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in archivio dal 05 nov 2012

Ida Caggiano

10 ottobre 1943, Napoli - Italia
Mi descrivo così: Desiderosa di vivere una vita intensa, ricca di emozioni, di amicizia, di amore nel senso più ampio; vivace ma nostalgica e a volte malinconica; amante della natura, della musica e di ogni forma di bellezza.

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  • 16 giugno 2014 alle ore 14:12
    Uno straordinario maestro di musica

    Come comincia: Sono le dieci precise di un bel mattino di luglio. Dalla scaletta di pietra, fra i pini, scendono in fila indiana una trentina di bambini accompagnati da un uomo.
    I bambini si sparpagliano in un attimo sulla piccola spiaggia e si tuffano nell’acqua calma e trasparente.
    Cominciano a divertirsi come solo i bambini sanno divertirsi al mare. Quante scoperte, e quante sensazioni meravigliose!
    Per i più piccoli ci sono la schiuma, le bollicine, le patelle attaccate agli scogli lucidi, i granchiolini nascosti nelle tane… E poi… i primi tentativi di nuoto, qualche tuffo impacciato e maldestro, ma che rappresenta già un grande successo.
    I più grandicelli si lanciano sicuri da uno scoglio alto, organizzano gare di resistenza sott’acqua, fanno le capriole. Supini e con le braccia aperte, lo sguardo verso il cielo, si lasciano cullare da quelle deliziose, deboli onde.
    Due gemelle insegnano a nuotare ad una piccola amica: - Non devi aver paura, ti aiutiamo noi, dai, prova ancora… - la incoraggiano come due brave mammine…
      Ogni tanto riemerge una ragazzina con i lunghi capelli lisci, lucidi, grondanti, gli occhi chiusi rivolti al sole, le ciglia brillanti di goccioline. Poi riprende appena fiato, si tappa il naso ed ecco, con gioia, di nuovo sott’acqua. Una piccola sirena!
    In fondo alla spiaggia c’è un bambino che va esplorando dappertutto. Ora ha scoperto, vicino a uno scoglio, un gamberetto: cerca di catturarlo, ma si confonde talmente con l’acqua che il bambino continua a perderlo di vista.
      Un piccolo gruppo improvvisa la costruzione di dighe e di complicati canali.
    - C’è lavoro per tutti! Su, portate acqua, prendete sassi e ramoscelli!… E tu cerca una pigna… - proprio così dà ordini, qua e là, il più grassottello della la compagnia.
    L’uomo intanto se ne sta tranquillamente ad osservare. Si diverte ad ascoltare i discorsi, le esclamazioni, le grida di gioia, le spensierate risatine…
      E’ tutto un vociare, un agitarsi di bambini che si chiamano reciprocamente per nome e poi… un gorgogliare d’acqua, un gocciolare, uno spruzzare.
    Tutto questo però… infastidisce i pochi turisti sparsi sulla piccola spiaggia. I bambini hanno portato via la loro tranquillità.
    - Ma proprio qui dovevano arrivare? - brontola una giovane signora mentre fruga in una borsa, sceglie il flacone giusto, e comincia a spalmarsi una crema abbronzante.
    - E noi dobbiamo interrompere la partita a dama… Beh, speriamo che non tornino domani! - risuona un’altra voce proveniente da una sdraio, sotto un piccolo ombrellone.
    - A questo punto, visto che non riesco a seguire più nessuna trasmissione, spengo addirittura. - dice borbottando e sbuffando un signore nell’atto di premere il tasto di una radiolina - Ma, insomma, chi sono tutti questi ragazzetti? -
    Inutile. Anche se i turisti parlano lingue diverse fra loro, si capisce che sono tutti d’accordo su una cosa: quei bambini disturbano!
    - Sono un po’ vivaci, avete ragione, avete ragione, scusateci - va ripetendo l’uomo che li ha accompagnati - ma, sapete, un tempo tutte le spiagge dell’isola erano dei bambini…-
    Si tratta di un uomo come tanti altri, difficile da descrivere. Infatti non è né alto, né basso, né grasso, né magro. Ha i capelli di un normale colore castano, senza baffi e neppure occhiali. Non è giovane, ma neanche poi vecchio…
    - … Oh, che sbadato, - continua l’uomo - scusate… non mi sono nemmeno presentato. Sono un maestro, un maestro di musica. Oggi è l’ultimo giorno di scuola. Perciò io e i bambini siamo venuti su questa bella spiaggetta, con asciugamani e merendine, a festeggiare la fine delle lezioni. Sapete, un tempo qui era tutto diverso… Ma che caldo oggi! Avrete sete anche voi come me? -
    Alcuni rispondono di sì con un cenno, un po’ sorpresi per la domanda…
    - Venite pure, seguitemi… Non so se conoscete già questa sorgentella. -
    Lo seguono tutti a qualche metro di distanza, dietro una roccia.
    Un filino d’acqua argentato sgorga, come per miracolo, da quella pietra ed è quasi completamente nascosto da un tappeto di freschissimo muschio e da piantine di capelvenere.
      I turisti non riescono a nascondere la loro sorpresa, e qualcuno non può trattenere un “oh” di meraviglia. Che strano, avevano una così preziosa fontanella a pochi passi e non se n’erano neppure accorti!
    - Prima la conoscevano in tanti, - aggiunge il maestro - ora ci vengono a bere solo gli uccelli… -
      Tutti i presenti si dissetano con vero piacere, poi qualcuno, acquistata confidenza, domanda:
    - Dunque… ci stava dicendo che sull’isola un tempo era tutto diverso?… -
    - Eh, sì! - continua lui senza perdere di vista nemmeno un momento i bambini - Questo era un vero paradiso terrestre, ma un Mostro, un Mostro potentissimo dai feroci artigli, tempo fa… in men che non si dica… ha cominciato a distruggere. Nessuno, ahimé, è riuscito a fermarlo…
    All’inizio, a dire il vero, molti non si erano neppure accorti della sua presenza. Certo. Lui si aggirava proprio nei luoghi meno abitati. Colpiva qua e là come voleva. Poi, quando tutti finalmente hanno capito quale grande pericolo rappresentava… ormai era già troppo tardi. Che volete, non c’era più niente da fare… Credetemi, purtroppo questa, per la gente del luogo, è rimasta veramente l’ultima spiaggia! -
    Il maestro vede qualcuno poco convinto. Perciò estrae dalla sua borsa un binocolo, e: - Guardate di fronte, per curiosità, guardate dove vi pare! - invita.
    Uno dei turisti fa la prova. Inquadra subito una lunga striscia bianca orizzontale. Ma di che cosa si tratta? Non si capisce. Forse… è troppo lontana?
    No. Basta mettere perfettamente a fuoco ed ecco che, sulla riva opposta, si cominciano a rivelare costruzioni alte, anzi mastodontiche, senza una caratteristica precisa, ammassate l’una accanto all’altra.
    - Avete visto? - dice il maestro - Lì, prima, c’erano solo splendide pinete. Tutte distrutte, tutte ingoiate dal Mostro vorace… -
      I turisti si passano il binocolo l’un l’altro, sempre più incuriositi. E’ vero, a occhio nudo non ci avevano mai fatto caso, eppure, purtroppo, tutta la costa è così.
    E non basta: un’enorme riga grigia costeggia il mare.
    - E’ l’asfalto delle strade che ha sostituito chilometri di spiaggia, - spiega il maestro - laggiù sono state eliminate splendide dune di sabbia… Anche le colline e le montagne, sapete, sono state squarciate per far posto agli alberghi, ai parcheggi, alle auto, e guardate!… Perfino nel mare, perfino lì, per via di quel nuovo pontile, il terribile Mostro ha vomitato cemento… Capite? Io sono solo un povero maestro di musica. - conclude rammaricato e con la voce tremante - Io… non ho potuto frenare quella furia prepotente! E ora che tutto è cambiato, non faccio altro che girare per l’isola: prima che scompaiano anche quelle, registro le vecchie canzoni popolari negli ultimi paesi rimasti. Poi le insegno a questi bambini affinché non le lascino morire, affinché… almeno la tradizione possa resistere a tutto questo scempio. -
    - … Volete ascoltarne una? O chissà… magari non vi interessa! - riprende il maestro emozionato. E, così dicendo, estrae, sempre dalla borsa, uno strano, minuscolo fischietto di terracotta.
      Oh, come sono gradevoli le note che produce! Rassomigliano quasi a un trillo di allodola, o meglio, a certi suoi accordi armoniosi in sordina.
    Ebbene, nonostante quel suono non abbia la forza di un comando, in un attimo ecco giungere sul posto tutti i bambini.
    I turisti osservano meravigliati.
    Le prime ad arrivare sono le gemelle con l’amica più piccola, segue il bambino del gamberetto, poi il tipo più grassottello che intanto ha smesso di dare ordini, la sirenetta che si scrolla ancora l’acqua di dosso e, presto, anche gli altri…
    Quelle voci, fino a pochi minuti prima così confuse e disperse, si organizzano con eccezionale rapidità sotto la guida del maestro.
    - Peccato, non abbiamo qui i nostri strumenti! - si rammarica uno dei più piccoli rivolgendosi agli spettatori.
    Non c’è turista che non si sia riunito con interesse intorno a loro.
    Dunque, come per incanto, tutte insieme, quelle voci di bambini, sottili, fresche e argentine, si levano verso il cielo in una lingua antica, melodiosa, scorrevole… Ogni tanto le note sono accompagnate da abili, ritmati battiti di mani.
      Sarà stata quella goccia d’acqua della sorgentella dagli effetti benefici, sarà la presenza di quello straordinario maestro o, forse, anche quel dolce canto popolare interpretato dai bambini sulla spiaggia… fatto sta che tutti i presenti restano come ipnotizzati.
    Alcuni si coprono gli occhi, magari per concentrarsi meglio, oppure… solo per ripararsi dal sole. Qualcuno però nasconde, in questo modo, la sua commozione per quella musica pura e semplice di tanto tempo fa.
      C’è chi trattiene quasi il respiro temendo di interrompere il coro.
      E allora, questo è il vero prodigio, cominciano ad apparire, come su fantastici schermi, i più bei paesaggi dell’isola annientati ormai da quel Mostro potente.
      Ecco… ora a qualcuno sembra di vedere le spiagge immense e bianche con le pinete che si sporgono quasi fino al mare. E gli alberi di olivo millenari, gli oleandri odorosi, i fichi, i mandorli. Tutti già sacrificati alla smania distruttrice…
    All’immaginazione di altri turisti appare, invece, laggiù, un esteso campo di grano dominato da un caratteristico mulino a vento, mentre giunge da lontano, attraverso una viuzza, un tipico carrettino con l’asinello…
    E poi, ancora, ecco le piccole, allegre case del porticciolo, ognuna diversa dall’altra.
    In primo piano spiccano le coloratissime barche dei pescatori e le reti ammucchiate sul molo che, allora, facevano parte, anch’esse, del paesaggio.
      Questa era l’isola un tempo.
    Forse, fra quei turisti c’era un giornalista o, meglio, un personaggio importante.
    Il giorno dopo, infatti, la notizia di quell’insolito avvenimento apparve sui vari giornali del luogo. Non solo: fu tradotta in tutte le lingue e pubblicata nel mondo intero sotto il titolo “Maestro di musica fa rivivere per qualche minuto paese ucciso da un Mostro”.
    Fu proprio così che il Mostro cominciò a vacillare: in troppi, ormai, conoscevano quella brutta storia e lui non si sentiva più tanto sicuro.
      In qualunque luogo della terra si fosse fatto vivo, non gli avrebbero lasciato scampo… Avrebbero difeso con ogni mezzo i loro paesi da nuove possibili devastazioni.
    Lui, per questo, era già battuto in partenza…
    Ecco perché, esattamente da allora, di quel Mostro non si è saputo più niente.
    Qualcuno immagina, addirittura, che a poco a poco si sia lasciato morire d’inedia nel suo ultimo nascondiglio.

