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in archivio dal 02 set 2011

Luciano Vitiello

12 febbraio 1991, Roma
Mi descrivo così: I vestiti buoni sono per i morti nelle casse.

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  • 30 novembre 2012 alle ore 0:36
    Roma Marino

    Pini, li stai a vede
    tutti^si gobbi, 'zoppati
    da 'ë Gianne, i^Mistrali...

    Nun li scuci, che nun c'hanno
    vò' de lassà mamma Roma:
    strigneno forte la tera

    'mmezzo li diti-radici,
    strigneno forte le mano
    drentro le panze dii Colli.

    Storti e belli, co l'unghie
    corte, capocce stragonfie,
    succo che 'ppiccica 'ddosso
    pigne e frutta co'a coccia.

    Boni pe^'r mare, e 'mpo de
    fresco. So fatti pe fa la
    ombra, e pe li pignoli.

    Mica pe tutto sto vento.

     
  • 02 settembre 2011 alle ore 15:39
    Siberian slengteng

    Da qualche parte
    piove la neve,
    carezza il corpo
    del calore assopito,
    bussa alla porta
    dell’insolenza
    ammansendo i sensi.

    Dal finestrino di
    un treno in corsa
    grigio di ghiaccio
    scorrono feticci
    di civiltà, palazzi
    caduchi come le foglie
    morte degli olmi
    cadute sui campi marroni

    che nascondono la vita,
    con la loro morte
    meravigliosamente brulla
    e scenica, imponente,
    ridondante nello sguardo.
    Avvolto dal calore
    di un sedile morbido
    vecchio e sfasciato,

    procrastino il sonno.

     
  • 02 settembre 2011 alle ore 15:37
    Non contarla

    E tocca le tracce
    sgrana le marce
    goffa e grossa

    scende la stoffa
    dentro i crani

    rabbia fai
    fuoco
    rompi le ossa

    degli empi
    foschi

    arrocca
    dentro soffi
    ama frana

    impero
    ottomano

    sogna
    Solimano.

     
  • 02 settembre 2011 alle ore 15:36
    La ballata della polvere

    E fori dar vetro
    zozzo e ‘r fischio
    de’a corente

    ho visto ‘n cane
    cor pelo aruffato
    purcioso der color

    dea sabbia
    rincorreva e rote
    de fero e volea

    magnasse a’armadilli
    demetallo che coreveno
    ‘r filo d’acciajo

    rugginito e vecchio
    de porvere e vagoni
    ‘o visto e c’ho pensato

    a gloria de cambia
    du scudi pe na corsa
    ner servaggio

    ndo sta?
    Sta ner fatto che a vive
    de stenti e de cieli

    bblu e de saccocce
    vote e de denti de fori
    n’abbasta na cassa

    pe tene tutto er vento
    che te gonfia er petto.

    _______________________

    Da ‘o scomparto accanto
    ho sentito na chitara
    e ‘n pezzo de tubo

    che strofinava su e corde
    marcite e su li magneti
    da rigattiere.

    Poi na voce grassa
    e catarrosa e ‘nvecchita
    da a tormenta

    ‘i scozzi sui sedili
    e na canzone d’amore
    a gonfià qu’a plastica

    maledetta.
    A na certa
    ‘abbestia ha smesso

    da core e poi
    s’è seduta ‘n mezzo
    ‘aa tera.

    Ha mmesso a capoccia
    nnietro ha scoperto
    ar monno er gozzo

    e ho visto e zanne
    gialle luccicà sotto ar sole
    prima che quer verme

    de fero me portasse
    a ‘o scalo doppo.
    E so sceso

    me so ‘cceso na paja
    e l’ho sentito
    ululà.

    ‘O sentito salutà
    er vecchio ch’è
    sceso doppo de me

    co ‘n braccio na chitara
    come se fosse ‘na pupa.

    E io co i brilluccichi
    de ‘nvidia ‘o cchiappato
    pe a giacca

    e j’ho detto
    a sor maè, ma come
    se spiega?

    E lui m’ha soriso
    da dentro abbarba
    grigia

    e lui m’ha guardato
    co l’occhi larghi
    com’orizzonte

    e me fa
    questa è na risposta
    no na domanna

    fijo bello.

