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Poesie di Francesco Burgio

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  • Sette albe dal cordone ombelicale
    e ancora sette tramonti sugli sfondi
    di cieli in fiore, poi fermi i respiri,
    le spire dell'universo nel colore
    della notte, a raggiera nell'ovale
    della curvatura del tempo. I secondi
    nel collasso delle memorie, levogiri
    i percorsi, rimossi i colori delle aurore,
    spiragli da sorrisi, da battiti di ciglia,
    dalle curve in miniatura dell'amore
    che ritorna dal recinto delle rose.
    E ancora tra le acque del chiarore,
    la volta che il sogno è stato conchiglia
    a protezione della vita al sapore
    di spezie nel cerchio amico delle spose.
     

  • giovedì alle ore 9:43
    L’orlo del respiro

     
     
    E lì l’orlo del respiro e la goccia
    che lo versa, incise le tracce
    nelle memorie di chi resta
    con le divise dei cuori in trincea,
    qui dai venti di burrasca, marea
    e muri d’acqua, lontana foresta,
    riparo per profughi dalle facce
    stanche, mani giunte come roccia.
     

  • 10 febbraio alle ore 17:41
    Se brilla l’eternità

    Buco nero che ingoia la stella,
    ne imprigiona la luce, se brilla
    l’eternità è nell’orizzonte
    degli eventi del domani, ponte
    verso la perfezione del buio.
    Rasoio che atterrisce, febbraio
    è andato alle giostre, la clessidra
    al tempo del plutonio, ladra
    è la religione da parentesi quadra,
    l’ascolto dell’universo s’inquadra
    nella mutazione della musica sacra,
    toni bassi, sintassi di crome, l’ocra
    il colore, il giallo del sole velato
    da polveri nude e in questo apprendistato
    del passato, tutto il senso dell’umano:
    l’ignoto, lo smarrimento, l’arcano.
     

  • 08 febbraio alle ore 19:17
    Al continente di ruggini e coralli

    La traccia è nelle mani, linee spezzate
    e ricurve prima delle falangi, la fuga
    della luce verso l’oriente accende
    un chiarore di luna dal coefficiente
    ignoto nelle notti a trazione solitaria.
    È nella diaria delle date a scomparsa,
    la morsa agli organi vitali, sparsa
    la corolla delle rose ambrate, l’aria
    artica lenta s’espande al continente
    di ruggini e coralli. Poi dipende
    da come guardi ogni solstizio, la ruga
    in più e il vento che cambia le coordinate.
     
     

  • 07 febbraio alle ore 18:07
    Senza sinossi

    Proprio come tutti,
    cocci di bottiglia e diamanti
    parimenti, poi furfanti
    sotto volta di stelle
    e ancora frangiflutti
    nelle sere di tempesta, farfalle
    a volo frenato, mutanti
    di specie in via d’estinzione.
    E quando è finita la ricreazione
    ci resta dentro calore di fiamma,
    l’alfa, la beta e la gamma
    di ogni romanzo vecchio, lo specchio
    senza riflessi, poi l’occhio
    di scorta per ciclopi a corto
    di denari. C’è ancora l’orto
    da sistemare a fianco del muro
    senza intonaco, sarà pure duro
    l’amore senza compromessi per sessi
    all’ultimo stadio dei paradossi:
    la storia ora scorre ma senza sinossi.
     
     
     
     

  • 06 febbraio alle ore 17:13
    Sulle scale da cui non vedi il cielo

     
    E ti aggiungo alla lista dei miei sogni
    il tuo nome inciso in ogni fibra muscolare
    mani intrecciate già al primo sguardo
    e il sorriso che trabocca dall’orlo del bicchiere
    da raccogliere prima che cada sull’asfalto
    perché non vada sprecato un attimo d’amore.
    E ti accompagno sino al primo bacio
    sulle scale da cui non vedi il cielo
    ma se guardi in alto e scosti il velo
    c’è un concerto di luci e suoni e l’adagio
    che c’immerge nella fluttuazione delle ore.
    E’ la scansione dei colori che è cambiata, il cobalto
    prima di ogni grigio, il nero in pensione, nelle sere
    c’è l’orologio che rallenta prima del traguardo
    sul ritmo di una voce che bisbiglia e sa amare
    ogni infinito, ci sentiamo pesci e travi e legni.
     

  • 05 febbraio alle ore 11:24
    il mago col flauto

     
    Il volo di uno stormo d’uccelli, il mago
    col flauto lo segue con gli occhi, è sul lago
    che le ombre son fitte e le luci
    sembrano croci, tanto son truci.
    Stenderà il suo verdetto, le carte
    i tarocchi, ogni segno è di parte
    e ogni parte è meno dell’intero
    che se esiste, se è vero, è nero
    come la pece. Lei c’è stata
    poi è svanita in una bolla dorata
    firmata dallo stilista del cuore:
    la rosa nera, è questo il fiore
    amato, quando è sera. Il mago è bollito
    in sugo di noci, è il dito
    che punta la luna e si sbaglia
    col disco del sole, è chi raglia
    al canto del gallo, chi si scaglia
    a voce contro gli dei, brutta gentaglia.
     
