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in archivio dal 23 ago 2008

Marco Buggio

10 settembre 1978, Lecco
Segni particolari: Sto scrivendo racconti per le seguenti riviste indipendenti: Artuindenfair; Gustorana webzine e con il settimanale on-line romano "Parole fuori le mura" READING di Poesia e Racconti Surreali
Mi descrivo così: Credo di essere un essere, e fin qui ci siamo... sogno ed interagisco con quello che vivo e viceversa; non sono uno scrittore, né un poeta, né un artista, né un attore. Sono tutto questo insieme... contemporaneamente
Mi trovi anche su:

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  • 25 settembre 2010
    (d)IO

    Ho lacerato al feto
    il pensiero primario,
    trascinando i suoi sogni
    in caverne tenebrose .

    Ho bruciato ai bambini
    la speranza nei giorni,
    Infilando certezze
    in recipienti di dubbi.

    Ho distrutto ai giovani
    la voglia di cambiamento,
    intrappolando gli ormoni
    in celle mediatiche.

    Ho evirato agli uomini
    la sensibilità delle cose,
    ponendo la realtà
    in città di carne putrida.

    Ho atrofizzato agli anziani
    i dolci ricordi del tempo,
    avvolgendo la noia
    in paradisi delle ore morte.

     

     
  • 25 settembre 2010
    Corvi

    Corvi gracchiano nel divisorio
    della stasi frenetica del domino umano.

     

    Uno, due, tre, quattro.

     

    Si avventano,
    occhi brillanti retrattili,
    pelle di serpente,
    lotta nel fango
    con schegge di gabbie toraciche implose.

     

    Cinque, sei, sette, otto.

     

    Cartoline appese al frigo,
    fotografie bruciate in giardino,
    amplessi di maiali rompono il silenzio,
    le ali frullano,
    teste sbattono su spigoli di cristallo
    in camere asettiche,
    centrifuga rumorosamente la lavatrice.

     

    Nove.

     

    Piume strappate

     

    incollate alla resina degli alberi,
    mosche camminano in cerchio,
    la cenere cade nel posacenere,
    i corvi mangiano di lunedì.

     
  • 02 settembre 2008
    Vuoto

    Questa notte ho posato
    Il mio spazio in altre dimensioni.

     

    VOLA VOLA VOLA VOLA VOLA VOLA VOLA

     

    Vuoi raggiungermi?
    Vuoi veramente aprirti a quello?

     

    Odio, mi odio e addio a Dio,
    oggi ho vagato, oggi è un passaggio,
    a braccetto,
    a tentoni;
    strisciando.

     

    CAPIRE CAPIRE CAPIRE CAPIRE CAPIRE

     

    Verso di loro, verso da bere e riverso,
    mi copro le orecchie,
    ancora,
    vorrei;
    non si può.

     

    RICORDO RICORDO RICORDO RICORDO

     

    E poi tutto scompare, in quel posto
    potrei ritrovarlo,
    non ora,
    adesso;
    mai più.

     
  • 02 settembre 2008
    Vita

    Abbandonati alla deriva
    dai nostri peccati,
    ci culliamo di sensazioni rubate;
    colpevoli di essere nati,
    in gabbie argentate imprigionati.

     
  • 02 settembre 2008
    Rifiuti

    Leggero, eroso sottopassaggio;
    giocavi:
    avidamente tenevi vicine inebrianti tinozze,
    zeppe per errore restavano anomali liquidi;
    diossina,
    inalavi.

     
  • 02 settembre 2008
    Prigione

    Aspiro, inspiro;
    escogito la mia fuga;
    un bisbiglio echeggia;
    accarezzo le pietre;
    apro il cielo;
    la luce muore.

     

    E' un altra notte, accanto a me il silenzio.

     

    Cenere che brucia;
    condensa sullo specchio;
    mi bagno le dita;
    cigola il letto;
    il lenzuolo mi ingoia;
    il sonno tarda.

     
  • 02 settembre 2008
    Guerra

    Sprofonda nelle memorie,
    bava lasciva che si addentra;

     

    creature sollevano corpi,
    bambole gonfie di sangue;

     

    Origami prendono vita e sanguinano,
    urlano nella materia;

     

    inermi immersi nella terra umida, intrisa di lacrime;

     

    vento chiama follia,
    risponde distruzione

     
  • 26 agosto 2008
    Sostegno eterno

    Se la luna non ti sorregge
    Uccidi il sole.
    Obbliga nei raggi
    Il gelo dei giorni,
    la luna sarà gelosa
    e si calerà in suo aiuto;
    afferrala con cavi di acciaio
    ed imbragati ad essa.
    Non piangerà,
    sarà indaffarata ad essere
    l’unico appiglio del mondo.