     
  • 10 gennaio 2013 alle ore 13:53
    Una calda prigione

    Come comincia: Faceva un po’ freddino perché l’estate era finita e forse, chissà, era addirittura già autunno! Serafino questo non lo sapeva, ma sentiva il bisogno di un luogo caldo, quasi di una tana, di un nido. Subito.
    Intanto arrivò il nonno: era lui che si curava della sua alimentazione e della sua pulizia, quello anzi era uno dei primi pensieri tutte le mattine. Così Serafino, come al solito, si sentì sollevare delicatamente e poggiare su una seggiolina di paglia. Brrrr! Se avesse potuto, avrebbe chiesto al nonno addirittura la borsa dell’acqua calda.
    In pochi minuti il bravo nonno lavò il fondo della gabbia, lo cosparse di sabbiolina (così il suo beniamino non avrebbe preso i reumatismi), cambiò la bambagia del lettino, infine rifornì la vaschetta del solito cibo. I bocconcini extra, quelli un po’ particolari, arrivavano all’ora di pranzo quando il nonno e la nonna, a tavola, si chiedevano: - Piacerà a Serafino? - e si preoccupavano per lui: - …Non gli farà male? - ma, alla fine, gli porgevano sempre qualche assaggino saporito.
    A operazione compiuta, il piccolo Serafino fu rimesso nella sua comoda gabbietta. Mai aveva pensato che quella fosse una prigione! Ci stava proprio bene. Un criceto come lui, poi, non poteva essere trattato meglio, questo lo sapeva, e viveva volentieri con quei due vecchietti che gli volevano tanto bene e che lo ammiravano come si ammira un piccolo capolavoro. 
    - Bellino! Musetto! Come sei simpatico! Che animaletto pulito… - gli gridava con gioia la nonna quando lui si metteva in piedi sulle zampine e cominciava a lavarsi con cura. E come rideva quando faceva il giocherellone qua e là nella gabbia oppure girava nella ruota! Gli mandava perfino un tenero bacetto la nonna, quando lo vedeva uscire dalla bambagia ancora tutto sonnacchioso e barcollante.
    Serafino aveva solo un po’ freddo in quel periodo. Questo è tutto. E per fortuna madre natura lo aveva dotato di quella folta e morbida pelliccetta! Ecco, non bisognava lamentarsi: quanti animali non avevano neppure quella? Lui era un essere favorito dalla sorte: aveva anche buoni occhietti per vedere, orecchiette per ascoltare, dentini per mangiare… e perfino, all’interno delle guance, due grosse tasche utilissime per trasportare le provviste. Oh, ma lui certo non aveva bisogno di far provviste!… Lui aveva sempre a disposizione tutto il cibo che voleva. Insomma si sentiva un criceto felice.
    - A parte il freddo! - concluse lui stesso - Ma presto, quando i caloriferi saranno accesi, - si consolò - sarà tutta un’altra cosa!
    Era così: bisognava avere solo un po’ di pazienza.
    Il nonno guardò soddisfatto la sua opera. Serafino aveva la gabbia ordinata, stava bene e un altro lavoro era fatto! Così prese il giornale e si mise a leggere in poltrona.
    Il criceto fece il solito giro in gabbia, assaggiò qualche boccone di cibo e stava per raggomitolarsi a letto, quando… si accorse che la porticina era semiaperta. Oh, il nonno! Era diventato davvero tanto distratto da qualche tempo. Sua moglie glielo diceva!
    Serafino allora pensò di uscire a fare un giretto. Che male c’era? In fondo si sa che muoversi fa bene, riattiva la circolazione, potenzia i muscoli e forse… aiuta anche ad avere meno freddo.
    Si fece più piccolo che poteva e sgusciò piano piano fuori. Scivolò dal tavolino a una sedia, tentò di scendere ancora più giù, ma fece un capitombolo. Si riprese immediatamente, sano e salvo, e percorse tutto il corridoio. Fortunatamente sfuggì alla vista della nonna che, occupata a stirare, andava e veniva dalla cucina alla camera con la biancheria. Se lo avesse scoperto, gli avrebbe detto certamente “Questo non è il tuo posto!” e la passeggiata sarebbe subito finita.
    Il criceto invece esplorò con comodo quel mondo sconosciuto. Curiosò in ogni angolino con i suoi occhietti vispi e annusò qua e là facendo vibrare i baffi. Fatto sta che, in questo modo, la passeggiatina diventò più lunga del previsto.
      Un raggio di sole illuminava il pavimento della camera da letto. Lì Serafino avvertiva finalmente un bel tepore sotto le zampine. Continuò a trotterellare. Un buon profumino di pulito proveniva dall’armadio…
    Intanto il nonno si alzò un po’ a fatica e si avvicinò alla gabbietta. Come al solito si mise a tamburellare. Gli piaceva molto quando Serafino gli andava incontro regolarmente con un filo di cotone impigliato nelle zampine e lo salutava con uno sbadiglio più grande di lui.
    Ma… accorgersi che la porticina era aperta e rendersi conto che Serafino non c’era più, fu tutt’uno.
    I nonni cominciarono a disperarsi. Cercatolo qua e là, non  trovarono la minima traccia del loro animaletto. Per giunta il balcone era socchiuso, e… se fosse scappato fuori? Se fosse caduto dal secondo piano? Si affacciarono. Ahimè, il cortile come al solito era anche pieno di gatti!
      La nonna sistemò di corsa gli ultimi capi stirati, chiuse in fretta l’armadio, e via… giù a tentare la ricerca di Serafino.
    Interpellarono mezzo vicinato: - Era la nostra compagnia! - si lamentavano - Quel criceto… non sapete quanta compagnia era capace di farci!… 
    - Un animaletto tanto piccolo, fuori dalla gabbia… - rispondevano tutti - sfugge facilmente. Sarà difficile ritrovarlo, meglio rassegnarsi! Beh, ne comprerete un altro, i negozi di animali… ne sono pieni.
    - Sì, ma come il nostro Serafino…
      Il nonno, si capisce, si sentiva responsabile per quella scomparsa ed era molto dispiaciuto.
    Marito e moglie acquistarono lo stretto necessario e, senza neppure fare quattro passi come al solito, se ne tornarono a casa di pessimo umore.
    A un certo punto, dopo pranzo, la nonna riaprì l’armadio. Serafino fu investito da un cono di luce. Altro che la solita aria pacifica e “sbadigliosa”, come diceva lei scherzando! Aveva gli occhi sgranati come una bestiola tradita o punita senza motivo, e stava lì, in piedi, immobile, davanti alla porta. La sua faccina, giustamente, aveva un’aria seccata e le guance poi… erano gonfie da scoppiare.
    In fondo non era un principio di saggezza quello di fare provviste? Pensare al futuro, adattarsi come si può? Essere capaci perfino… di cambiare alimentazione in caso di estrema necessità? Lui, in quelle ore, da solo, mentre aspettava la libertà in tutto quell’orribile spazio buio, a questo aveva pensato! E per fortuna, lì dentro era bello caldo…
    La nonna aveva l’espressione della meraviglia mentre gridava: - Oh, Serafino! Guarda… oh, meno male! Ma come ha fatto ad arrivare nell’armadio?
    Il nonno accorse incredulo.
    - Tutto è bene quel che finisce bene! - disse, e sospirò contento.
    Anche Serafino tornò nella gabbia tutto contento. Lui era un “signor” criceto, quindi cominciò a svuotare le guance da quelle inutili, ingombranti provviste, ma presto scoprì quanto fossero soffici e calde. Allora le trasportò in un angolino e con le zampette anteriori prese a sprimacciarle come una brava massaia che rifà con arte il letto.
    La nonna, all’improvviso, aguzzò gli occhi: - Ma quello… non ti sembra un pezzettino del mio cappotto?… - mormorò inorridita vedendo comparire minuscoli brandelli di un colore azzurro polvere.
    - …E questi… Oh, ha mangiato anche la mia vestaglia! - interruppe il nonno osservando Serafino che trasportava qualche piccolo frammento di tessuto bordeau. Poi allargò le braccia rassegnato.
    - Caldi sì, ma non chiusi in prigione! - pensava intanto Serafino mentre si accomodava nel suo nuovo lettuccio più soffice e più colorato che mai.
    Del resto, era stato lui ad avventurarsi così! Si sa, il mondo, fuori dalle gabbie, può riservare sorprese.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 21:39
    Tredicina

