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Recensioni di Giuseppe Iannozzi

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  • Possiamo oggi dire che Allen Ginsberg è il primo e il più grande Poeta della Beat Generation  e di quel modernismo poetico che esplose dopo gli anni Cinquanta. La poesia – quasi sempre urlata e mai pacata, urlata con voce cancerosa impastata di jazz, nicotina, peyote – di Allen Ginsberg è molto superiore a quella di Jack Kerouac, e questo perché Ginsberg sulla poesia ci lavorava, e non si stancava mai di rivedere i suoi scritti. Ginsberg non era quel tipo di poeta che lasciava che la poesia fosse il semplice parto di una ispirazione improvvisa, nata per caso. Jack Kerouac, ottimo romanziere, pensava invece che la poesia dovesse essere scritta e non rimaneggiata, perché, per lui, soltanto l’ispirazione nata sul momento era giusta e in qualche modo veritiera. La poesia di Kerouac non è affatto perfetta: suscita emozioni, certo che sì, ma è rappresentativa di un movimento culturale e in esso rimane, per così dire, (parzialmente) prigioniera.
    Attraverso le sue poesie, più di chiunque altro, Allen Ginsberg ha ritratto l’America, ha denunciato l’America e i suoi sporchi affari, gli stessi che ancor oggi vengono portati avanti da uomini senza alcuna coscienza. La poesia di Allen Ginsberg non conosce censure, non ne conosce perché è il poeta stesso ad aborrire l’idea, fosse anche passeggera, di autocensurarsi.
    Allen Ginsberg nacque a Newark (New Jersey) da una famiglia ebraica. Suo padre era poeta e professore di liceo, mentre la madre, Naomi Livergant Ginsberg, non godeva purtroppo di buona salute, era infatti affetta da una malattia psicologica che nessuno riuscì a comprendere appieno. La malattia della madre, la sua sofferenza, la sua instabilità segnarono in maniera profonda il giovane Allen, che, nel corso degli anni, parlerà della madre in tante e tante poesie, sempre con affetto e con rabbiosa-rassegnata disperazione.
    È fuor di dubbio che la poesia di Ginsberg subì il fascino del jazz (del suo ritmo e delle sue cadenze); e fu non poco influenzata dal modernismo, oltreché da una non mai rinnegata fede Buddhista contaminata dall’Ebraismo.
    Allen Ginsberg collaborò anche con Bob Dylan per l’album Desire (1976, Columbia Records); in realtà la collaborazione del poeta con Dylan iniziò ben prima, già negli anni Sessanta per la realizzazione del famoso video Subterranean Homesick Blues.
    Allen Ginsberg, anche se non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, rimane il più attuale e il più grande poeta-profeta americano, dal quale ognuno di noi ha davvero molto da imparare. I mali di ieri sono gli stessi che affliggono la società di oggi, proprio gli stessi: questo e molto altro lo possiamo capire leggendo gli urli jazzati di Allen, e non è davvero poco.
    Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996 di Allen Ginsberg, edizione a cura di Bill Morgan, prefazione di Rachel Zucker (traduzione di Leopoldo Carra, Milano, Il Saggiatore, 2017) raccoglie buona parte di quelle poesie che l’autore non pubblicò quand’era ancora in vita, o se sì, su qualche rivista.
    Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996, ovviamente, accoglie una ben documentata sezione relativa alle fonti di tutti i testi, una per tutte le referenze fotografiche e una con delle ottime e più che mai fondamentali note di lettura.

    [... continua]
    recensione di Giuseppe Iannozzi

  • L’agente del caos di Giancarlo De Cataldo è un romanzo particolare, diverso da tutti gli altri che l’autore ha scritto in precedenza. Siamo di fronte a un romanzo che fa il verso agli ultimi lavori di Thomas Pynchon (“Vizio di forma”, “La cresta dell’onda”), ma non è detto! Non è detto perché Giancarlo De Cataldo è autore molto eclettico, capace di sbalordire il lettore ma anche di deluderlo. L’agente del caos è una storia che non delude e che, purtroppo, alcuni lettori non sono riusciti a inquadrare nella sua piena originalità.

    Giancarlo De Cataldo ha osato molto scrivendo L’agente del caos, una storia che rifugge un po’ tutte le etichette: siamo di fronte a un giallo o a un thriller? Non è affatto fondamentale inquadrare in un genere il nuovo lavoro di De Cataldo, è invece determinante mettere in chiaro che L’agente del caos accoglie alcuni sedimenti di quella filosofia bislacca in voga negli anni Sessanta-Settanta, ma anche teorie sul complottismo e sul vittimismo, leggende metropolitane sbarcate nel World Wide Web per essere spacciate per verità sacrosante da YouTuber senza scrupoli né cervello, analisi precise e fulminanti sulla società di ieri e su quella di oggi, oltre a una critica più che mai giusta nei confronti e dello stalinismo e del nazismo (europeo e non). Ovviamente non possono mancare né la FBI né la CIA, e non può mancare l’Italia con la sua mafia fin troppo collaudata.

    Ne L’agente del caos incontriamo Jay Dark, personaggio che ha un dono, quello di apprendere in maniera veloce e perfetta le lingue (ne parla ben undici), il suo avvocato, un certo Flint che dice di essere il solo a conoscere per filo e per segno la vera storia di Jay Dark, e uno scrittore non proprio di primo pelo. Flint si mette in contatto con lo scrittore  grazie a una e-mail. Che cosa vuole Flint? Non vuole mettere i bastoni fra le ruote allo scrittore, almeno così sembrerebbe. Vorrebbe che lo scrittore scrivesse la storia di Jay Dark. Quando lo scrittore fa presente all’avvocato di Jay Dark che lui una storia su questo personaggio l’ha già scritta, Flint gli ribatte che la sua storia è finzione e non altro. Flint illustra allo scrittore, non senza cadere in contraddizione, forse in maniera volontaria, la storia di Jay Dark e di come, nel corso degli anni, ha fatto il bello e il cattivo tempo governando il Caos, producendolo a bella posta. Ma chi è Jay Dark? Difficile dirlo: forse è realmente esistito, forse non è mai esistito, forse è bell’e morto da tempo.

    Lo stile adottato da Giancarlo De Cataldo per L’agente del caos è allo stesso tempo ironico e adrenalinico: quasi ogni battuta, indipendentemente dal personaggio che la vomita, ci fa riflettere e ci costringe a un sorriso. E nel nuovo lavoro di De Cataldo i sorrisi che i personaggi si scambiano sono tanti, moltissimi enigmatici, seducenti e taglienti come quelli di una Monna Lisa asessuata. Fuor di dubbio, l’autore si deve essere divertito non poco nel buttare giù questo romanzo che, fra le righe, prende un po’ per il sedere autori quali Thomas Pynchon, James Ellroy, Ian Fleming e chissà quanti altri!
    Come si è già detto, L’agente del caos è una storia, almeno in parte, sulla falsariga degli ultimi lavori di Pynchon, con la sostanziale differenza però che là dove Pynchon ha fallito, Giancarlo De Cataldo no.

    [... continua]
    recensione di Giuseppe Iannozzi