     
  • 26 agosto 2008
    Schizofrenia

    Non ho con me il fucile stanotte,
    hai mai chiesto al sole di morire?

     

    Potrei donarti solo aghi di pino
    o regalare petali di caramelle.

     

    Non ho con me il fucile stanotte,
    Hai mai udito il lamento della civetta?

     

    Potrei donarti il mio corpo
    o regalare orologi urlanti.

     

    Oggi non ho con me il fucile,
    stanotte farò a meno di lui,
    stanotte farai a meno di lui.

     

    Guarda le mie mani,
    ho lingue di stelle
    e origami di parole.

     
  • 26 agosto 2008
    Ovali concezioni

    Come ovali concezioni mi insidiano il corpo.

     

    Ora vedo,
    ora sento;
    cado nel cerchio ovale

     

    quadrato,
    triangolare,
    informe.

     
  • 25 agosto 2008
    Mosaico dei sensi

    Riverso sul mio giaciglio,
    scosto le lacrime;
    il cielo si tinge di rosso,
    disegna ombre che si proiettano sul muro,
    come angosce che divorano il cuore.

     

    Scruto nel vacuo spazio i miei pensieri.

     

    L’oscurità che nutre la mia tristezza,
    un freddo mosaico dei sensi;
    futile come lo scorrere del tempo.

     

    Caldo riflesso nell’acqua mite,
    imbevuto di coscienza;
    tiepida resina lega le mie speranze,
    ambra che include le mie certezze,
    solitudine che ripone le mie domande.

     
  • 25 agosto 2008
    Lacrime tristi

    Vanno ora, semplici istanti;
    vicini o lontani;
    ora sembrano instabili;
    sottili ma deformi;
    capita a volte di
    soffrire.

     
  • 25 agosto 2008
    Sepoltura

    Bagnato il ponte della tua amabilità
    scivola la pelle nel fiocco di sale,
    e la gelida frescura del bosco
    ha con sé la brina del calice sacro.

     

    E’ costante il moto del mio fruire
    senso alla mia giocondità, 
    per questo sono solo doveroso nel coprire
    il tuo cadavere: è dovuto al caso degli eventi.

     
  • 23 agosto 2008
    Esplosione gialla

    Ho bisogno della luna stanotte,
    non della sua luce,
    non del suo apparire:
    chiedo ed imploro il suo silenzio;
    lo specchio di ombre simula movimenti,
    un lieve soffio di aria,
    davanti ad esso la mia anima si scompone
    e l’immagine si nutre di oscurità,
    il freddo penetra ogni fessura
    e la luna scoppia in frammenti gialli.
    Ed il suo boato è udibile
    Nel colore delle stelle.

     
  • 23 agosto 2008
    Di pietra

    Ergonomico spazio,
    sensore mnemonico.

     

    La scia del mio Ego,
    scava nelle membra.

     

    Silicio nelle ossa,
    conduttore del mio agitarmi:
    friabile, fragile;
    istruzione neurovegetativa,
    eppur se fossi pietra
    vomiterei roccia.

     

    Sono solo un uomo
    di sassi e contrappesi;
    sospesi verso
    il profondo.

     
  • 23 agosto 2008
    Aspettare

    Quanto meno mi aspetterei,
    che fosse solo tempo;
    non quello che decide,
    né quello che vorrebbe.

     

    Aumentare la manopola
    alla macchina,
    velocità,
    stridio;

     

    Mi aspetto che il tempo
    Possa aumentare,
    altrimenti,
    aspetto solamente di aspettare