    Come comincia: Già da alcuni anni avevamo una tartaruga. L’avevamo chiamata Tredicina perché mio fratello Celestino aveva contato fin dall’inizio, sulla sua corazza, giusto tredici piastre.
    Era una tartaruga come le altre, di media grandezza. D’inverno cadeva in letargo, ma solo per un breve periodo. Quando mancava ancora tanto all’inizio della primavera, infatti, lei era già bella e sveglia, con un’enorme energia e un notevole appetito. Allora cominciava a girare per tutta la casa ed era voracissima. Se non le mettevamo a disposizione una bella foglia di lattuga fresca, lei se ne andava sul balcone e s’accontentava di mangiare tutte le parti delle piante che, con una buona dose di pazienza e tanta fatica, riusciva a raggiungere sollevandosi, un vaso dopo l’altro, in punta di zampe e allungando al massimo il collo all’insù. O… peggio, se proprio non trovava nulla e i tuoi piedi non erano protetti completamente da calzature, ti sentivi arrivare all’improvviso un morsetto sull’alluce o sul calcagno per cui non potevi fare a meno di accorgerti della sua presenza!
    E capitava anche che, nella ricerca di cibo, andasse a passare involontariamente sul manto del gatto che prendeva il sole disteso sul pavimento del terrazzo. Perciò Tredicina veniva buttata via senza nessun riguardo con una brusca zampata.
    Qualche volta, poi, capitava per sbaglio addirittura davanti al muso di Ricky, il cane, che le mostrava subito le terribili zanne e tentava di morderla. Allora lei prendeva la fuga.
    E c’è chi dice che la tartaruga è un animale lento! Bisognava vederla: andava come un razzo.
    Durante le vacanze estive Tredicina naturalmente veniva con noi in villeggiatura e se ne stava a casa con la nonna, il cane e il gatto, mentre noi tre bambini con la mamma ce ne andavamo al mare o a passeggio per le campagne.
    Ebbene, un giorno, al nostro ritorno, ci accorgemmo che la tartaruga era sparita. La cercammo sotto i mobili e in tutti gli angolini della casa che non era poi affatto grande: una bella stanza, una spaziosa cucina, il bagno e un terrazzino con una scalinata esterna che portava fin giù alla strada.
    Controllammo anche la scala. Tredicina infatti era perfino capace di scendere con grande coraggio sebbene il più delle volte, tra un gradino e l’altro, finisse col capovolgersi. Se nessuno se ne accorgeva, se un’anima buona non andava a soccorrerla, la tartaruga rischiava di restare per ore rovesciata sul dorso. Allora doveva contare solo sulle sue forze. Con un po’ di bravura e un po’ di fortuna riusciva, prima o poi, a trovare un appiglio, così si rigirava e tornava in posizione normale per riprendere, testarda, l’avventura della discesa.
    Quel giorno, nel giardinetto intorno, nessuna traccia. E neppure sulla strada che, solitamente, era frequentata solo da pochi passanti e da qualche raro carretto carico di verdura o di frutta di stagione.
    Apparve la signora Assunta, la vecchietta che d’estate ci affittava la sua casa ritirandosi per quel periodo in un localino sottostante. Lì, diceva, si stava ancora più freschi e poi… a lei bastava semplicemente un letto per riposare.
    Donna Assunta era sempre presente, come una vecchia fata benefica: se qualcuno di noi bambini piangeva, lei saliva su per consolarlo; se aveva la febbre, conosceva tutti i rimedi per rimetterlo in piedi senza bisogno di chiamare il medico; se, in nostra assenza, alla nonna mancava il prezzemolo o altro elemento per preparare il pranzo, non doveva che chiamarla dal terrazzino e lei, dopo un attimo, glielo mandava su freschissimo, appena raccolto, tramite qualche ragazzetto di passaggio; se io cantavo, poi, e a quei tempi lo facevo spesso, mi accorgevo di avere un’ammiratrice segreta perché, appena smettevo, Assunta usciva in strada e non la finiva più di esclamare “brava, brava, brava!” facendomi arrossire.
    Dunque, la nostra padrona di casa non poteva mancare in quel frangente!
    La notizia le giunse come un fulmine a ciel sereno e la mise in uno stato di grande ansietà.
    - Oh, mamma mia! E com’è successo?… - cominciò a dire - Non è mai capitato in tutti gli altri anni! Ma da quanto tempo non ve la vedete davanti agli occhi? Da quando è scomparsa?… Voi lo sapete, conoscete benissimo il posto. Qua nessuno tocca niente, eh! E io non mi allontano mai da casa… Oh, Madonna mia, come mi dispiace questo fatto!
    Era diventata paonazza. La mamma e la nonna cercavano di tranquillizzarla: per una donna della sua età poteva essere pericoloso quello stato di forte agitazione. Non era colpa sua, in fondo! Non si doveva preoccupare, doveva pensare alla salute, le dicevano, sono cose che possono succedere! E poi… forse meglio così, un animale in meno da curare!
    Ma lei riprendeva subito: - Oh, come mi dispiace! Quella bella tartaruga… Ci ero affezionata anch’io che la vedo solo un mese all’anno, figuratevi queste povere creature! - e ci guardava con aria di commiserazione - Eppure, non mi era mai successo in tutta la vita… - continuava - Sapete, io sto in questa casa da quando ero piccolina… Qua non c’è mai stato ‘o munaciello*. Ah, da certa gente sì che ne fa scomparire di cose, e ne fa di dispetti! E quando si stabilisce in una casa non se ne va più, cerca di cacciare i proprietari, piuttosto! Certi munacielli, lo sapete? di notte, si rubano perfino lo zucchero e poi, al momento che vi serve, addio! vi accorgete che non ce n’è più.
    - Sciocchezze. Sono solo sciocchezze. - disse seccamente la nonna che era una persona di chiesa.
    Ma Donna Assunta sembrava voler riversare a tutti i costi la sua rabbia su quel povero “munaciello”. Perciò riprese:
    - Beh, ci sta chi ci crede e chi non ci crede a queste cose, si sa, eppure… Ma qua, vi assicuro… non c’è mai stato ‘o munaciello. Ve lo giuro sulla buonanima di…
    Si fermò all’improvviso portando una mano alla fronte: - Adesso ci penso io! – disse risoluta – Qua ci vuole solo una preghiera a Sant’ Elena e vedrete come uscirà la vostra tartaruga. E prima di notte, vi assicuro! Venite appresso a me. Chi me vo bbene appriesso me vene, chi me vo male arrete rummane… ** - concluse col suo simpatico dialetto tra il napoletano e il salernitano.
    La signora Assunta entrò un attimo in casa sua, rovistò in un cassetto, poi baciò un’immaginetta sacra e ce la mostrò dicendoci: - Ecco quella giusta. Recitate insieme a me “Santa Elena, tu sei una grande santa, tu trovasti in Palestina la vera croce di Gesù, e adesso non ci aiuti a trovare la tartaruga di questi signori?”
    Così dicendo si avviò verso l’orto. Attraversammo con lei la strada polverosa. Ispezionò tutta la zona intorno al pozzo e così fece lungo il perimetro di un covone, aprì la porticina di un piccolo locale dove teneva alcuni attrezzi per lavorare il campo e guardò all’interno in tutti gli angoli. Niente.
    Riprese la preghiera e ci fece di nuovo cenno di recitarla con lei. Frugò sotto il fico d’India col rischio di riempirsi di quelle fastidiose spine, spostò alcune cassette cariche di pomodori maturi, cercò dietro un cumulo di bottiglie vuote, ma di Tredicina non c’era traccia.
    La povera Assunta aveva il volto sempre più congestionato.
    Tornammo in strada. Si sentiva già il chierichetto che suonava la campanella. Ogni sera, infatti, a quell’ora, c’era l’abitudine di riunirsi dietro l’angolo del tabaccaio dove era stato allestito un piccolo altarino tutto luci e merletti con la Madonna di Pompei. C’era mezzo paese a dire il rosario. Ci andavamo anche noi con la nonna e con Donna Assunta.
    Chi poteva, si portava una sedia da casa per stare più comodo, gli altri si sedevano sui muretti lì intorno, e c’era anche chi restava tutto il tempo in piedi. Spesso i ragazzini preferivano non sedersi perché dopo un po’ si annoiavano e così se la potevano svignare più facilmente. Mio fratello era uno di questi.
    - Dove vai? – gli domandò la mamma anche quella sera – Non ti allontanare, ti raccomando, non farmi stare in pensiero… 
    Ma, mentre pronunziava più silenziosamente possibile queste parole, si accorse che era stato un bambino dalla strada principale a chiamarlo, e anzi continuava a fargli cenno con la mano.
    Era Marcuccio, lo riconobbe, un amico di Celestino, più piccolo di lui di un paio d’anni.
    Mio fratello lo raggiunse di corsa. Tutti e due si misero a gesticolare. Il pubblico iniziò a guardarli e a distrarsi, qualche fedele sbuffò; una vecchietta disse “E’ meglio non venire se si deve disturbare la funzione”; due ragazzine scoppiarono a ridere e dovettero allontanarsi in fretta prima di essere rimproverate o scacciate.
    Per fortuna quel movimentato rosario finì.
    Celestino, allora, corse trionfante verso di noi. Marcuccio lo seguiva a pochi passi e aveva in mano… la nostra tartaruga.
    - Visto? Che vi dicevo? – gridò Donna Assunta che, pure se in silenzio, non si era perso neppure un particolare della scena – Ci ha ascoltati! Prima di sera… Sant’ Elena ce l’ha fatta trovare, l’ha fatta uscire! E, come vedete, ce l’ha mandata attraverso una creatura innocente!... – e, così dicendo, passò una mano benevola sui neri capelli di Marcuccio.
    Quindi, stanchissima, rientrò a casa. Per fortuna però ora si sentiva tranquilla e soprattutto soddisfatta per il successo.
    Fu mia madre, strada facendo, ad acquisire, tramite “la creatura innocente”, una spiegazione più realistica di quell’avvenimento.
    - Come mai, Marcuccio, avevi tu la nostra Tredicina?
      Con la massima semplicità e senza neppure immaginare il trambusto che aveva causato, il bambino raccontò di essere passato da casa nostra e di aver notato la tartaruga. Era la prima volta, in vita sua, che vedeva una bestia tanto strana. Se ne stava ferma su uno scalino, disse, non faceva paura e perciò aveva pensato di accarezzarla, ma la sua testa era sparita. Ci aveva riprovato, ma erano scomparse anche le quattro zampe! Allora, un po’ preoccupato, Marcuccio aveva portato Tredicina a casa sua. Lì, insieme al fratello gemello, aveva tentato inutilmente di farla tornare come prima.
    – Eppure, signora, si vede così bene che la testa e le zampe le tiene nascoste nella casetta! – concluse.
    La mamma rise, poggiò Tredicina in terrazza e disse a quel simpatico scugnizzo:
    - Ora ti faccio vedere io come torna subito normale!
    Ma la povera tartaruga doveva essere stata talmente strapazzata, quel giorno, che impiegò molto più del solito a tirar fuori le zampe e a mostrare la sua strana testolina.
    Per incoraggiarla le offrimmo una bella foglia di lattuga fresca.

    * “munaciello”, personaggio immaginario della tradizione napoletana, piccolo gnomo vestito da monaco con uno zucchetto rosso in testa, che si divertirebbe a fare vari dispetti in casa.

    ** Chi mi vuole bene mi segua, chi mi vuole male resti dietro.

     
  • 28 dicembre 2012 alle ore 23:01
    Il principe della notte

    Come comincia: Fu trovato, dopo alcuni giorni di nebbia fittissima, all’interno di un capannone industriale. Era finito lì chissà come e mi venne subito affidato.
    Non avevo mai visto così da vicino un barbagianni. Mi trovai di fronte un faccione bianco, una specie di maschera a forma di cuore con due occhi obliqui che mi guardavano seri. Mi dette l’impressione di un gatto più che di un uccello. Con il gatto aveva in comune il corpo robusto, il capo rotondo, la posizione di agguato. Oltre che, naturalmente, l’antica passione per i topi!
    Era un esemplare assai bello, fortunatamente sano, lo sguardo intelligente, l’atteggiamento da persona importante, austero, aristocratico, quasi regale.
    Il grosso volatile mi incuriosiva. Che cosa potevo fare se non cercare un buon libro di ornitologia o ricorrere a un’enciclopedia sugli animali?
    Così venni a conoscenza, fra l’altro, che i barbagianni spesso sono costretti a vivere in cattività e addestrati, come le civette, a richiamare uccelli, soprattutto allodole, durante le battute di caccia. E, ancor peggio, seppi della barbarica antica usanza di uccidere crudelmente questi uccelli e altri rapaci notturni, inchiodandoli poi alle porte di casa. In passato la superstizione popolare li faceva ritenere infatti di cattivo augurio. Mi consolai pensando che una simile idea oggi farebbe inorridire, considerato il livello della nostra civiltà e tutti gli appelli per la conservazione della natura.
    - Non voglio tenerti qui prigioniero. Meglio la libertà! - gli dissi, e lui sembrò annuire socchiudendo gli occhi.
    In quel momento squillò il telefono. Il barbagianni si mosse appena appena ma, chissà come, intuii perfettamente che aveva l’intenzione di volare.
    - Addio! - tremai - Non sono stata previdente: e ora… la statuina di finissima porcellana di Capodimonte regalo di una vecchia amica, e… la splendida lampada antica, dono di nozze di una cara cugina, e il vaso che io stessa avevo dipinto a mano e portato a cuocere in un forno dall’altra parte della città, attraversando una fiumana di auto e sudando freddo per le difficoltà di parcheggio? Addio! Sarebbe stato tutto distrutto.
    Risposi al telefono cercando di limitare al massimo i miei movimenti e di parlare a bassa voce:
    - Oh, che fortuna abbiamo avuto, va bene… Certo che sono contenta! No, no… sono solo un attimo occupata, poi ti spiegherò. Tu, intanto, comincia a studiare l’itinerario…
    E c’è ancora chi dice che il barbagianni porta male? Ebbene, la mia amica Paola mi aveva appena informato di essere riuscita a trovare i biglietti aerei per un nostro viaggio, un nostro vecchio sogno. Fino alla sera prima era stata un’impresa talmente difficile che ormai pensavamo di dovervi rinunziare.
    Quindi, durante le prossime vacanze di Natale, avremmo finalmente visitato l’isola di Lanzarote con i suoi splendidi vulcani colorati e, soprattutto, io avrei potuto rivedere mio padre che viveva alle isole Canarie già da qualche anno.
    L’uccello intanto era approdato dall’altra parte del salotto. Niente: era passato accanto agli oggetti più delicati senza romperne neppure uno. Il suo volo era leggerissimo e silenzioso.
    Pensai quale fruscio rumoroso accompagna lo spostamento di un piccione, nonostante sia di dimensione inferiore. E perfino un minuscolo uccelletto fa sentire il frullio delle alucce, per non parlare addirittura degli insetti, ancora più piccoli, che producono il ben noto ronzio.
    Il volo del barbagianni invece era un soffio. Né più né meno che quello di una farfalla.
    Ora se ne stava sulle lunghe zampe divaricate coperte di piume e ondeggiava con un movimento molleggiato simile a una danza (solo dopo appresi che era indice di disagio e di agitazione), poi decollò nuovamente, ma ora sapevo che potevo fidarmi di lui!
    Le ali erano molto ampie, il volo elegante. Si stabilì senza alcun danno sul televisore, e lì se ne stette bello tranquillo.
    Abbassai un po’ la tapparella. Conoscendo le sue abitudini notturne, mi sembrava che la luce diretta lo abbagliasse.
    Mi avvicinai all’uccello a piccoli passi. Mi feci coraggio e lo toccai. Il suo piumaggio era  soffice, quasi lanuginoso, di un bel colore grigio rossastro nella parte superiore, candido nella parte inferiore.
    Il barbagianni iniziò a lisciarsi e ordinarsi le penne con il becco curvo e giallastro. Sembrava tranquillo. Doveva avere un udito finissimo perché, ad ogni parvenza di rumore proveniente dall’esterno o dagli appartamenti vicini, si fermava bruscamente.
    - E ora che cosa si fa con te? - gli domandai mentre lui mi lanciava un’occhiata.
    Presi contatto con un’associazione naturalistica e mi feci consigliare sul trattamento da riservare all’illustre ospite. Come avevo previsto, era necessario liberarlo. Sarebbe stato troppo complicato trovargli una sistemazione e soprattutto alimentarlo adeguatamente.
    La mattina seguente collocai il barbagianni in una gabbia e lo trasportai nel grande giardino della scuola. Mi sembrava il posto più adatto e poi… immaginiamoci la sorpresa per miei alunni di prima elementare! Fui immediatamente circondata da una folla di piccoli curiosi.
    - Perché non gli diamo un nome, prima di liberarlo? - propose qualcuno.
    - Proviamoci. - risposi.
    I nomi più graziosi, all’inizio, furono Cicciottello e Pennagrigia. Poi Nicoletta, la bambina più romantica della classe, suggerì Cuoricino perché il volto le ricordava la forma del cuore. Infine Luca, il grande esperto sulla natura, ci propose “Il principe della notte”. Mettemmo ai voti tutti i nomi e vinse l’ultimo.
    Aprii la porta della gabbia. Il barbagianni restò un attimo immobile a guardarci come per decidere sul da farsi, poi prese il volo scomparendo dopo qualche istante nella foschia, mentre i bambini applaudivano.
    - Dove sarà arrivato, adesso? - chiese più tardi Nicoletta.
    - In un’altra città o in America, oppure… - si misero a fantasticare.
    A qualcuno era rimasta l’illusione che il barbagianni, prima o poi, sarebbe ritornato “a farci visita”. Confesso che un po’ lo speravo anch’io e più volte quel giorno mi sorpresi a guardare fuori della finestra…
    Poi mi augurai che il “Principe della notte” avesse trovato la libertà dei campi per sempre.