    Giove e Giunone dallo psichiatra,
    poi dall’avvocato, la faretra
    di Diana è vuota, la caccia
    è stata abolita, è carta straccia
    la canzone di Ulisse l’astuto,
    Ilio resiste e Omero, il cieco, è muto.
    Il teatro di corte è crollato
    un terremoto o un frullato
    di sostanze proibite, è deciso
    che sarà l’antidoping a dirlo, il viso
    dei presenti sembra disteso,
    tutti innocenti è chiaro e sottinteso
    sino a prova contraria. L’assemblea
    plenaria è stata un fiasco, la dea
    dagli ormoni da maschio è stata
    colta in flagranza di reato,
    il mago col flauto sarà incatenato,
    è stato stabilito alla cena con l’aragosta,
    e lei cambierà sesso a stretto giro di posta.
     
     
     
     
     
     
     

  • 04 febbraio alle ore 9:08
    La dea dei monti spogli

    La torre dei fuggiaschi ora è disabitata
    dopo la retata degli scheletri appesi
    al gancio di un robot, il mare è in apnea
    e ulula il vento del nord, l’ultima strega
    del nocchiero è morta di polmonite
    tre anni fa. Credi che sia un monolite
    la pietra prima del bosco della congrega
    dei rabdomanti, non è così dice la dea
    dei monti spogli. Non è qui la genesi
    dell’odio, ma qualcuno l’ha avvistata.
     
    Dall’altra parte della terra, al confine
    con la regione dei giganti astemi
    e la terra delle fontane zampillanti.
    La regina dei comizi è stata deportata,
    ora recita a gettone per gli abitanti
    di una città senza finestre, i torrenti
    sono inquinati dalla marmellata
    di catrame, per comprare dei diamanti
    bastano tre dazioni di monete. I blasfemi
    sono demiurghi, noi solo figurine.
     
    Spulciando tra le righe delle leggi emanate
    dal parlamento qualcuno ha scoperto
    un refuso, per cancellarle serve l’approvazione
    dei discendenti del re di Prussia, perché gli eletti
    sono stati confinati nel girone dei prepotenti
    da una rivolta improvvisa degli elefanti
    sordi. I briganti del sud ora sono protetti
    da mosche danzanti al suono di una canzone
    rock, le donne invecchiate sono al concerto
    e quelle più belle sono state clonate.
     
     

  • 03 febbraio alle ore 15:34
    Tra le note di un tango

    Sembra che stesse uscendo a cercar fortuna
    - l'ho vista a due passi da casa mia - la luna
    nel taschino del tailleur e il sorriso
    tra le fronde dei capelli.
    Quel paradiso
    in una tela d’acquerelli, oltre il grigio
    dei cancelli: la meta ultima del viaggio
    è la dimora perfetta - anfora e letto
    decorati in nero ed oro, anche il tetto
    della stanza con specchio incantato incluso -
    serviranno cori, preghiere e fato sfuso
    per riuscire a raggiungerla nella giornata
    degli dei in crisi d’astinenza da litigata.
    Da ignoti, poi, è partita la richiesta
    di grazia al primo capo: la festa
    era contro la morale e la pubblica quiete,
    ma le diete saranno obbligatorie e la sete
    sarà sconfitta dal sorgere del gemello
    del sole, in futuro. La fioraia e il cammello
    si sono conosciuti a un concerto di fate,
    le date, sembra, siano state cancellate
    su preciso ordine del demiurgo dei coyote
    in attesa di una portinaia tra le note
    di un tango. Non tornerà più mia cara
    - l'ho capito - la donna bruna con giara
    e corona di luce, sarà andata a svernare
    ai confini dell'aurora.
    È ora d'andare
    con quel che resta: un filo di rossetto,
    uno sguardo alle stelle e l'ultimo confetto.

  • 03 febbraio alle ore 11:57
    Nell’ora dell’ultima eclisse

     
    E qualcosa è rimasto dell’uomo
    di marzapane, spicchi d’ideali,
    fiches di rivoluzioni, incompiute
    rime, il doppio verso palindromo
    e l’ossimoro nelle aule di tribunali
    della repubblica: sorsi di cicute
    a rate, scadute le cambiali, il vento
    ha strappato le stelle dalla volta
    del cielo e l’acida pioggia di ieri
    ha inondato l’arca dello scontento.
    Poi l’uranio arricchito, con scorta
    di plutonio e schegge di silicio,
    il nuovo cilicio dei peccatori:
    tempo di astronavi dell’apocalisse,
    l’ellisse del sole, l’artificio
    per delineare l’ombra degli urlatori
    di minacce nell’ora dell’ultima eclisse.