     
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  • Come comincia: Oggi sono stato a Milano, mi capita raramente per fortuna, non amo le grandi città, ne amo il ritmo frenetico che ne scaturisce.
    La cosa che mi ha stupito è la quantità di piazze, vie e anfratti con statue, busti e opere a ricordo di qualcuno famoso, morto ovvia-mente.
    Certo stavo cercando un luogo particolare, anzi stavamo vagando io e la mia ragazza in cerca della chiesa ossario, morale, non l’abbiamo trovata, non perché ci siamo persi, ma bensì perché abbiamo perso tempo a cercare altro in giro.
    Certo è naturale, tu parti con dei buoni propositi e poi ti perdi strada facendo, ma come dicevo poco fa non ci siamo persi.
    Dunque il problema o uno dei problemi delle grandi città sono i piccioni, odiosi e schifosi esseri volanti, pensate a sommare tutti i piccioni delle grandi città, se riuscissero a coalizzarsi contro il genere umano, altro che il film di Hitchcock dove milioni di uccelli attaccano la gente.
    Quindi una volta ritrovata la strada, il tempo a nostra disposizione era terminato, raggiunta la macchina ritorniamo al di fuori dal caos.
    E in quel camminare in quel parco fittizio e cintato ritorno a pensare alle statue, ai monumenti, ed ovviamente ai piccioni; mi domando ma è giusto che uno diventi famoso e si faccia scagacciare in testa dai piccioni?
    Pensate alla statua del Manzoni, con in testa il piccione, e la sua faccia piena di merda dello stesso, non dico che è oltraggioso, ma a questo punto perché fare una statua se poi ti cagano in testa? Se un giorno sarò famoso vorrei evitarlo, non mi piacerebbe per niente essere scacazzato.
    Intanto parto, mi immetto nel traffico lento e intermittente dei semafori ogni sei metri, devi stare attento, a tutto, soprattutto a non perderti; come dicevo prima non ci siamo persi, ne ci stiamo perdendo, ma è sempre meglio controllare le vie e seguire una dannata cartina impiegabile una volta aperta.
    E anche per questo odio le grandi città, odio perdermi nel caos, meglio perdersi nel verde di qualche paesello, almeno hai qualcosa di naturalistico e bello da vedere.
    Via Giuseppe Garibaldi, bene perfetto, la parallela è via, troppo piccola la targhetta per poter essere letta. Odio Le città, la gente di città, la puzza di città e la vita della città.
    Via Cristoforo Colombo, ci siamo, la strada è quella giusta, come dicevo prima non ci siamo persi né ci perderemo, tra l’altro, anche Colombo, povero pirla, è morto e non ha mai saputo di aver raggiunto l’America e non le Indie come pensava lui, poi farsi fregare da Amerigo Vespucci; è stato proprio un coglione, pensate ora all’America, con il nome del vero scopritore, si sarebbe chiamata Cristofera magari. Meglio America a questo punto.
    E al terzo nome di via che mi viene in mente una cosa; la via è Cesare Battisti, certo credo che ben pochi sappiano chi fosse, del fatto che è stato fucilato a Trento e di quello che accaduto con gli austriaci invasori dell’Italia.
    Il mio pensiero è chiaro: Se una persona conoscesse la spiegazione di ogni nome di via di tutto il mondo avrebbe con sé una conoscenza vastissima; Le vie ricordano qualcosa, siamo noi che non ci ricordiamo dove cazzo siamo; forse ci siamo persi.

     
  • 21 gennaio 2009
    Depressione cronica

    Come comincia: La pioggia insiste con il suo incessante punzecchiare la superficie metallica ed il vetro del mio groviglio meccanico; mi rilassa il pensiero di essere ancora qui stanotte.
    Nascono i pensieri a volte nascosti, reconditi nella profondità del mio stato d’animo, ed osservo il cielo, non una stella a farmi compagnia nel buio più profondo della notte.
    Un lento tiro di sigaretta e la cenere crolla nuovamente sui pantaloni, non ho tempo per toglierla, sono assorto, complice delle mie debolezze, e le domande assillano la mia testa, siamo veramente noi la causa della nostra solitudine? Un nichilista cerca il proprio spazio tra i silenzi, scosta le situazioni e si dimena in un sonno irrequieto forse, sono dunque questo? Non credo. Sono qui adesso e questo mi basta per adagiare la mia testa sul volante, un movimento apatico il mio, ma l’unico da quando sono qui.
    Le luci scintillano dalla collina con una imprecisione data dal caos, abitazioni, famiglie e gente unita brillano nei loro movimenti; è questa la molteplicità dell’individuo?
    La facoltà di potersi organizzare in gruppi, la falsità di trovare un compromesso per condividere un progetto comune, l’unione della carne per creare altre vittime, è solo questo che ci lega? Credo che la realtà sia crudele sull’essere umano, solo perché egli plasma questa realtà a proprio piacimento e ne risponde degli sviluppi. Io mi ritengo un unico sognatore atipico, lontano dall’idea di una corretta linea guida, al di fuori della normalità ed essenzialmente libero.
    Un eremita moderno che lascia al tempo il suo spazio, senza calcolo, mi sento consapevolmente fiero della mia esistenza.
    E allora come spiegarsi quel dolore allo stomaco, un vortice di tentacoli viscidi che stringono le interiora ad ogni passo, ad ogni scelta; non sono tanto forte quanto credo, ne tanto debole da crollare, vacillo verso il baratro, mi ci tuffo e cado all’infinito, non voglio uscirne, ne tantomeno toccarne il fondo, sono sospeso nell’oblio, e solo.
    Ma è una colpa quella di essere soli da non poter alzare la testa ed accennare un sorriso?
    Non vorrei cadere nell’ipocrisia mediatica dei nostri giorni, ma neppure essere lasciato in disparte, vorrei trovare il mio giusto stato emotivo, vorrei porre fine alla battaglia dentro me stesso, solo così potrò sentirmi veramente vivo e pronto per proferire qualche sillaba, per poi rimbombare in parola ed esplodere in frasi.