     
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  • 30 novembre 2012 alle ore 1:09
    Il desiderio di Badjirgal

    Come comincia: I miei occhi si schiusero, sentii i bulbi freddi. Ciò che vidi fu il buio. Tentai di muovermi. Presto mi resi conto di non avere i piedi. I miei artigli strinsero e punsero qualcosa di membranoso, di duro: cuoio. Un braccio umano. Fremetti. Sentii delle voci: non conoscevo quelle parole, ma capii. Dovevo andare: presto. Venni alla luce. Il mondo mi apparì diverso. Troppo profondo, troppo largo. Tentai di sbattere le palpebre per lo stupore, ma non ci riuscii: dovevo averle perse. Di fronte a me bianco, sopra azzurro. Presto. Il braccio dell'uomo scattò verso l'alto. Capii. Mossi le braccia in un moto disperato, tentai di allargare le dita. Presi quota. Sentii addosso della pelle diversa, molle e coperta: il vento gelido s'insinuava tra le mie piume. La terra si fece più lontana ad ogni clap flap. Le mie ali battevano feroci e leggere. Scivolai in avanti, disfacendomi nel vento. Sentii una forte vertigine. Mi sembrò di cadere nel vuoto. Fendendo l'aria appresi il cielo. Lo stomaco si svuotò. Riconobbi la tundra. Veloce. Presto. Senza sorpresa notai una macchia bianca nel bianco imperituro. Correva nella terra. La chiamai con uno stridio acuto che si schiantò fuori dalle labbra che non sentii di possedere. Il cuore batteva velocissimo nel mio piccolo, piccolo torace. I muscoli s'infiammarono. Le ali battevano febbrilmente in un dolce moto armonico che mi sembrò andare avanti da millenni, nello stesso identico dolce modo. Presi quota. La caccia m'inoculò in una nuvola. La vista sparì. Sentii di congelare. Ebbi fede. Barcollai nella penombra, senza riferimenti: mi sembrò di esser fermo, eppure sapevo: scelsi di scendere, perché così la mia anima disse. Avanti. Presto. Chiusi le ali, le strinsi forte al torso. Le piume di punta sfrigolavano nel vento, ballando. Calai in picchiata fuori dallo sbuffo di gelo-vapore. La macchia procedeva a zig zag, nel tentativo di depistarmi. Le sue lunghe orecchie dondolavano. La chiamai, ancora. L'eco nel vuoto del mio grido da uccello. Perdevo quota rapidamente. Il permafrost ricoperto di neve sembrava pericolosamente pesante e vicino. Seppi. Adesso. E' l'attimo. Stesi le ali: sentii dolore. L'aria le gonfiava, i pettorali erano tesi: fui pieno di fuoco. Alzai le zampe. Gli artigli sguainati trafissero la carne del coniglio. Un fiotto di sangue mi scaldò improvvisamente il ventre piumato. Abbrancai la creatura con la disperazione dell'annegato. Sentii i tendini lacerarsi, i muscoli sventrarsi, gli ossicini resistere. Sbattei violentemente le ali, nell'ultimo ciclo di zucchero combusto. Ripresi quota. La bestia si agitava, continuando a muovere le zampe nel tentativo di sfuggirmi.
      I muscoli dell’addome mi tirano a sedere. La fronte è madida di sudore. Mi tocco la faccia: i palmi si bagnano. I midolli mi bollono nelle ossa, sbuffo. Gli occhi aperti si abituano al buio. Percepisco i contorni delle cose. Perdo i sensi.