     
  • 21 dicembre 2012 alle ore 23:15
    Tu scendi dalle stelle

    Come comincia: Era la vigilia di Natale quando Ricky arrivò, e non era ancora mezzanotte.
    Ecco perché in quella casa, per la prima volta, il Bambinello… nacque con un piccolo ritardo. Eppure, nella grotta, già da quindici giorni, una soffice bambagia era pronta ad accoglierlo. Per lo stesso motivo perfino i doni sull’albero avrebbero aspettato un bel pezzo prima di essere scartocciati…
    - Nonna, lui ha fatto cadere le salsicce. - bisbigliò la bambina più piccola cercando di non farsi sentire, ma il fratello scattò: - E lei ha rotto l’ala dell’angioletto celeste!
    - Non è vero, non è vero, lo sai che era già così! Bugiardo! - gridò la bambina battendo i piedi  dalla collera e guardando con occhi di sfida il fratello.
    Si avvicinò la nonna a passi lenti, con i suoi occhialini rotondi, il grembiulino azzurro dalle tasche sempre piene di utili cianfrusaglie e i capelli ancora abbastanza scuri raccolti sulla nuca, dai quali scappava il solito fermaglio.
    - E’ piccola, va ancora all’asilo, lei. Tu invece sei un ometto, un ometto che sa già leggere e scrivere… e che sta imparando bene anche la tabellina del tre. Tu sei la gioia della nonna tua. - disse, mentre gli occhi le diventavano lucidi.
    Con la pazienza in volto, la nonna riappese le salsicce al piccolo gancio, sull’uscio del macellaio.
    - E ora… tu hai spostato la lavandaia! - l’accusò il ragazzino.
    - Hai ragione. - ammise la nonna - Adesso la rimetto al suo posto io, davanti al lavatoio come prima.
    - Non piangere. - disse poi alla piccola - Ho sistemato tutto: il vostro presepe è bellissimo. - Le passò una mano sotto il mento e le baciò i bei capelli lucidi.
    - Papà… - disse lei. La vecchietta la guardò e la rassicurò con un sospiro impercettibile: - Viene più tardi.
    - Mi annoio. - si lamentò il bambino.
    Proprio allora la bambina più grande si mise a cantare con passione, davanti al presepe, “Tu scendi dalle stelle”. Gli altri due cominciarono a cantare con lei.
    - Bravi! Che belle vocine, e come l’avete imparata bene! - esclamò la nonna compiaciuta tornando sui suoi passi. Allora il bambino raccolse abilmente "a pugno" le mani davanti alla bocca ed emise un accompagnamento come di zampogna.
    - Bravi. Bravi tutti e tre. Maria, lascia stare un momento la cucina, vieni a sentire anche tu… - chiamò la vecchietta.
    La mamma arrivò subito e fece loro tanti complimenti. Poi la bambina più grande si mise ad ammirare la magia delle palline colorate che luccicavano sull’albero e ispezionò da vicino, uno per uno, i pacchetti con curiosità.
    - Lei vuole accendere le luci dell’alberello! Quelle si accendono quando arriva papà! - gridò allora il fratellino.
    La nonna e la mamma si guardarono senza dire una parola.
    Il bambino scrutava ogni tanto dalla finestra, ma il papà non arrivava. Controllava i movimenti dell’ascensore, ma niente. Eppure… l’anno precedente lui era arrivato parecchio tempo prima della mezzanotte, aveva fatto gli auguri e si era fermato a casa finché i doni non erano stati tutti aperti.
    - Ma quando arriva papà? E’ già tanto che non viene più a trovarci!
    Nessuno gli rispose.
    - Uffa, uffa… è tardi! - strillò sempre più impaziente.
    Gli occhi della più piccola cominciavano a perdere espressione, le palpebre, di tanto in tanto, le si abbassavano. Era stanca di aspettare. - Forse… - balbettò all’improvviso - sarà morto.
    - Che dici? Ma come ti vengono queste idee? - gridò la mamma terrorizzata. Le due rughe a fianco alla bocca erano più profonde, quella sera. Cercava di mascherare la sua amarezza e la sua angoscia: come lo avrebbe detto ai bambini che il papà non sarebbe arrivato? Cercava perciò solo di distrarli, di trovare qualunque espediente purché non pensassero a lui. Almeno quella sera. Aveva passato la notte insonne ad avvolgere con amore i regalini e ad appenderli all’albero come un buon Babbo Natale, pregustando la gioia dei suoi piccoli nell’aprire i pacchetti a mezzanotte.
    La nonna le fece segno di tacere: - Tutto si aggiusta. - la consolò, e si asciugò gli occhi di nascosto.
    - Io e la mamma - disse ad alta voce - torniamo un attimo in cucina, stiamo finendo di preparare gli strùffoli*. Siete contenti?
    La bambina più grande lo sapeva che il papà non sarebbe arrivato. Lo aveva saputo poche sere prima. Stava leggendo il Corriere dei Piccoli nell’ingresso. L’uscio di casa era socchiuso e attraverso lo spiraglio vedeva la mamma che accendeva il braciere sul finestrone del pianerottolo. Ogni tanto le belle scintille scoppiettanti salivano verso il cielo blu e lei si divertiva ad osservarle. Vide anche strane nuvole scure correre sulla faccia bianca della luna, allora la bambina si avvicinò silenziosa alla porta per ammirarle meglio. Fu in quel momento che sentì la vecchietta, vicina di casa, dire sottovoce alla mamma: - Ma come può farlo, signora Maria? Andarsene così…
    La mamma le spiegò che il papà si sarebbe trasferito fra giorni, ormai aveva deciso. Se ne andava a vivere con lei a Milano… Lei… la doveva conoscere già da un paio d’anni.
    - … Lei… - terminò con un sospiro la mamma - ha una figlia della stessa età della nostra prima bambina.
    - Gesù, che dite? Con tre figli veri! Con tre figli suoi! Come può abbandonarli? - aveva commentato la vicina.
    La bambina grande, ora che sapeva tutto, non desiderava che il papà arrivasse, quella sera. Non lo aspettava. Che le importava più rivederlo se lui preferiva un’altra bambina?
    - Vieni, - disse alla sorellina - ti faccio una bella pettinatura. - e cominciò subito a intrecciarle i lunghi capelli davanti allo specchio.
    - Brave, fra poco nasce Gesù. - disse la mamma passando.
    - Ma quando apriamo i doni? - domandò subito il bambino.
    - Presto. Ormai… manca meno di un’ora alla mezzanotte.
    - E allora… perché non arriva ancora papà?
    Ora il bambino non si riusciva più a tenere.
    - Su, giochiamo un po’ a tombola, mangiamo qualche dolcino… Oppure il panettone che vi piace tanto!… - tentò la nonna.
    - No, no, no.
      A quel punto lui faceva troppi capricci: - Voglio questo, voglio quello!…
    Voleva anche andare a salutare un amichetto nell’altra scala dell’edificio.
    - E va bene. Ma un momento solo! - disse decisa la mamma - Anzi, domanda se domani mattina vengono tutti a messa con noi. E quando entri ricordati di salutare…
    - Noi ti guardiamo dalla finestra. Torna subito! - gli raccomandò la nonna. Ma il bambino era già schizzato fuori, smanioso di novità e di compagnia.
    La vecchietta cinse le spalle della nipotina più grande. Lei, con un movimento rapido, portò via il vapore dal vetro creando un grosso cerchio trasparente attraverso cui si misero ad osservare insieme il cortile.
    Ma il bambino non passò, non si diresse verso l’altra scala. Un istante dopo, infatti, con una spinta vigorosa alla porta, era già bell’ e rientrato in casa. Si avvicinò in fretta al tavolo e rovesciò il contenuto della tasca sul piano di cristallo. Una pallottolina di velluto marrone.
    - Oh, che cosa hai portato? - si preoccupò la nonna.
    - Venite tutti a vedere! - gridò lui, gonfio di emozione.
    - Com’è piccolo! Un cagnolino! - esclamò la bambina grande.
    - Un cucciolo. - precisò lui - Era sullo scalino a piano terra, da solo. Piangeva e tremava.
    - Bello della nonna, perché l’hai preso? Questo è troppo piccolo, questo ha bisogno della mamma, non sa mangiare, questo muore… - brontolò subito la vecchietta.
    Un sorriso dolce illuminò invece il volto stanco di Maria, pronta sempre a regalare un po’d’amore a chi ne avesse bisogno. Lei non si arrendeva mai.
    - Povera bestiolina, che coraggio abbandonarlo con tutto questo freddo… Ma chi sarà stato… - disse prendendolo in una mano e tentando di riscaldarlo.
    - Certo qualche persona. - spiegò la bambina più grande - La sua mamma non l’avrebbe mai fatto…
    - Su, - disse con slancio Maria - cerchiamo un contagocce, proviamo a dargli un po’ di latte caldo.
    Come lo appoggiò sul piano del tavolo, il cucciolo divaricò tutte e quattro le zampette e finì col pancino sul cristallo. Che buffo! Non stava ancora in piedi. Si mise a strisciare girando su se stesso e dondolando la testa. La sua vista doveva essere ancora debole. Cominciò a guaire. La mamma lo riprese nella mano.
    - Non ha coda! Sarà nato così. - osservò la bambina maggiore.
    - E’ vero. Chissà come diventerà da grande!…
    - Cambierà, cambierà. Come voi bambini. Anche il suo pelo forse diventerà più lungo, e magari... più chiaro o più scuro.
    - Riccio?
    - Chissà…
    - Poi imparerà ad abbaiare!
    - E queste belle orecchiette? - aggiunse la bambina più piccola  toccando appena appena con la punta dell’indice uno di quei minuscoli triangolini.
    Il cucciolo sembrava guardarsi intorno smarrito, i suoi occhi dall’espressione innocente erano di un bel colore celestino. Il musino rotondo e piccolissimo… portava già un accenno di baffetti.
    Arrivò la nonna con il contagocce e con un secchiello di latte caldo. La mamma ne portò un sorso alle labbra: - La temperatura è giusta, ma adesso vediamo se lo beve!…
    La bambina più piccola, con le guancia di fuoco e gli occhioni luminosi, aspettava in silenzio. Non aveva più sonno, ora.
    Il cucciolino, con un accenno di sbadiglio, lasciò vedere per un istante anche la sua linguetta rosea.
    - E’ proprio bellissimo! - esclamò la grande.
    Un sorriso di soddisfazione affiorò in quel momento sul volto di Maria:
    - Succhia! Succhia! Credo che si salverà. E’ un bel maschietto.
    - Ha fame, mangia. Però… trema ancora, poverino! Prepariamogli un lettino e cerchiamogli un nome. - sussurrò con tenerezza il bambino.
    - Non penserete per caso di tenerlo! - esclamò la mamma mentre già le giungeva un piccolo coro entusiasta: - Sììììì!
    Lei lo sapeva. Certo, un cucciolo come quello era il più bel regalo che nella notte incantata Babbo Natale potesse fare ai suoi bambini.
    - Speriamo che non diventi troppo grande, magari un bestione!… - si lamentò la nonna alzando le spalle.
    - Ci vorrà un collarino con un guinzaglio per portarlo fuori! - si preoccupò la nipotina maggiore.
    Poi si misero a fare proposte sul nome da dare al nuovo arrivato:
    - Rintintin, Kim, Boby, Lassie, o forse meglio…
    - E’ più carino Billy!
    - Idea! - gridò finalmente il bambino - Chiamiamolo Ricky, come il cane della mia maestra!
    L’idea piacque subito a tutti.
    La nonna sorrise, i nipotini erano riusciti a trovare un accordo senza litigare! Bruciò una pigna sul braciere ed ecco diffondersi nella stanza un gradevole profumino di incenso. In quel momento si udì il colpo di un fuoco d’artificio. Il cucciolo sobbalzò.
    - Ma voi… sapete che ore sono? - esclamò all’improvviso la vecchietta guardando l’orologio - Mezzanotte e un quarto!
    - Davvero???
    - …E i regali? Non vi dimenticherete i pacchetti sull’albero, quest’anno… - incalzò la nonna che ormai non vedeva l’ora di andarsene a letto.
    - Oh, no! Prima però… bisogna mettere il Bambinello nella grotta. - stabilì la più grande, e intonò di nuovo con ardore “Tu scendi dalle stelle, o re del cielo…”
    La piccola famiglia si raccolse contenta intorno al presepe: il bue e l’asinello erano pronti a riscaldare Gesù, gli angioletti osannavano, i Magi si avvicinavano in groppa ai cammelli guidati dalla magnifica cometa, i pastori svolgevano le loro piccole, normali  occupazioni.
    In quel Natale di gioia, anche il cuccioletto Ricky ora dormiva sazio e tranquillo nel suo caldo cestino.