     
  • Come comincia: Finalmente posso ritenermi soddisfatto, sono circa due anni che aspetto questa vittoria, tra denunce, ricorsi e appelli, ore perse dentro e fuori dai tribunali; ora posso ritenermi veramente esaudito in ogni mia richiesta.
    Avete presente quei fastidiosi volantini che compaiono sui semafori, cartelli, ed ogni appiglio urbano?
    Oggi sposi, il nome dei due sfigati di turno, magari risalgono a qualche mese fa, se vi va bene, oppure rimangono a marcire anche per diversi anni.
    E io mi chiedevo sempre, perché cazzo li mettono? Chi se ne fotte se oggi ti sposi? Ti conosco forse? Almeno poi toglili o manda qualcuno per te a staccarli, cazzo non se ne può più.
    E allora, qui entro in gioco io, mi informo, leggi, decreti e assoldo un avvocato, per due anni di ricerca mi è costato circa 19.000,00 euro, ma alla fine ne è valsa la pena, ora posso fare tranquillamente causa agli sposi.
    Cosa ci guadagno io vi chiederete? Certo inizialmente non ci guadagno nulla, ma non voglio più vedere quei fogli appesi ovunque, poi la cosa interessante è un’idea che mi ha aiutato molto a rintracciare gli sposi: fissando una taglia, appositamente scritta sulla locandina di 200,00 euro per sapere chi sono, la gente partecipa entusiasta alla ricerca.
    Non sempre va a buon fine questa caccia, alcune volte gli sposi, attirano così tanti cacciatori di taglie che sono costretti a separarsi, pur di sfuggire ritornano alle proprie case natali con i genitori fino a quando si calmano le cose, i periodi variano dai due a dieci mesi, solitamente come media si aggira sui sei mesi circa.
    E qui entro in gioco io, una volta localizzata la casa, grazie ai cacciatori di taglie, e dopo aver loro pagato il corrispettivo pattuito, io prendo possesso della casa, prima affittandola per cinque mesi a famiglie che cercano alloggi momentanei, e poi prima che rientrano gli sposi, le svuoto completamente depredando ogni oggetto di valore, e considerando che sono articoli tutti nuovi, riesco bene a piazzarli su e-bay.
    Quindi tutto sommato alla fine ci guadagno, considerando anche la copertura delle spese dell’avvocato e dei cacciatori.
    Molte delle coppie al ritorno ritrovando la casa spoglia di ogni bene, si lasciano definitiva-mente e la loro unione si conclude in divorzi o in separazioni; questo fatto è inquietante, si può credere che l’amore finisca così semplice-mente?
    Da un lato mi considero un buon testatore dell’amore che lega due persone, se non fosse stato per me, immagino la vita di quei due poveretti, uniti da un sacramento ma con il tempo si sarebbero lasciati comunque, magari con dei bambini al seguito, sarebbe stata una triste storia, invece così senza soffrire molto e senza far soffrire possibili figli, io metto alla prova i loro sentimenti.
    Guardatevi intorno, se trovate nella vostra città quei volantini avvisatemi, e se conoscete gli sposi, meglio ancora, potete guadagnarvi 200 euro senza fare nulla, e poi vi consiglio di non applicare ovunque i vostri avvisi di nozze, solo per non ritrovarvi poi un domani in casa vostra centinaia di persone in cerca di taglia.