     
  • 06 settembre 2011 alle ore 16:31
    Periferia

    Come comincia: "Artù, il cesso sembra un campo profughi senegalese."
    "Shh..."
    Un garage, utilizzato come laboratorio da un serigrafo e da un clavicembalista, s'affaccia su una minuscola corte interna, costretta tra quattro bassi palazzi. E' estate, l'afa addosso è umida e pressante come un accappatoio riscaldato dopo una doccia gelata. Cantano le cicale, in quel continuum potenzialmente eterno, qualche macchina passa nel silenzio ovattato della periferia.
    Due ragazzi stanno seduti su un paio di sgabelli, con le schiene poggiate contro una delle quattro mura erose dallo smog, dal tempo e dal muschietto che s'abbarbica sopra e in mezzo ai mattoni, accompagnato dalle erbacce. Lo spazio è poco curato ed utilizzato come deposito per macchinari in attesa di riparazione e scarti di lavorazione, secchi di trucioli e telai ammollo. Entrambi stanno guardando il piccolo bagno, ricavato in una scatola di cartongesso di un paio di metri cubi, senza scarico e occupato in via permanente dalle mosche e dalla vellutata puzza di piscio.
    "Che? Che ho detto?"
    "E' che devi parlare a bassa voce, cioè, per il buon vicinato. Poi va a finire in cose strane..."
    Ad ognuna delle cinte v'è aperta una finestra, che corrisponde circa ad un secondo piano che è anche l'ultimo, sicchè gli ammassi di malta e foratini non superano i sette metri, e da lì in basso si vede giusto il cielo, o quantomeno il sole. Sarà mezzogiorno, l'ora cisposa del pranzo. I due amici cercano di appropriarsi della poca ombra proiettata, appiccicati contro la parete come due carcerati nella doccia comune.
    "Ma cosa? Ho solo detto che hai il cesso zozzo, mica che hai ammazzato una persona... E' pessimo, ma non è da gogna, insomma."
    "Se tu dici, ehi, Artù, l'altro giorno mi è caduto un pelo nella minestra... Poi rielaborano, e vanno a dire in giro che t'hanno sentito farti una pera in finestra."
    Sfumacchiano tranquilli, gettando la cenere grigia per terra, senza troppo ritegno, aggiungendo disordine e sporco ad un posto che ne abbonda, per intrinseca natura di laboratorio. Il ragazzo che non si chiama Arturo, un pò grassoccio e coi capelli corti, ridacchia da solo, con gli occhietti stretti piantati sul cesso, le gambe allungate e i piedi incrociati.
    "Seh, e magari adesso iniziano a credere che tieni segregato un profugo senegalese nel cesso."
    "..."

