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in archivio dal 05 mar 2001

Gabriele d'Annunzio

12 marzo 1863, Pescara
01 marzo 1938, Gardone Riviera (BS)
Segni particolari: Ho perso l'occhio destro in un incidente aereo.
Mi descrivo così: Un piccolo dio, uno e trino: poeta, eroe e grande amatore!
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  • 27 maggio 2011 alle ore 17:08
    I Pastori

    Settembre, andiamo. E' tempo di migrare.
    Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
    lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
    scendono all'Adriatico selvaggio
    che verde è come i pascoli dei monti.

    Han bevuto profondamente ai fonti
    alpestri, che sapor d'acqua natía
    rimanga ne' cuori esuli a conforto,
    che lungo illuda la lor sete in via.
    Rinnovato hanno verga d'avellano.

    E vanno pel tratturo antico al piano,
    quasi per un erbal fiume silente,
    su le vestigia degli antichi padri.
    O voce di colui che primamente
    conosce il tremolar della marina!

    Ora lungh'esso il litoral cammina
    la greggia. Senza mutamento è l'aria.
    il sole imbionda sì la viva lana
    che quasi dalla sabbia non divaria.
    Isciacquío, calpestío, dolci romori.

    Ah perché non son io cò miei pastori?

     
  • 22 marzo 2006
    La pioggia nel pineto

    Taci. Su le soglie
    del bosco non odo
    parole che dici
    umane; ma odo
    parole più nuove
    che parlano gocciole e foglie
    lontane.
    Ascolta. Piove
    dalle nuvole sparse.
    Piove su le tamerici
    salmastre ed arse,
    piove sui pini
    scagliosi ed irti,
    piove sui mirti
    divini,
    su le ginestre fulgenti
    di fiori accolti,
    sui ginestri folti
    di coccole aulenti,
    piove sui nostri volti
    silvani,
    piove sulle nostre mani
    ignude,
    sui nostri vestimenti
    leggieri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude 
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    l'illuse, che oggi m'illude,
    o Ermione
    Odi? La pioggia cade
    su la solitaria 
    verdura
    con un crepitio che dura
    e varia nell'aria
    secondo le fronde
    più rade, men rade.
    Ascolta. Risponde
    al pianto il canto
    delle cicale
    che il pianto australe
    non impaura,
    nè il ciel cinerino.
    E il pino
    ha un suono, e il mirto
    altro suono, e il ginepro
    altro ancora, stromenti 
    diversi
    sotto innumerevoli dita.
    E immersi
    noi siam nello spirto
    silvestre,
    d'arborea vita viventi;
    e il tuo volto ebro
    è molle di pioggia
    come un foglia,
    e le tue chiome
    auliscono come
    le chiare ginestre,
    o creatura terrestre
    che hai nome
    Ermione.
    Ascolta, ascolta. L'accordo
    delle aeree cicale
    a poco a poco
    più sordo
    si fa sotto il pianto
    che cresce;
    ma un canto vi si mesce
    più roco
    che di laggiù sale,
    dall'umida ombra remota.
    Più sordo e più fioco
    s'allenta, si spegne.
    Sola una nota
    ancora trema, si spegne,
    risorge, treme, si spegne.
    Non s'ode voce del mare.
    Or s'ode su tutta la fronda
    crosciare
    l'argentea pioggia
    che monda,
    il croscio che varia
    secondo la fronda
    più folta, men folta.
    Ascolta.
    La figlia dell'aria
    è muta; ma la figlia
    del limo lontane,
    la rana,
    canta nell'ombra più fonda,
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su le tue ciglia,
    Ermione.
    Piove su le tue ciglia nere
    sì che par tu pianga
    ma di piacere; non bianca
    ma quasi fatta virente,
    par da scorza tu esca.
    E tutta la vita è in noi fresca
    aulente,
    il cuor nel petto è come pesca
    intatta,
    tra le palpebre gli occhi
    son come polle tra l'erbe,
    i denti negli alveoli
    son come mandorle acerbe.
    E andiam di fratta in fratta,
    or congiunti or disciolti
    (e il verde vigor rude
    ci allaccia i malleoli
    c'intrica i ginocchi)
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su i nostri volti
    silvani,
    piove sulle nostre mani
    ignude,
    sui nostri vestimenti
    leggieri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude 
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    m'illuse, che oggi t'illude,
    o Ermione

     
  • 22 marzo 2006
    La boccuccia

    Sei come un piccolo fiore
    tu tieni una boccuccia
    un poco, davvero un poco
    appassionata

    Suvvia, dammelo, dammelo
    è come una piccola rosa
    dammelo un bacino
    dammelo, Cannetella!

    Dammelo e pigliatelo
    un bacio piccolino
    come questa tua boccuccia

    che somiglia ad un piccola rosa
    un pò, davvero un poco
    appassionata

     
  • 22 marzo 2006
    Le mani

    Le mani delle donne che incontrammo
    una volta, e nel sogno, e ne la vita:
    oh quelle mani, Anima, quelle dita
    che stringemmo una volta, che sfiorammo
    con le labbra, e nel sogno, e ne la vita!
    Fredde talune, fredde come cose
    morte, di gelo (tutto era perduto):
    o tiepide, parean come un velluto
    che vivesse, parean come le rose:
    rose di qual giardino sconosciuto?
    Ci lasciaron talune una fragranza
    così tenace che per una intera
    notte avemmo nel cuore la primavera;
    e tanto auliva la soligna stanza
    che foresta d’april non più dolce era.
    Da altre, cui forse ardeva il fuoco estremo
    d’uno spirto (ove sei, piccola mano,
    intangibile ormai, che troppo piano
    strinsi?), venne il rammarico supremo:
    - Tu che m’avesti amato, e non in vano!-
    Da altre venne il desìo, quel violento
    Fulmineo desio che ci percote
    come una sferza; e immaginammo ignote
    lussurie in un’alcova, un morir lento:
    - per quella bocca aver le vene vuote!-
    Altre (o le stesse) furono omicide:
    meravigliose nel tramar l’inganno.
    Tutti gli odor d’Arabia non potranno
    Addolcirle.- Bellissime e infide,
    quanti per voi baciare periranno!-
    Altre (o le stesse), mani alabastrine
    ma più possenti di qualunque spira,
    ci diedero un furor geloso, un’ira
    folle; e pensammo di mozzarle al fine.
    (Nel sogno sta la mutilata, e attira.
    Nel sogno immobilmente eretta vive
    l’atroce donna dalle mani mozze.
    E innanzi a lei rosseggiano due pozze
    di sangue, e le mani entro ancora vive
    sonvi, neppure d’una stilla sozze).
    Ma ben, pari a le mani di Maria,
    altre furono come le ostie sante.
    Brillò su l’anulare il diamante
    ne’ gesti gravi della liturgia?
    E non mai tra i capelli d’un amante.
    Altre, quasi virili, che stringemmo
    forte e a lungo, da noi ogni paura
    fugarono, ogni passione oscura;
    e anelammo a la Gloria, e in noi vedemmo
    illuminarsi l’opera futura.
    Altre ancora ci diedero un profondo
    brivido, quello che non ha l’uguale.
    Noi sentimmo, così, che ne la frale
    palma chiuder potevano esse un mondo
    immenso, e tutto il Bene e tutto il Male:
    Anima, e tutto il Bene e tutto il Male. 

     
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