     
  • Come comincia: Basta è ora di smetterla, non voglio più che mio padre parta per non tornare più. E poi per cosa? Per la gloria di avere un corpo metallico?
    Non voglio e oggi non me la sento di aprirmi, di svegliarmi alla comparsa del sole e di rimanere in attesa per tutto il giorno, ma non piove più in questo paese?
    Intanto tutti si preparano per un altro risveglio, uno sbadiglio veloce e subito pronti a lavorare, ti giri di qua e poi di là, una vita snervante senza sbocchi; solo per ambire ad un robusto corpo metallico. Io non ci riesco a non pensarci, sono giorni che spero in un temporale, in un’eclisse di sole magari, o solo la scomparsa del sole, già, sarebbe meglio, dormirei per tutta la mia vita.
    E poi quel frastuono, macchinari che impestano l’ambiente circostante, rumore. Voglio andarmene da qui e rifarmi una nuova vita, più tranquilla e senza pretese; io voglio essere libero e non comandato ogni giorno come un pecorone come fanno gli altri… se solo potessi volare, staccarmi in volo e magari continuare a lasciarmi trasportare dalla corrente dei venti!
    E poi planare in un torrente, fresco e limpido.
    Oppure volare in alto per planare su di un prato verde.
    O di volare sul tetto di una casa e riposare sulle tegole in attesa di un altro soffio di vento.
    Ma mio padre non tornerà più, mia madre è morta qualche giorno fa e lui vuole raggiungerla, essergli accanto nel suo corpo metallico, assieme ai suoi fratelli, genitori e parenti che sono stati strappati da questa misera vita.
    E gli altri rimangono in attesa, fremono per farsi belli e lavorano per farsi notare, una farsa dello spettacolo, senza spettatori, una continua ricerca della perfezione, e si crogiolano al sole, senza pensieri, senza speranze, ma con solo quel misero sogno di essere immersi nel loro corpo metallico.
    Chissà cosa si prova ad essere schiacciati, ad essere privati del proprio corpo, a morire goccia a goccia, per diventare oggetti liquidi nel metallo.
    Vorrei avere certezze e non sogni, vorrei potermi aprire e seguire il sole senza la paura di essere tritato, e vorrei avere la forza di strapparmi le radici per liberarmi in volo, eppure non mi muovo.
    La terra è stretta alle caviglie e il sole chiama, i petali si cristallizzano e rimangono rigidi dinanzi a lui, in adorazione, in perfetta armonia per una lenta agonia di un giovane girasole.
    “Cara sei qui?”
    “Ciao tesoro sono al piano di sotto sulla mensola con degli amici, tutti mischiati in maniera promiscua, ma non preoccuparti, ti amo!”
    “Anch’io amore, sono felice di averti trovata, sono milioni i posti dove potevano spedirci ma siamo vicini nel nostro corpo metallico.”
    “Già, vorrei abbracciarti come una volta sul campo…”
    “Anch’io, spero solo che ci acquistino insieme così potremo fare un’ultima nuotata insieme.”
    “Lo spero anch’io.”
    I genitori del piccolo girasole nella confezione di olio, il loro corpo metallico, stretti e vicini in un piccolo supermarket. A volte l’amore non ha mai fine.

     
  • Come comincia: Lasciata la strada vecchia per la nuova ricordo di non aver pagato il casellante. Assurdo, io che dimentico una cosa simile?! Cinque chilometri di retro in autostrada sulla corsia di emergenza per saldare il debito. L’omino è stato cordiale, ha chiamato anche la polizia perché pensava che io fuggissi senza pagare. Ma tutto bene quel che finisce bene. Prendo la strada sterrata tra un sasso e l’altro mi capita di bucare. Mi rilassa il fatto di avere con me durante i lunghi viaggi un ago e del pluriball da far scoppiettare.


    Inserisco una vecchia cassetta di Frank Sinatra ed attiro a bordo strada delle nutrie canterine. Mi fermo, facciamo un assolo di My way insieme, ed dopo aver insistito per un bis, riprendo la mia corsa. Non che avessi fretta, ma chi va piano va sano e va lontano, io dovevo arrivare al paese vicino e non mi andava di finire chissà dove.

    Dopo aver trascorso tre ore e ventisette minuti di viaggio mi accorgo di aver lasciato a casa la macchina fotografica. Devo tornare indietro ma come faccio a piedi a ritornare poi qui per l’ora prestabilita con l’albergo? Me la faccio spedire dal vicino tramite un telegramma, dovrebbe arrivare in giornata.

    Ho una gran voglia di fare un bagno al mare, è da due anni che non lo vedo, ora dopo l’operazione alla vista me lo posso gustare in tutta la sua maestosità.