     
  • 02 settembre 2011 alle ore 15:41
    Revolucìon

    Come comincia: Succede d'autunno, quando il mondo inizia il suo ciclo di morte, che la gente improvvisamente si risveglia: una nuova primavera, per gli amati gregari. Inizia il brulicare delle folle ai piedi di edifici grigi, meraviglie tramutate in carceri cupi dallo smog e dall'incuranza. Il cielo è sottile come un velo di seta, terzo e violento. Il vento è freddo, s'insinua e tramuta la polvere in meravigliose sculture battute dalla luce. La pace va a farsi fottere.
      In tutto quel caos così schifosamente ordinato si destreggia una ragazza dai capelli rossi e dal vestiario vecchio, uscito da qualche foto in bianco e nero. Stivali di cuoio rigati e bruciati dal sole, un vestito a fiori lungo fino alle caviglie, un maglione rosso e sdrucito, un tascapane di Tolfa che le batte sulle natiche ritmicamente, ad ogni passo. Se ne va in giro per un quartiere anziano, tra gli edifici cadenti e vivi, tra i balconi da cui le comari urlano e si sbracciano. Persone che fumano sedute ai tavolini di metallo, fuori dai bar, vecchi che giocano a briscola, sorrisi sinceri e ingialliti dal caffè.
      Lei tiene lo sguardo verde fisso dinnanzi a sè, quasi fosse sicura che il diffuso malessere della gente lavoratrice non possa rovinarle le labbra gonfie, morbide e dolci. Niente più Woolwich, dal 2010 in poi, paiono dire i suoi zigomi precisi e tondi, pelle rosea che mai è stata carezzata dai solventi per vernici. Cammina svelta, come se avesse paura di disobbedire al Carpe Diem, cammina e schiva i passanti, i cani che le annusano le cosce di sfuggita, monta sul marciapiede ed evita la morte, ogni qualvolta un auto le fa il filo nei vicoli stretti.
    Scarta a destra all'improvviso, ed entra in una libreria caduca e magica come le foglie in questo periodo, con un ragazzo grasso col pizzetto e la coppola dietro il banco della cassa. Lui se ne sta lì, seduto sullo sgabello, masticando una radice di liquerizia, con lo sguardo fisso sullo schermo di un portatile. Ha l'aria di capitare continuamente nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con un gran sorriso sulla faccia ed il collo di una boccia di vino stretta nella mano, biascicando auguri di compleanno. In controtendenza alla prima impressione, però, se ne sta concentrato a battere i polpastrelli grassocci sulla tastiera, i muscoli del volto rilassati e gli occhi celesti stretti in una morsa dura, lo sguardo di qualcuno che lavora con perizia e attenzione.
      La ragazza lo fissa, di sottecchi, all'ingresso del negozio. Lo fissa e se ne sta zitta, vacuamente libidinosa e furba, come se avesse sempre saputo di poterlo trovare lì, in quell'esatta posa, con quell'esatto ticchettio di tasti premuti. Tossisce, ma lui non pare voler allontanare il cervello dal suo mestiere. Allora la femmina dai capelli rossi prende a girare per gli scaffali, agguantando qualche libro con calcolata goffaggine, facendo un gran chiasso: il ragazzo eleva la sua attenzione al corpo ben tornito di lei, inarcando le sopracciglia, standosene zitto per lasciarla consultare in tranquillità, tornandosene ai suoi conti.
      Di tanto in tanto il silenzio avviluppa la stanza di dieci metri quadri, strappando al giovane uno sguardo, quasi si fosse abituato al trascinar di pagine, allo sbattere di coste contro il fondo degli scaffali, sentendone una particolare mancanza. In quei momenti, lei si carezza la chioma con vaga disattenzione, scoprendo la nuca bianca, inarca la schiena chinandosi un poco in avanti. Sfortunatamente, i tentativi di abbordaggio falliscono precisi come l'avanzare delle lancette d'un pendolo, perchè il commesso ciccione abbassa gli occhi sullo schermo giusto in tempo per non notare quel putiferio di carne meravigliosa agitarsi apparentemente solo per il suo gusto.
      Saggistica su Andy Warhol, una vecchia edizione del The Dharma Burns, cose che ti fanno perder tempo e nient'altro, pare dire lo sguardo annoiato della rossa. Sarà la seduzione quella verità che s'insinua come il vento freddo dalla porta aperta all'interno della libreria? Lei muove qualche passo verso la cassa, con un libro grande quanto il suo torace tenuto sottomano. Lo poggia sul banco, ciondolando sulle gambe e sbattendo le ciglia, sorridendo come una mignotta la sera di natale, quando solo i cani bazzicano per le superstrade vuote, buie e polverose.
      Ehi, ciao... Vorrei comprarlo. - Biascica, ingenuamente insicura la femmina, con un pigolio che si diffonde rapido tra le pareti di cemento. Nuovamente disturbato, il ragazzo la guarda, pratico e sbrigativo.
      Occhei... - Mormora, con voce di circostanza, buttando uno sguardo al tomo. Solleva la copertina, allungando le mani verso il cartone, con docile rapidità. Digita il prezzo alla macchina, e poco dopo esce uno scontrino, vomitato dalla cassa.
      14 e 95, vuoi una busta? Immagino di si. - Ed è proprio nel momento in cui si china per agguantare un involucro di stoffa - filosofia ecosostenibile - che s'accorge dello sporgere dei seni di lei, che se ne sta lì con le mani intrecciate dietro i lombi, guardandolo come se sapesse qualcosa che lui ancora non conosce, prelibata come un rustico ad un buffet. Il ragazzo la fissa, basito, concentrato, quasi non si fosse reso conto finora di un dettaglio molto importante, della portata della questione. La fissa e aspetta, smettendo di masticare. Lei sorride, umida.
      Paghi adesso o passi dopo...? - Sorride, lui, con ingenua affabilità, infilando poi il libro nella busta beige. Le spalle della ragazza crollano, sbuffa, arriccia le labbra e guarda verso il soffitto, penosamente arresa. Non gli risponde, mentre inforca sotto braccio la borsa di stoffa, uscendo dalla libreria di gran carriera. Lui la guarda, gli occhi tremanti per un'incromprensione improvvisa. Non capisce, ma vedendola attraversare la strada fa spallucce.
      Tornerà. - Dice, tra sè e sè, riprendendo a mordicchiare con un sorriso la liquerizia, gli occhi celesti che ritornano al monitor e le dita sui tasti. Si stringe nelle spalle, dentro la sua casacca di lino bianco.