    * Uno dei dolci più tipici del periodo natalizio a Napoli.

     
  • 06 dicembre 2012 alle ore 15:59
    Un cardellino... in pensione

    Come comincia: UN CARDELLINO… IN PENSIONE

    Avevo un cardellino splendido, un maschio dai colori brillantissimi. Rosso, nero, bianco, grigio, giallo, bruno-nocciola. Pensandoci bene, il cardellino è davvero il più bell’uccellino che la nostra penisola ospita!
    Era un soggetto nato in cattività, perfettamente domestico, dal canto vivace e armonioso, dai gorgheggi vari e gradevoli, accompagnati da vezzosi movimenti del corpo. Viveva in una spaziosa voliera insieme ad altri uccelli tutti di piccola taglia.
    Ogni sera, prima che sparisse la luce, volava sul posatoio più alto e di lì dominava la situazione. Si assicurava che ciascuno dei compagni prendesse il solito posto e se qualcuno sbagliava e cercava di andare a dormire altrove, il cardellino allungava il collo, apriva ripetutamente le ali e spalancava minaccioso il becco contro di lui. I più distratti erano un lucherino e una femmina di verzellino. Tutte le sere, quindi, si ripeteva nei loro confronti, la stessa scena.
    Era delizioso, con quella mascherina rosso intenso, gli occhietti vispi, e quel comportamento da… Sì, l’avevamo chiamato proprio così, scherzosamente. “Il carabiniere”.
    Un brutto giorno la porticina della voliera restò aperta e lui prese il volo. Non seppe tornare indietro e s’avventurò, attraverso i rami del giardino, verso il mondo. Fu un dispiacere per tutti e ci augurammo che almeno… non diventasse preda di qualche gatto.
    Qualche notte dopo però il “carabiniere” mi apparve in questo strano sogno.
    "Dopo avere aspettato che tutti i miei familiari si fossero allontanati, il cardellino mi chiamò sottovoce “Ida!” con una vocina perfettamente proporzionata alle sue minuscole dimensioni. E’ naturale che rimanessi sbalordita! Mi domandai se, oltre che parlare, il mio uccellino capisse. Perciò provai a dirgli: - Tu sei quello che ho portato a Milano da Napoli, o quello che è arrivato dalla strada ed è entrato spontaneamente nella gabbia?
    Lui, con un sorrisino, (solo nei sogni gli uccelli sorridono!) mi rispose: - Che pazzia! Un uccello che viene a mettersi da solo in gabbia!…
    - Ah, dunque sei quello venuto da Napoli. Allora… conoscerai la bella canzone antica che si chiama “Lu cardillo”, proprio come te.
    L’uccellino mi guardò per un po’ dicendo: - No, no, io non la conosco.
    - Te la faccio sentire, allora. E’ molto bella. - gli risposi.
    Si avvicinarono, in quel momento, mia madre e i miei fratelli. Il cardellino chiese che gli si preparasse una tendina per quando ci sarebbe stato troppo sole. Perciò, tutti noi a tagliare e a cucire stoffa per accontentarlo.
    Presto però mi allontanai dal gruppo e cominciai a cantargli col cuore pieno di nostalgia per la mia città:
    Sto crescenno nu bello cardillo
    quanta cose che l’aggio ‘mparà!…*

    Che razza di sogno! La mattina uscii presto come al solito e, camminando a piedi, mi trovai accanto ad un uomo anziano che, guarda caso, stava fischiettando proprio lo stesso motivetto. Andava a passo lento poggiandosi un po’ sì, un po’ no sul bastone. Fu come in una fiaba: mi misi a seguirlo senza sapere perché.
    Attraversò una cancellata e salì alcuni gradini. Solo allora riconobbi l’edificio. Si trattava di una Casa di Riposo non distante dalla mia abitazione.
    Aiutai l’uomo a spingere la porta a vetri e mi trovai con lui nel grande atrio.
    C’erano vecchietti e vecchiette seduti lungo le pareti, i volti annoiati e sofferenti, le mani rugose, le braccia abbandonate in grembo.
    Soltanto qualcuno era in piedi, anzi c’era un piccolo gruppo in un angolino. Si scambiavano qualche parola e ogni tanto si lasciavano sfuggire un’esclamazione.
    Ad un tratto, fra le loro voci flebili e tremanti, ne riconobbi una completamente diversa e a me ben nota. Una vocetta sonora, allegra, argentina. Rimasi di stucco. Era quella del mio cardellino! Lo riconobbi. Si trovava in una gabbia piuttosto piccola, ma sembrava contento lo stesso.
    Mi spiegarono che era capitato in giardino due giorni prima. Lo aveva trovato un’assistente e lo aveva “acchiappato” a fatica, ma in tempo utile, prima cioè che qualcuno dei micioni sempre presenti nel viale gli facesse fare una brutta fine.
    - Lo abbiamo adottato! - disse ridendo l’uomo che aveva fischiettato per strada il motivo.
    - E’ un cardellino. - mi spiegò una bella signora dalla capigliatura argentea.
    Un vecchino dagli occhi azzurri quasi trasparenti aggiunse sorridendo: - Per lui siamo tante mamme e papà. Non abbiamo altro da fare. Almeno… ci rallegra un po’. - e alzò le spalle.
    - …Si chiama Pachito. - terminò un’anziana signora alta e raffinata avvicinandosi lentamente e indicandomi, sotto la gabbietta, una scritta che recava quel nome.
    Anch’io mi ero avvicinata di più e fissavo l’uccellino, ancora sbalordita.
    - Sapete, io ci parlo assieme… lui mi dice delle parole… - mi spiegò una signora dal viso affabile che mi ricordava quello di una vecchia fata.
    - Cipì, cipì… - lo vezzeggiava un’altra. Le domandai: - Ha una bella voce quest'uccellino, vero?
    - Come la tua. - mi rispose.
    Mi sembrava tutta una magia e naturalmente non ebbi il coraggio di svelare la verità.
    Ora il mio cardellino non deve tenere più a bada i colleghi della voliera. Non gli serve più fare il “carabiniere”.
    Ormai è in pensione, ha cambiato casa e ha cambiato nome ma, grazie a lui, quei vecchietti si sentono un po’ meno soli.

    * Sto allevando un bel cardellino, quante cose gli devo insegnare…(Canzone d’amore napoletana del 1849, versi attribuiti ad Ernesto Del Prete, musica a Pietro Labriola)

