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Autore

Giorgia Spurio

in archivio dal 23 ott 2009

21 dicembre 1986, Ascoli Piceno - Italia

segni particolari:
Lettrice amante e scrittrice allucinata.
Capro espiatorio preferito di bambini e animali.
9 libri pubblicati. Persuasa dalla Poesia. Sedotta dalla Narrativa.
Sempre stata amante della letteratura, scrivo pensando in particolare ai problemi sociali da cui traggo ispirazione.
 

mi descrivo così:
Laureata in Lettere.
Insegno musica e lavoro nel sociale come educatrice.
Le mie sillogi: “Quando l’Est mi rubò gli occhi”, “Dove bussa il mare”, “Le ninne nanne degli Šar”, "L'orecchio delle dèe".
Il mio romanzo: "L'inverno in giardino".

14 aprile 2010

Il bambino che voleva rubare la pioggia

Intro: La tenerezza e la genuinità di un bambino che lotta con la cruda e triste realtà di un imminente e definitivo abbandono. La gocce di pioggia nascondono le vere lacrime, quelle di un figlio che perderà la sua mamma, ineluttabilmente.

Il racconto

Davide era sulla panchina.
Il sole lo fissava dalla sua dimora di cristallo fatta di nuvole gigantesche.
Ed egli le fissava una ad una.
E ad ognuna associava una figura.
“Un drago, e quella un pulcino, e quell’altra… un cane”- il piccolo dito del bimbo le indicava mentre i suoi occhietti semichiusi sfidavano i raggi solari.
Il nonno, un uomo alto e sicuro di sé che sapeva cosa fosse il lavoro dei campi e la sofferenza della vita, lo guardava sorridente e incuriosito dal negozio di alimentari.
La fitta barba bianca gli copriva il mento mentre i baffi nascondevano le estremità del suo sorriso.
Si avvicinò alla panchina e si sedette vicino al suo nipotino: “Davide, che fai?”
“Guardo le nuvole, nonno!”- il nasino del piccolo scrutava all’insù l’odore del vento cercando altre sembianze da affidare alle nuvole.
“Guarda, nonno, quella nuvola! Sembrano due ali… Sembra un angelo!”
Il nonno alzò il suo viso segnato dal tempo e sospirando, come per gustare il sapore della brezza di settembre, osservò i dipinti che offriva il cielo.
“Nonno, secondo te gli angeli vivono su quelle nuvole? La mamma mi ha detto così”- affermò il bambino senza smuovere lo sguardo da quel viso sereno di un angelo fatto di nuvola.
“Io preferirei pensare che quella nuvola sia un angelo…Un angelo vestito di veli bianchi e vellutati, vestito di seta fatta di stelle”- rispose così il nonno, con il suo tono fermo e malinconico.
Entrambi rimasero in silenzio fissando i ritratti che il vento si divertiva a plasmare.
Il nonno aspettava il fischio del macellaio per comprare la carne più tenera.
Si sentì… nel silenzio delle foglie, a scuotere il silenzio dei sogni, arrivò quel fischio.
Il nonno allora fece cenno di alzarsi quando Davide lo chiamò: “Nonno!”
L’uomo, alto e robusto, si voltò aspettando che l’esitazione del bimbo sparisse: “Che c’è, Davide?”
“Nonno, ma… Ma la mamma guarirà?”- gli occhi grandi, nascosti dai piccoli occhiali da vista rotondi, fissavano ora l’asfalto del marciapiede, triste e grigio.
“Davide…”- il nonno lo guardava, non poté far altro, lo chiamò con un altro sospiro figlio di quella malinconia- “Davide, la mamma sta combattendo. E noi dobbiamo starle vicino. Ora devi pensare solo a questo. E devi sperare, Davide, devi sperare e credere, sperare e pregare. Capito?”
La testolina penzolante e pesante di pensieri e dubbi annuì.
“Bravo, bravo il mio campione!”- esclamò il nonno sconvolgendo con la mano i riccioli neri di suo nipote-“Ora andiamo a comprare la carne? Stasera alla mamma faremo mangiare la bistecca di dinosauro! E gliela cuciniamo noi!”- rise, il riso dolce di un nonno che non molla mai, e anche il piccolo Davide sollevò il suo viso ridendo e ripetendo fra sé e sé “Bistecca di dinosauro”.
Dopo aver fatto spesa nonno e nipote tornarono a casa.
La tenera nonna Celestina stava preparando una torta di mele.
“Nonna! Mamma! Abbiamo comprato bistecche di dinosauro!”- gridò il bimbo, appena varcata la soglia di casa e saltellando da un angolo ad un altro.
Il profumo dolciastro che fuoriusciva dal forno si diffondeva lentamente per la casa: delizioso odore di amore e di calore, di famiglia e di serenità, che invadeva le stanze.
Davide andò nella camera da letto della madre.
Sofia era al letto, la sua carnagione pallida, le sue labbra vermiglie, il tenue viola sotto gli occhi e le ciglia umide di segrete lacrime.
“Amore, sei tornato? Dove sei stato con il nonno?”- la voce fioca e delicata della madre solleticò i timpani minuti di Davide.
“Mamma! Abbiamo comprato bistecche di dinosauro!”- corse vicino al letto il bimbo e accolse sulle sue soffici guance la carezza materna di una mano gonfia di medicinali e stanchezza.
“Bistecche di dinosauro? E lo hai catturato tu insieme al nonno?”
“Ma no! Mamma, che dici? Il dinosauro era al supermercato!”
