire, in appendice, altre narrazioni dello stesso tipo - ‘brevi respiri’ appunto -, coerente coronamento di un viaggio che è soprattutto traguardo di chi lo ha vissuto e scritto. Difficile mettersi nei panni del viaggiatore, così particolari da risultare poco adatti ad esser vestiti da tutti, ma di “Bianco e Nero” può colpire l’innocenza, un senso diffuso di altruismo con cui Gigante regala ai lettori la sua personalissima visione dell’esistenza e le risposte che ne ha ottenuto e annotato, attraverso un labilissimo filtro.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Ardito collage di ricordi personali intensificati da libere associazioni a frammenti illustri, “Nella foresta della memoria” di Matteo Cammisa è un piccolo e scuro diario intimo reso pubblico dal suo autocritico scrittore. Più di 40 componimenti poetici, a volte d’ungarettiana brevità (“Fine”, “Lacrima”, “Impression”), ma anche in forma di prosa spontaneamente fluita sul foglio (“Ricordo d’amore”) o di ballata neoavanguardistica (“Senza titolo”, quasi un salmo dissacratorio recante in sé la formula ripetuta «mangiate caccolette subdole e insensate»), gli scritti di Cammisa costituiscono le tappe di un doloroso percorso nella persistenza del proprio dolore - della memoria, appunto, parafrasando il celebre quadro di Salvador Dalì. Le stazioni di questa “via crucis” al sapore di vino, fra aloni di luci notturne e antichi odori, sono tre: L’Abbandono, sincera e disarmante presa di coscienza dell’umano soffrire; L’Eros, arduo confronto con l’indescrivibilità della passione; Alexandra Ginsberg, sequenza di impressioni sulla Femminilità attraverso il gioco di specchi fra diverse identità di donna. Cammisa scrive e riscrive, intorno, sopra, usando il suo libro come un muro di periferia: per farvi sedimentare la vita come, forse, l’ha sentita posarsi su di sé, nell’eterna e lacerante ricerca del poeta che fa suo il postulato: «chi già possiede vuole avere». La poesia stessa è eternità, ricorda l’autore citando Rimbaud in postfazione: perpetua, incancellabile, come i segni lasciati sull’intonaco consunto, mai stanco di ospitarne pur lasciando spazio a quelli vecchi. E allora Cammisa, neo-compositore maledetto, graffitaro dell’inconscio, si lascia esplorare con qualcosa di simile alla distrazione: senza pensarci, solo sentendo, agendo la parola poetica, incurante della curiosità, dell’odio o dell’amore che potrebbe scatenare.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Ritorna con le sue metafore tratte dal mondo animale Erri De Luca, autodidatta di vita e di sfuggenti ma palpitanti assiomi, che di quell’esistenza così concretamente colta nel suo divenire restituisce la spontaneità nel movimento dello scrivere. "I pesci non chiudono gli occhi", ultima sua opera, è ancora una volta frammento di frammenti, collana di momenti di cui ogni perla conserva il suo peso e al contempo sfugge, e si vorrebbe non sfuggisse. Ma dalle mani abili dello scrittore partenopeo non sguscia via il tempo altro, quello tagliato, sbocconcellato via da un’infanzia lontana – 1960, nei granulosi paesaggi isolani del Sud – però mai finita, ancora in corso finché è in 'corsa' la memoria. Un’età che presa ad esempio diventa il gancio perché l’autobiografia traini a sé l’universalità di un passaggio: i 10 anni, soglia dell’ibridazione, del lento travaso, del primo dolore realmente concepito. Nella particolarità di una vita a caso si affaccia lo specchio per il riconoscimento di chiunque: De Luca ne tempesta la superficie di stimoli sensoriali, strappi di abitudini fotografate nel loro non-appartenerci ma alle nostre rese comuni dall’odore, dal rumore, dal crepitio familiare della parola con la quale vengono portate alla luce. Quella parola partorita dall’istinto, naturale, profonda, atavica, giusto e quasi indistinguibile equilibrio di dialetto e retorica che privato di una sola delle sue parti non farebbe poesia, come invece fa.
    "I pesci non chiudono gli occhi" è, ancora e forse più delle altre volte, una storia di coraggio: coraggiosa e lucida visione del saggio che sa tornare indietro ogni momento a guardare in faccia le metamorfosi vissute, subite, imparate dall’amore senza nome assaggiato in riva al mare, quel sentimento anonimo - ma non per questo meno importante, anzi, verrebbe da dire – che conosce i segreti degli animali. Il movimento è tutto, sembra recitare De Luca fra le righe, sulle onde del Tirreno e attraverso di loro: da un padre a una madre, da un continente a un’isola, da un bambino a una ragazzina, da una mano all'altra, per "tenersi". Fino al sapere com’era non saperne il significato, dopo mezzo secolo.

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    recensione di Francesca Fichera