     
  • 29 novembre 2012 alle ore 18:55
    Lingue di fuoco

    Come comincia: Non era stato il falò del solito contadino imprevidente, questo sembrava certo. Per più giorni si cercò di indagare ma, come spesso accade, non si riuscì a scoprire la vera causa di quel disastro.
    Era partito nel primo pomeriggio, qualcuno lo aveva notato in un punto della pineta, già a metà costa, e subito aveva dato l’allarme.
    Cominciava a snodarsi agile tra le erbe alte, la sterpaglia e il sottobosco. Poi… l’incendio era divampato rapido in tutto il suo furore.
    A distanza di ore, lingue ardenti serpeggiavano ancora lungo la collina a diverse altezze e ormai… cercavano di ingoiare anche gli alberi più maestosi. Prima un lieve odorino di resina, piuttosto piacevole, poi puzzo soffocante di brace e di carbone.
    Alimentato dal vento, il fuoco si propagò spietato verso est. Stormi di uccelli impazziti provenivano da quella direzione. Lanciavano disperati richiami. Tentavano di mettersi in salvo e forse ci sarebbero riusciti. Ma gli uccellini più piccoli, e quelli ancora intenti a covare le uova nei nidi, o ad allevare la prole… E poi, quelli còlti di sorpresa e già accerchiati da tutte le parti… come avrebbero fatto? Sarebbero rimasti sepolti nel rogo.
    A quelli pensavo con profondo dispiacere. Provavo una stretta al cuore. E mi venivano in mente tutti gli animaletti più flemmatici, più impacciati, più indifesi del bosco: gli insetti leggeri, le lucertole nascoste nelle fessure, i timidi coniglietti selvatici, e i ricci…
    I ricci! Per loro era certamente la morte, lentissimi com’erano tanto da finire molto spesso schiacciati dalle auto. Erano le vittime preferite della strada, quelli che maggiormente pagavano il progresso. Durante l'estate, di mattina, si trovavano a decine sull’asfalto: accecati dai fari durante le ore notturne non avevano trovato scampo. A nulla erano valsi i loro dorsi irti di aculei! Come difendersi? L’auto è veramente la maggiore nemica dei ricci. Può compiere stragi.
    Insensibili a molti veleni, capaci di combattere perfino con le vipere, eccoli ora di fronte a un nuovo pericolo. Quanti di essi sarebbero stati annientati da quelle terribili fiamme?…
    Si fece sera. Mentre preparavo le valigie, vedevo dalla vetrata del balcone un pino letteralmente avvolto dal fuoco, come un rosso fantasma, la sua folta cima bruciava, mandava fumo, sprizzava scintille. Il tronco infine si piegò, crollò.
    In pochi minuti spariva una splendida creatura. Era stata allevata dalla Natura con amore per chissà quanti anni! E ora…
    Scoppiarono alcune pigne fiammeggianti. Aghi infuocati partirono, ahimè, per colpire nuove zone. 
    Quel mostro furibondo non si calmava, non lasciava tregua al bosco, anzi sembrava vanificare la fatica degli uomini accorsi per domarlo. I volontari prima, e ora anche i vigili del fuoco. Tutti all’opera. Giungevano fino a me voci disperate, urla e richiami.
    Ecco, una parvenza di tregua? No. Un bagliore rossastro, e in un attimo riprendeva più vigoroso di prima. Bisognava ricominciare tutto daccapo. Aprire varchi. Il cielo aveva cambiato colore. Il mondo andava in rovina.
    Suonarono alla porta. Erano Lorenzo e Toni, due ragazzi che dedicavano tutto il tempo libero a organizzare escursioni naturalistiche per l’isola. Durante le passeggiate, coglievano anche la minima occasione per fornire informazioni su questo o quell’animale, su questa o quella pianta, e contribuivano con tutta l’anima a educare la gente al rispetto per l’ambiente. Ce ne vorrebbero tanti di ragazzi come loro.
    Lorenzo e Toni venivano dal luogo dell’incendio.
    - E’ una vera rovina. - dissero - Non avevamo mai visto niente di simile: se le fiamme non saranno domate o almeno isolate, si rischia lo sgombero di tutte le abitazioni più vicine. 
    Prima che potessi dire la mia, mi mostrarono una borsa di tela.
    - Guarda, credo che ti interessino. - continuò Lorenzo - Erano tutti e due sul sentiero, abbiamo pensato di portarteli. In mezzo a quel putiferio, povere bestie, non avrebbero avuto scampo, mentre con te… sappiamo che sono in buone mani!…
    - Questo sì… è vero, grazie. Solo… che… domani mattina parto, ho l’aereo alle sette per Milano.
    I due amici si guardarono non sapendo cosa fare.
    Io conoscevo i ricci soltanto attraverso le illustrazioni dei libri e qualche documentario.
    Guardai quelle due pallottole spinose e ne raccolsi una. Aveva un colore grigio giallastro, mentre l’altra era marrone e molto più scura. Il riccio era abbastanza pesante e non manifestava nessuna voglia di aprirsi. Sarebbe stato bello vederlo, così da vicino, con il suo grazioso musetto aguzzo e la sua caratteristica “pettinatura” a spazzola! Intanto… mi piaceva molto il suo odorino di selvatico.
    Lo rimisi delicatamente insieme al compagno.
    - Va bene, ora mi organizzo. Ci penso io. Domani stesso li porterò nel giardino di mia sorella. Là credo che staranno benissimo.
    Lorenzo e Toni tornarono di corsa a prestare la loro opera come volontari. Non c’era tempo da perdere.
    Liberai le due bestiole nella stanza da bagno, chiusi la porta e completai velocemente le valigie. Andai a letto più presto del solito. Ormai non ero più preoccupata per i ricci, il trasporto sarebbe stato semplicissimo e in fondo, anche per loro, si trattava solo di un’oretta di volo…
    Durante la notte fui svegliata improvvisamente da qualcuno che picchiava sulla porta. In pochi attimi mi resi conto che il rumore proveniva dal bagno, sembrava un esercito di disperati che si accalcava su quella porta. Erano i ricci. Battevano sul legno con tutta la potenza delle loro zampine, graffiavano con le loro forti unghiette, era come un frastuono stonato prodotto da tamburi, un fracasso di cavalli ubriachi al galoppo.
    Mi ricordai che i ricci hanno abitudini notturne, opposte quindi alle mie che amavo concludere le giornate presto e svegliarmi, magari, alle prime luci del giorno.
    Pensai che avessero fame, quindi portai loro un piattino con il latte, poi richiusi la porta. Neanche per sogno. Ripresero immediatamente con quel comportamento chiassoso, con quell’infernale baccano. Dormii davvero poco.
    All’alba sentii il rombo di un aereo, vidi che si abbassava più volte sul mare per raccogliere acqua e, dopo un istante, la scaricava sulla zona dell’incendio.
    La scena ormai era desolante: un’enorme macchia nera si apriva là dove fino a ieri spiccava il bel verde dei pini.
    E intanto… gli ultimi tizzoni ardenti erano ancora duri a morire!
    Cominciava a cadere una pioggerella leggera. Mi piangeva il cuore a lasciare così, con quella immagine, il bellissimo luogo delle mie vacanze.
    Per fortuna c’erano i due ricci a tenermi, si fa per dire, allegra. Tutto il tragitto si trasformò in una specie di combattimento fra loro, che tentavano in tutti i modi di uscire dalla borsa di tela, e me, che dovevo ricacciarli continuamente giù affinché non scappassero nel taxi prima, e nell’aereo più tardi…
    Finalmente arrivai a casa. Liberai i ricci, questa volta in cucina. Lasciai loro una ciotolina di latte, e corsi a salutare mia sorella che abitava a soli cinquecento metri di distanza. Volevo darle subito la bella notizia che la sua famiglia di animali stava per arricchirsi! Avrebbe dovuto solo controllare che la recinzione del giardino non desse ai ricci la possibilità di fughe pericolose in strada.
    Quando tornai a casa era già buio. Accesi la luce in cucina e rimasi senza fiato: uno dei due ricci si fermò di colpo mentre leccava  una goccina di latte e guardò verso di me coi suoi occhietti brillanti ma un po’ pensosi come quelli di tutti i ricci. L’altro, con cammino pesante, si andò a rifugiare dietro un mobiletto; e sul pavimento… lì, proprio in mezzo alla stanza… tre esserini coperti di aculei biancastri come di plastica o di gomma chiamavano la mamma con una vocina acuta e stridente.
    Almeno uno dei due ricci, quindi, era femmina. Quante emozioni proprio appena prima del parto! il pauroso incendio, quelle strane case con i pavimenti freddi e lucidi e, più ancora, il volo ad oltre novemila metri d'altezza…
    I piccoli comunque stavano bene.
    Spensi la luce e corsi da mia sorella a portarle il nuovo, strabiliante annuncio.

     
  • 17 novembre 2012 alle ore 16:14
    Il gatto di Leningrado

    Come comincia: La notte fra l’11 e il 12 agosto 1988 feci vari sogni, interrotti da rumori insoliti. Mi trovavo in un albergo piuttosto movimentato a Leningrado, in attesa di proseguire per Mosca.
    La mattina raccontai a Domenico uno dei sogni, quello che più mi turbava: un cane stava per inghiottire un uccellino e io provavo una gran pena dovendo assistere alla scena senza poter far niente.
    Certo non immaginavo che, poco dopo, mi aspettava un’esperienza abbastanza simile al sogno.
    Uscimmo a fare due passi lungo la Neva. Vedemmo un gattino rotolarsi stranamente sull’asfalto e sparire in un baleno dentro un buco del marciapiede. Riapparve dopo un istante, ma sparì di nuovo. Pensammo che forse, non essendo abituato alla vita di strada, fosse stato colto di sorpresa da tutto quel traffico. O, chissà, magari era stato addirittura investito da qualche auto…
      Mi affacciai per curiosità in corrispondenza del buco e scoprii che il gatto, di lì, aveva rischiato di finire dritto nel fiume. Per fortuna però era riuscito ad aggrapparsi ad un pilastro del ponte. Doveva essere terrorizzato, e da quella scomoda posizione guardava verso l’alto.
    Non si poteva farlo annegare! Ci voleva un appiglio, magari una fune alla quale permettergli di afferrarsi.
    Sopraggiunse una signora anziana, italiana anche lei, ma appartenente a un altro gruppo di turisti. Fu colta da una gran pena per l’animale. Le sembrava di avere in camera una cordicella, ma non ne era certa. Le raccomandai di tornare il più presto possibile. Il gattino infatti non avrebbe potuto resistere a lungo in quella posizione tanto precaria.
    I minuti erano preziosi. Chiamai un ragazzo che si stava allenando a correre lungo il fiume. Lui guardò giù, ma a gesti mi spiegò che non poteva farci niente.
    Lì vicino c’era un cantiere. Ci poteva essere materiale utile, ma come fare? Mi rivolsi a un altro passante che mi fece capire di aver fretta. Però, impietosito, quando gli mostrai il cantiere, ci andò di corsa con Domenico.
    Nell’attesa, pensai che avrei potuto salvarlo a nuoto… quel povero micino! Avevo sempre avuto ottima dimestichezza con l’acqua, la corrente sembrava minima, agevole il punto da cui tuffarsi. Ma fu un pensiero lampo: non mi andava di fare uno spogliarello in quel centro cittadino così frequentato e per giunta in un paese straniero, né di bagnarmi in quell’acqua verdognola e certamente inquinata.
    Intanto il micino aveva cominciato a lamentarsi come cercando aiuto. Per fortuna arrivavano di corsa il passante e Domenico con una lunga tavola da impalcatura. L’abbassarono con cautela dal parapetto verso il punto dove era situato il gatto. Ma ahimé… lui, ancora più spaventato di prima, lasciò la presa, scivolò lungo la parete fino all’acqua, e si allontanò verso il centro del fiume con un tentativo di nuoto.
    Ero disperata, mi sentivo un’egoista per non essere stata capace di tentare il salvataggio quando era ancora possibile. Ormai non c’era davvero più niente da fare! Cercai di chiamare il micetto verso la riva, di attirare la sua attenzione, ma inutilmente. Diverse persone impietosite si erano fermate a guardare la scena.
    Tornava di corsa anche la signora italiana tirando fuori dalla borsa, invece della cordicella, una serie di calze di nylon bene annodate fra loro. Ma il gatto era sempre più lontano.
    Lungo la riva era ormeggiata una piccola imbarcazione completamente coperta da un telo. Fin dall’inizio avevo pensato che sarebbe stato il mezzo più adatto per tentare quel salvataggio. Ma di chi era? A chi rivolgersi?
    Mi accorsi all’improvviso che, arrivato chissà da dove, un uomo era montato proprio su quella barca. Corsi a mostrargli il gatto ma lui, con un gesto di impazienza, mi fece segno che già lo sapeva. Dunque, qualcuno doveva averlo chiamato.
    Ritornai a puntare gli occhi sul gatto senza però trovare la forza di tuffarmi. Ormai non ce la faceva più, nuotava senza direzione girando rapidamente su se stesso. Ogni tanto la testa affondava sott’acqua, poi, miracolosamente, riaffiorava…
    Tornai dall’uomo della barca supplicandolo a gesti di far presto. Lui intanto aveva già tolto l’ancora, ma aveva difficoltà a liberare la barca dal telo e quindi non poteva avviare il motore.
    Guardai di nuovo il povero “naufrago” sempre più scontenta di me. Anche la signora italiana era lì piangente. Diceva: - Ormai non ce la fa più, ormai annega…
    Accanto a noi c’era una giovane donna vestita di nero, piuttosto elegante, che si copriva gli occhi con le mani. Era vero: il gatto sollevava la testa sempre più raramente.
    Intanto la barca era partita a remi. I secondi sembrarono un’eternità, ma eccola raggiungere il gatto. L’uomo si sporse e lo raccolse accarezzandolo. Il povero animale vomitò una grande quantità di acqua e si aggrappò disperatamente a una fune che trovò sull’imbarcazione.
    Alcuni di noi si avvicinarono. Il gatto piangeva, era bagnato fradicio e aveva la pancia gonfia. A quel punto la signora vestita di nero mi gridò: - Madame, à l’hotel!…
    Io presi il gatto accarezzandolo. Attraversammo la strada. Seguii la bella signora fino all’atrio di quell’albergo e poi nell’ascensore. Lei sparì per un attimo, tornò con un asciugamano e avvolse l’animale stringendolo al petto.
    Le chiesi in francese se il gatto fosse suo. Forse è stata lei, pensai, a chiamare l’uomo della barca. All’approdo aveva tentato anche di dargli una mancia, ma lui l’aveva rifiutata.
    Mi rispose che il gatto non era suo.
    Fuori mi aspettava la signora italiana. Doveva scappare perché il suo pullman era in partenza, tutti i passeggeri erano già saliti. Era emozionata. Mi disse “speriamo che viva”, mi spiegò che lei era veneta e aggiunse “siamo di posti così diversi, ma tutti uniti per salvare una povera bestiola!”.
    Mi sentivo molto affaticata, ma ora contenta.
    Due giorni dopo andai a chiedere notizie del gatto in albergo. Non ebbi la fortuna di incontrare la signora che parlava così bene il francese. E col russo, si sa, è tutta un’altra cosa!
    La lingua era difficilissima e non riuscivo a far capire la parola “gatto”. Tentai col francese e con lo spagnolo. Non conoscevo altre lingue. Anzi…
    Ricorsi prima a un “miao”, poi a una serie di gesti di cui i napoletani come me sono maestri. Capii che finalmente avevano afferrato la “storia” del gatto e allora… ebbi un altro lampo di genio.
    - Caput? -  pronunziai. Chissà come e quando avevo imparato il significato di quella parola! Forse durante qualche vacanza all’estero, ma mi fu davvero molto utile.
    Mi risposero subito di no. Capii che non era morto. Sorrisero con aria rassicurante aggiungendo una breve frase. Intuii che il gatto poteva essere tornato dalla padrona.
    Non sapevo se fosse proprio così, se fosse esattamente ciò che avevano cercato di spiegarmi, ma ero felice. Il gattino era sopravvissuto!