“Al supermercato vendono anche bistecche di dinosauro! E chi le cucinerà?”- Sofia sbarrava simpaticamente i suoi occhi e sorrideva, il sorriso amaro di una madre che ama il proprio figlio.
“Noi, mamma! Io e nonno siamo dei cuochi bravissimi!”
Ridevano, scherzavano, si baciavano, si accarezzavano.
La piccola bocca senza i due denti incisivi davanti, schioccava affettuosa sul viso scarno della madre.
Sofia per quanto stufa e senza forze a causa del tumore e della chemioterapia, ogni volta voleva alzarsi da quel letto che la teneva prigioniera, e voleva pranzare e cenare insieme a tutta la famiglia per far vedere a suo figlio che lei era ancora forte.
Il nonno tagliò il pane, volle fare una preghiera a quel Dio che da lassù lo ascoltava, e poi mangiarono.
Sorrisero, si raccontarono, Davide parlò delle sue nuvole e, finita la cena, si addormentò sul divano.
Senza far rumore, con amore, il caro nonno lo prese in braccio e lo coprì con cura sotto le coperte.
Il giorno dopo Sofia doveva iniziare il ciclo della chemio, ancora, ancora una volta, ancora una stremante e nauseante volta.
Il nonno andò a prendere Davide a scuola. La mamma era in clinica. La nonna era accanto a lei.
Mentre la pioggia quel giorno volle accarezzare e inondare ogni cosa.
Fecero pranzo da soli.
Mentre il nonno cercava di distrarre Davide dai suoi tristi pensieri che non dovrebbero mai intaccare, toccare, nemmeno sfiorare la mente dei bambini, Davide guardava la pioggia, la fissava insistentemente.
La pioggia smise e il senso del dovere chiamò Davide a fare i compiti.
E poi alla sera, eccola di nuovo, splendente sotto la luce dei lampioni, tornò la pioggia.
Aprì la finestra, di nascosto prese un bicchiere, e Davide cercò di catturare le lacrime degli angeli.
Lui era convinto che gli angeli di nuvola piangessero lacrime sante.
Lui nel suo silenzio pensò che quelle lacrime potessero salvare la sua mamma.
Con attenzione guardava ogni goccia cadere, con vero impegno spostava il bicchiere cercando di riempirlo.
I suoi piccoli occhiali si appannarono e si bagnarono, ma lui con il suo viso rivolto al cielo cercò di non tralasciare nessuna goccia di pioggia che cadesse nel suo balcone.
Il vento fece sbattere la finestra dietro di lui e la voce autoritaria del nonno lo chiamò: “Davide!”
Il bicchiere gli scivolò via, cadde dalle sue mani bagnate che cercarono di riafferrarlo.
Cadde.
Si frantumò in tanti pezzi di vetro tra l’acqua della pioggia.
Li guardò immobile. Non voleva girarsi, non sarebbe riuscito a sfidare lo sguardo del nonno.
Non voleva piangere.
La mano scura del nonno si posò sulla sua spalla: “Davide, che stai facendo?”
Le lacrime, quelle salate che nascono dentro al petto che inizia a singhiozzare, uscirono mischiandosi alla pioggia caduta sulle guance fredde: il bimbo iniziò a piangere guardando il bicchiere rotto sulle mattonelle marrone del balcone.
Il nonno allora lo prese in braccio e lo fece rientrare. Chiuse la finestra.
Chiuse il freddo di quella giornata fuori dalla propria casa, lo volle esiliare dalla sua famiglia.
Tolse gli occhiali a Davide che lo aveva fatto sedere davanti al camino.
Asciugandogli le lenti cercò di calmarlo con la voce.
Ma il nonno non capiva perché piangesse.
Quando finalmente il piccolo smise, poggiando la testa sulla spalla del nonno che lo cullava, gli confessò il suo piano.
Gli confessò il suo desiderio di rubare la pioggia, di rapire le lacrime degli occhi degli angeli, perché voleva farle bere alla sua amata mamma.
Il nonno sorrise.
Si alzò e prese una brocca.
Aprì quella finestra che egli aveva odiato un attimo prima e posò la brocca sul tavolo nudo e di plastica che era fuori.
Quando rientrò, vide l’espressione di stupore del suo nipotino felice.
“Quando torna la mamma, bagniamo un fazzoletto di quelle lacrime del cielo, e poi le inumidiamo le labbra e le palpebre degli occhi, d’accordo?”- il nonno si era curvato, aveva sollevato il viso del bimbo mettendogli la mano sotto il mento rotondo, e lo tranquillizzò.
La mamma, la nauseata Sofia tornò.
Tornò tra i baci di suo figlio.
E quando si sdraiò sul letto, Davide si sedette vicino a lei: “Mamma, ti ricordi la storia degli angeli di nuvola?”
“Sì, tesoro.”
“Ok, sono contento che ti ricordi! Perché mamma… Io ho voluto prendere le lacrime, le loro lacrime per te.”
“Per me?”- meravigliata Sofia guardò il suo angelo.
“Sì, mamma, tu stai male. E quelle lacrime sono magiche. Basta poco poco sul viso, ti bagni poco poco”- era così terribilmente dolce il piccolo Davide.
Sofia sorrise tra le lacrime.
Sorrise piangendo come quella pioggia di settembre.
Sorrise baciando suo figlio.
Sorrise tra le sue lacrime commosse, senza poter più nasconderle dietro i suoi capelli che la chemioterapia volle come ricompensa.
Sofia sorrise… Sorrise abbracciata a suo figlio, il bimbo che voleva regalare le lacrime degli angeli alla propria mamma.

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