     
  • 05 novembre 2012 alle ore 21:28
    Le belle famiglie

    Come comincia: Elisa si incamminò verso la palazzina in fondo al viale, dove era vissuta fino a cinque mesi prima.
    Come al solito non era stato difficile parcheggiare. I ciliegi giapponesi erano già fioriti lungo tutto il marciapiede. I leggeri soffi della primavera nascente, a quell’ora di sera, le facevano provare una sensazione di freddo, qualche brivido... O forse era solo la situazione, o magari un po’di nostalgia. No, nostalgia quasi per niente. Ma il senso del tempo passato, questo lo avvertiva! Aveva lasciato lì anni della sua vita che nessuno le avrebbe mai restituito. Chiunque, al suo posto, avrebbe provato una certa emozione. Era del tutto normale.
    Elisa si sistemò i capelli lunghi e sottili appena lavati, esitò un istante e suonò il citofono.
    -  Sì, chi è?
    - Sono io, sono venuta a ritirare la gabbia. Puoi portarmela un momento giù?
    - Ma no, che dici… sali tu. Sono solo, non ti preoccupare. Dai, due minuti!… Parliamo un po’.
    Elisa giunse al sesto piano. La porta era socchiusa, ma dietro l’uscio c’era già Amos ad aspettarla.
    - Avanti. Oh, come sei elegante! - l’accolse con gli occhi lucidi - E che bei capelli! Li hai schiariti un po’, vero? Ti trovo veramente bene.
    Lei sorrise e avanzò piano verso il soggiorno. Si avvicinò a una grande gabbia nella quale una vivacissima gracula religiosa saltava molleggiandosi da un posatoio all’altro, sbatteva le ali quasi come se riconoscesse l’ospite e perciò le facesse festa.
    Il grosso volatile si mise subito a gridare il proprio nome “Giacomino” passando repentinamente da toni gravi e seri a vocine acute e perfino… Sì, si poteva dire perfino vezzose. Com’era buffo e simpatico! Quelle strane variazioni vocali erano state sempre la sua principale abilità, motivo di curiosità e di ammirazione da parte dei conoscenti.
    All’improvviso Giacomino scoppiò addirittura a ridere.
    - E’ sempre bravo. - disse Amos - E' proprio la tua risata! Ti ricordi che divertimento quando ci provò la prima volta? Dopo averti sentita ridere con le amiche tutto il pomeriggio, lui aveva imparato alla perfezione. E ti confesso che, quando fa così, mi sembra di averti ancora in casa… - aggiunse sottovoce e ostentò un sospiro.
    Elisa ricordava quell’episodio con esattezza. Si avvicinò all’uccello e gli sussurrò “ciao”. E lui si affrettò a ripetere più volte “ciao, ciao, ciao”, una delle numerose parole che conosceva, che caro! con accenti che oscillavano fra la sorpresa e la tenerezza.
    - Mi dispiace, ma ho dovuto avvisarti. Sono troppo impegnato… E’ un animale che richiede cure e pulizie, io non ho tempo e poi… da quando non ci sei tu… non sono mai in casa. Perciò, come ti dicevo per telefono, non posso…
    - …Lo terrò volentieri io. - interruppe Elisa e fece per prendere la gabbia.
    - No, che fai? Pesa troppo… lascia stare… ci vorrà un attimo, dopo ti accompagno fino alla macchina. Su, siediti un po’… facciamo due chiacchiere, o hai fretta? Ti faccio assaggiare un vino speciale che mi ha portato un amico dalla Sicilia. Ti va?... Allora, dimmi, come stai?
    - Bene. - rispose Elisa e andò a sedersi su una poltrona.
    - Io no…
    - Perché? Che cos’hai?
    - Niente, mi è seccata molto questa faccenda…
    - Quale faccenda?
    - La tua. Che tu te ne sei andata, che hai lasciato la casa quella sera stessa… - spiegò Amos mentre si avviava verso la cucina.
    Durante la sua assenza Elisa lanciò un’occhiata fuggevole intorno. C’era il solito arredamento, tutti i quadri che lei stessa aveva dipinto con tanta ispirazione, qualcuno degli oggetti che avevano ricevuto quattordici anni prima, lei e il marito, come regalo di nozze. Non si notava nessuna modifica, come invece la presenza di un’altra donna in quella casa le aveva fatto più volte immaginare.
    Amos tornò con due bicchieri di vino dal bel colore rosso-arancio e andò a sedersi sul divano, di fronte a lei.
    - Hai visto? Non è cambiato niente. Ogni cosa è al suo posto. Guarda qua… perfino nei cassetti!
    Elisa abbassò lo sguardo: effettivamente, nel cassetto semiaperto del tavolino, c’erano alcune cartoline che lei aveva conservato lì proprio uno degli ultimi giorni!
    - Questa è ancora la tua casa. Puoi tornare quando vuoi.
    - Questa non è più la mia casa dalla sera della tua “cenetta intima”. Hai dimenticato? Avevi preparato per lei una tua specialità, non ricordo quale… Eravate proprio lì in cucina. In casa mia. Quante bugie mi avevi sempre raccontato! Se ti rivolgevo domande, mi rispondevi “non sono affari tuoi”. Mi rimproveravi di essere gelosa per niente, dicevi che mi sognavo le cose, che avevo troppa fantasia… E poi mi gridavi “sei fissata, tu sospetti per tutto, fatti revisionare il cervello”… Te lo ricordi, sì o no?
    - Sì, sì, comunque sei stata tu ad andartene. Te lo avevo detto che sarebbe stata solo questione di tempo. Dovevi aspettare! Prima o poi sarebbe finita, anzi… è già finita. Ormai ci vediamo sì e no… E tutto questo solo perché il suo ragazzo l’aveva lasciata! E così… si era attaccata a me…
    - Troppo comodo, che pretese! Aspettare!… - si ribellò Elisa.
    - Sei sempre drastica. - ribatté Amos con una smorfia di rabbia, poi riprese: - Si capiva che non poteva durare: lei diciotto anni, figurati… All’inizio, va tutto bene, ma poi… Che cosa si può dire, secondo te, una di quell’età con un uomo di trentanove? Ammetti piuttosto che non t’importava troppo di me, visto che mi hai lasciato senza pensarci tanto…
    - Amos, tu lo sai da quando mi hai conosciuta… Non eri il mio più grande amore, te lo avevo detto subito, però…
    - Magari… non ero abbastanza alto per te!
    - No, che dici! Forse…troppi muscoli. I miei alunni ti avevano soprannominato “Maciste”, ti ricordi? - scherzò Elisa - Insomma, è vero, non c’era stata subito quell’attrazione che…
    - E allora, perché mi hai sposato?
    - Perché tu allora eri diverso. Dicevi che i miei occhi erano “pezzettini di cielo”. Mi ripetevi “Ma tu lo sposeresti uno come me? Io non ti merito!” Queste frasi dette da te con le lacrime agli occhi, da te dall’aspetto forte, un culturista! mi avevano commossa, mi avevano fatta sentire desiderata e sicura, mi ero illusa che così mi avresti aiutata a dimenticare un fidanzamento finito da poco... Avevo solo ventidue anni, poca esperienza, problemi di famiglia alle spalle. Lo so, forse ho sbagliato anch’io… eppure per me il matrimonio era già una cosa seria. Quando ci sposammo e indossai l’abito bianco con quel lungo velo candido, mi guardai allo specchio e pensai: peccato! da ora non potrò baciare più altri uomini… Ti faccio ridere? E’ vero, ero disposta a tutto, ti avrei rispettato, immaginavo che ti avrei voluto bene, e così è stato. Avrei potuto innamorarmi in seguito. Ero convinta che anche tu saresti stato un bravo marito, perciò ti ho sposato, che illusione! Invece…
    - Invece? - cercò di difendersi Amos.
    - Invece, fin dall’inizio, mi dicevi  “esci, fai quello che ti pare, non mi interessa sapere niente!” Sai… ero così giovane, mi sentivo indesiderata e ingannata, sono state poche le parentesi felici con te. Anch’io ho avuto altre “occasioni”, come le chiami tu, ho conosciuto persone che mi piacevano, per le quali stavano per nascere sentimenti forti… L’amore era in agguato, ma ho saputo resistere. Certo… perché uscivo spesso da sola ed era proprio quello che poteva succedere, dovevi immaginarlo… Però non avrei distrutto il nostro matrimonio, capisci? E poi… la tua storia con quella… Anna, si chiama così? non è stata l’unica e lo sai benissimo, ma tu eri capace sempre di lasciarmi nell’incertezza, finché…
    - …Hai proprio il vizio di ricordarti tutto. - interruppe lui con un sorriso sprezzante - Hai deciso quindi di vivere sola? E’ brutta la solitudine, sai…
    - Se è per questo… la solitudine l’ho conosciuta anche con te, per tanti anni, quando tornavi tardi e non riuscivo a prendere sonno. Allora… mi aggiravo per casa come un automa. Giacomino sonnecchiava, e durante quelle lunghe notti era la mia unica compagnia. Io me ne stavo per ore davanti al balcone cercando di riconoscere nel buio, lungo il viale, fra le tante macchine che passavano, la tua. I tuoi fari, un tuo segnale, magari un colpo di clacson… ma niente. Il traffico poi rallentava sempre più, non restava che qualche automobile sperduta. Vedevo spegnersi a poco a poco i televisori nei palazzi di fronte… con quella loro luce fredda e azzurrognola: centinaia di famiglie se ne andavano a letto… Io aspettavo fino alla fine, e quando rientravi avevi sempre la tua giustificazione pronta: i conti in ufficio non tornavano, un cliente aveva contestato l’ultima consegna, il campionario degli abiti non era pronto, la riunione era stata più lunga del previsto, ti avevano fermato i vigili, avevi forato, c'era il solito incidente davanti, avevi dovuto accompagnare un ferito all’ospedale… Così per anni… Ora so che ti interessava solo il sesso, altro che sentimenti! Eri un collezionista, tu vivevi di avventure…
    - Ora non esagerare! - commentò con un mal celato senso di compiacimento.
    - …Io accettavo le tue scuse. Non potevo fare altro. Le accettavo a volte… solo per il sonno e la stanchezza. Ma ancora di più per l’esigenza di credere in qualcuno… O, anche, perché il giorno dopo, come sai, un lavoro di grande responsabilità mi aspettava e io avevo il dovere di riposare almeno un po’. I bambini avevano bisogno di me. “Maestra, maestra…. “ chi mi chiamava di qua, chi di là, che gioia! Io ero il loro punto di riferimento, me li avevano affidati perché li aiutassi a crescere, perché li educassi. E io… lo facevo con amore. Ora l’insegnamento mi manca, il lavoro di direttrice è arido… Spesso, chiusa nel mio ufficio, mi sento isolata…
    - Oh, i bambini, i bambini! - sbuffò Amos - E’ fin troppo quello che hai dato alla scuola! Piuttosto, tornando al discorso… Perché… forse ora non sei ancora più sola?
    - All’inizio sì. In effetti, quando sono andata via di qua così mi sembrava. Però… finalmente ero riuscita a dire “basta” alle amarezze, al dubbio, al sospetto… Avevo riacquistato la mia dignità. E’ vero, i primi tempi la sera tornavo nella mia nuova casa e avvertivo la presenza delle due famiglie accanto, un odore appena percettibile della cena, poi… qualche rumore di stoviglie attraverso le pareti, qualche sedia spostata, ma soprattutto le voci… Le voci. La mia casa invece era vuota e silenziosa. Io… non aspettavo nessuno. E intanto… si avvicinava Natale. Voi due eravate insieme, a questo pensavo, magari andavate a fare gli acquisti, allegri e spensierati. E che ve ne importava della mia solitudine e della mia angoscia?
    - …E allora, vedi? - la interruppe Amos - Vuoi rischiare di rimanere così, voglio dire… sola per tutta la vita? In fondo… se insisto lo faccio per te. Ormai non sei più una ragazzina. Una donna di trentasette anni non la vuole più nessuno… Torna a stare qui. O hai pensato ancora di andartene a Napoli?
    Elisa capì che stava tentando di spaventarla e di ricattarla, lo conosceva bene.
    - Con i momenti che ho attraversato, ho dovuto ripiegare: non potevo rischiare di trovarmi sola a Napoli! In fondo ci manco da tanti anni, le mie amicizie ormai le ho qui…
    - Avresti potuto rifartele a Napoli.
    - Ora, poi… è già diverso… Ora… qui… mi interessa una persona.
    - E’ sposato?
    - No. Sai che non mi metto con uomini sposati. Perché rovinare una famiglia? Lui… non si è mai sposato, non facciamo male a nessuno. Sto vivendo un periodo felice. E’ solo l’inizio, ma va bene, e soprattutto… c’è intesa e c’è stima reciproca. Il futuro non mi preoccupa più, tanto… non esiste certezza di niente! Voglio finalmente imparare a vivere alla giornata… - e con un lampo improvviso aggiunse: - Sai, a proposito? Sono stata tre giorni a Napoli con lui…
    - A Napoli? E perché? Forse questo tizio è di Napoli?...
    Amos non le lasciò il tempo di rispondere “no” e riprese:
    - Ti ricordi invece quando ci siamo stati insieme noi due l’ultima volta?
    - Certo. Mi ricordo che allora il sogno di tornarmene nella mia città si stava quasi avverando, il mio esilio sembrava terminato. Io e te stavamo cercando di comprare lì una casa bella, magari antica, da dove si vedesse il mare, con le persiane verdi, e luminosa… Io avevo bisogno di luce, avevo bisogno di sole! Volevo una casa un po’ come quella che avevo lasciato quando mi ero trasferita a Milano per seguire i miei. E tu sembravi così convinto! Mi dicevi “mettiamo i soldi da parte per questo progetto, io a Napoli ci vivrei tutta la vita”… E me lo avevi detto fin da quando mi avevi conosciuta. Te lo ricordi? Del resto, anche tu avevi lasciato il tuo paese al sud e avevi sempre un po’ di nostalgia. All’inizio mi avevi fatto leggere una tua poesia sull’Ofanto assetato d’estate… Tu mi potevi capire…
    - E come! - interruppe Amos schiarendosi la voce e cercando di nascondere un po’ di commozione.
    Elisa pensò che da diversi anni lui le aveva fatto versare lo stipendio sul conto. “Quelli non si toccano, quelli serviranno per comprare la casa a Napoli”. E lei ci aveva creduto, aveva messo da parte i suoi soldi ma, quando lo aveva lasciato, in banca non aveva trovato che trecentomila lire! E così con l’enciclopedia tanto necessaria per i suoi lavori, e così con i quadri… Ormai li aveva perduti! Non aveva più niente, aveva ricominciato tutto daccapo, con una casa vuota.
    Però non disse nulla, non aveva voglia di ricominciare con le discussioni.
    - Elisa, ti ricordi quando, i primi tempi, ti chiamavo “sangue vesuviano”? Sembravi un vulcano attivo, davvero, piena di energie, incredibile… Mia madre, quando ti aveva conosciuta, mi aveva detto “quella ragazza mi piace, ha gli occhi che parlano”… Del resto… sei sempre carina come allora…
    Elisa non si curò del complimento e riprese il discorso:
    - Non so se ti ricordi un particolare. Una mattina, sempre a Napoli, stavamo aspettando un pullman. Un vecchio quasi cieco ci pregò di avvisarlo se fosse passato il 121, doveva tornare a casa. Poi ci raccontò che da giovane era stato cantante e, come per ringraziarci, intonò quella bellissima canzone… E pensare che tu… allora… eri già… Avevi già un’altra. Che cosa fai, sorridi?… Perché? Oh, quando sorridevi così, in quel modo ironico, mi facevi tanta rabbia. Sai? Non riuscivo a sopportarti…
    - …Quale canzone? Non me la ricordo… - finse Amos.
    - Era de maggio… e te cadeano ‘nzino a schiocche a schiocche li ccerase rosse. Fresca era l’aria e tutto lu ciardino addurava de rose a ciento passe. - cominciò a cantare lei con voce sottile, ma si fermò dopo pochi versi, deglutì e aggiunse:
    - Bella canzone, quanto mi mancava la musica della mia città… e pensa… era proprio il mese di maggio!… Quanta malinconia in quei versi di Salvatore Di Giacomo... Poi continuò:
    - Era de maggio, io no, nun me ne scordo…
    Bruscamente la conversazione fu interrotta dal suono del campanello. Amos si alzò di scatto come contrariato. Sbuffò e brontolò fra i denti: - Aveva detto che non sarebbe venuta stasera!… Questa non è mai precisa e poi… che modi… ora non suona neanche più il citofono! Troppa confidenza, ma la colpa è mia.
    Si avviò rapidamente verso la porta, mentre Elisa diceva “io vado via subito…” e si avvicinava alla gabbia per portarla via.
    Guardò l’uccello appisolato: - Ecco, vedi? Quando si sfasciano le famiglie ci si dividono perfino i figli! Ma vedrai che staremo di nuovo benissimo insieme, Giacomino...
    L’uccello stiracchiò buffamente prima un’ala, poi un’altra, mentre Elisa si sganciava e si riagganciava il fermacapelli: che disagio, che situazione incresciosa! Avrebbe dovuto immaginarla una possibilità del genere… Una volta tanto nella sua vita non era stata previdente! Ora doveva uscire presto con quella gabbia pesante… e in più… senza sollevare lo sguardo.
    Ma intanto… dal corridoio giungeva stranamente una voce maschile sconosciuta e piuttosto trafelata:
    - Speravo di finire prima… Signori, scusate per l’orario. Si sa, non è dei più comodi! E’ quasi ora di cena, è proprio il momento in cui le famiglie possono stare un po’ tranquille insieme, magari dopo una giornata pesante di lavoro…
    Elisa tirò un sospiro di sollievo e alzò lo sguardo: seguìto da un chierichetto, un anziano sacerdote entrò in soggiorno e posò frettolosamente un’immaginetta sul tavolo.
    - Buona sera… - salutò Elisa.
    - Buona sera, signora, sono il nuovo parroco. Cosa vuole… il palazzo è così grande e bisogna pur dire due parole ai fedeli! Mi restano ancora tre piani di sopra. E poi, domani…
    In quel momento si sentì aprire la porta d’ingresso… Quando fu nel soggiorno si bloccò: ormai non c’era più niente da fare per tornare in corridoio, o uscire, o sprofondare. Anna, questa volta era proprio lei, restò impacciata e immobile sulla soglia…
    - Oh, che bella famiglia! - commentò pronto il sacerdote e, rivolgendosi direttamente alla ragazza, le disse: - Giusto in tempo anche tu per la benedizione pasquale, cara figliola.
    Lei fece uno sforzo per sorridere e il parroco incalzò: - Quanti figli siete? Hai altri fratelli o sorelle?
    Anna, solo con un indice, il volto inespressivo, celando l’imbarazzo, fece cenno di no.
    A quel punto il sacerdote levò lo sguardo, si sistemò meglio la stola, socchiuse gli occhi, si fece il segno della croce: - Vi benedico nel nome del Padre…
    Poi incitò di colpo, ma benevolmente, il bambino che lo accompagnava. - … Su, su! - Gli scompigliò i capelli e: - Dai, Mariolino, ormai hai imparato come si fa, no?
    Il chierichetto, evidentemente inesperto, arrossì e si decise a far oscillare pian piano l’aspersorio.
      A quel forte profumo di incenso, di chiesa, Elisa avvertì un senso di benessere, quasi di pace, come non le capitava da anni. Ormai non provava più il rancore dei primi tempi, la tempesta era passata, quella triste parentesi della sua vita si era conclusa. E poi… ora aveva tanta dolcezza nel cuore. Era innamorata. Non voleva sapere davvero quanto tempo sarebbe durata quella grande gioia. Oh, non le importava! Doveva ritenersi già fortunata che le fosse accaduto di nuovo… Che l’amore avesse trovato ancora posto nel suo cuore. Che tristezza invece se la sua vita si fosse conclusa così, col perenne ricordo di quel fallimento…
    Finalmente sentiva che qualcuno l’amava, perciò trascorreva le ore che precedevano gli incontri… a danzare. Sì, a danzare nella sua nuova casa, da sola… A danzare leggera, al suono delle musiche più belle che sceglieva pensando a lui, a Domenico! Ora non c’era più il vuoto dei giorni e delle notti. Le sembrava di essere tornata indietro nel tempo, si sentiva addirittura un’adolescente con quella musica! E allora danzava, danzava esprimendo il suo amore, il suo desiderio, la sua felicità. Tutto era nuovo e splendido in quella primavera che stava per arrivare.
    - Su… adesso salutiamo. - disse il sacerdote al chierichetto timido, e continuò sotto voce distrattamente: - Quindi… domani pomeriggio ci restano ancora tutta la scala C e la D… 
    Poi, come ritornando improvvisamente alla realtà, aggiunse:
    - Arrivederci, e… complimenti per la famiglia. Com’è difficile oggi trovarne così, coi tempi che corrono! Ora è tutto un disfacimento, non esistono più certi valori… Che volete, io lo so… Io purtroppo conosco tante di quelle situazioni!… Ma… guardateli un po’, - esclamò scherzosamente alla fine, rivolgendosi ad Amos e a Elisa - guardateli! Sembrano ancora due freschi sposini!… Buona sera, buon appetito, e di nuovo… i miei complimenti. Oh, Signore, fa' che ce ne siano tante di famiglie belle così!…