    L’albergo è carino, posto su diversi piani. Al primo ho il letto, al secondo un lavabo e al terzo un cesso. Se volevo la chiave per la doccia al quarto piano, bastava pagare 10 euro in più, ma chissenefrega, tanto c’è il mare, mi lavo lì. Svuoto la valigia e mi accorgo di non avere un armadio.

    Infuriato scendo dal proprietario e gli espongo il problema. Sul volantino effettivamente non c’era scritto nulla a riguardo, ma l’idea di condividere un armadio al pianterreno con gli altri 40 clienti non mi andava.

    Lascio tutto nella valigia e mi metto il costume.

    La sabbia è calda e fine. Mi avvicino sempre più ma del mare nessuna traccia. Il bagnino stupito si avvicinò a me e mi disse: “quest’anno c’è ne poco di mare, se va al largo trova qualcosa, ma non è detto, è stata una stagione con poca acqua.”

    Mi avvio per quel deserto, quando all’orizzonte arriva il mare, una pozza simile ad un laghetto e poche flebili onde, ma ormai è notte e sono stanco. Torno in albergo.

    Fortunatamente ho portato con me del taleggio e dei wurstel da mangiare per tutto il mese di permanenza. Il problema è che i topi attirati dal profumo del formaggio si diedero appuntamento nella mia stanza e sgranocchiando pane e taleggio con me, abbiamo passato tutta la notte a parlare di statistica e marketing aziendale. Non ho dormito per nulla.

    Alle 8 e un minuto suona una sirena antincendio. Mi precipito fuori dalla stanza e mi accorgo che è solo la chiamata per la colazione. Tutti riuniti in garage per la colazione, stile mensa aziendale. Uno schifo. Eppure l’albergo aveva quattro stelle.

    Mi infilo il costume e mi dirigo in spiaggia. Guardando bene la targhetta con il nome dell’albergo mi accorgo che non erano stelle ma quattro scarafaggi ancora vivi attaccati con il bostick sulla plastica. Rientro e infuriato pretendo delle spiegazioni.

    Alla fine me ne andai al secondo giorno, mi feci restituire i soldi del periodo prestabilito, e mi portai via con me i sei topolini che ormai erano miei grandi amici. Mi rilassai continuando la mia vacanza con loro per tutto il mese nell’autogrill tra Genova e Savona. Ogni tanto mi trovo ancora con quei piccoli topini a parlare fino a notte tarda di psicologia e filosofia.

     
  • 06 novembre 2008
    Fottuto fottuto

    Come comincia: Continuo a pensare se ieri fosse andato in maniera diversa, se quel colpo di pistola avesse colpito la mia carne anziché l’insegna di quel posto, come starei oggi?
    Oggi sanguino, forse mi spareranno domani, ma non avrebbe senso, è già capitato ieri.
    Quel proiettile è rimasto sospeso tre giorni nell’aria e io in qualche modo oggi, domani o ieri sarei passato di là, era per me, ed il buco sulla mia pelle lo dimostra con chiarezza.
    Penso a quello che capiterà tra qualche minuto, sono sulla traiettoria, anche se questo è già capitato.
    Il sangue sgorga e il colpo non è ancora partito, assume l’aspetto di una lancetta, una spada di Damocle che pende, e si spezzerà il filo; non oggi ti prego.
    E così fu, il buco brucia, ma tra qualche giorno sparirà, succederà tra qualche secondo, ho sentito il boato dello scoppio. Ma oggi non sento dolore, oggi no, capiterà domani, o tra una decina di giorni, sento il grilletto che si muove, scatta. La mia faccia guarda, sente e urla, ma domani succederà, non oggi, è solo uno specchio, un attimo di futuro, o solo ricordi di quello che è già passato?
    Uno squarcio penetra nei giorni, ieri mi sentivo forte, oggi di una vitalità impressionante, e domani forse morirò dissanguato, ma non oggi, non sono io il bersaglio.
    Esplode, intensità di scoppio muto ma rapido e macina carne in rotazione, caldo, bollente, sono solo secondi, e mi trovo per terra e guardo la pozza di sangue raggrumato dei giorni scorsi, o forse è ora che sono stato colpito, o solo una visione di quello che accadrà?
    Grido, sento il dolore, è ora, è presente,  è nebbia, urla, e una caduta disastrosa.
    E’ stato un istante, e il tempo in certi casi rimane infedele al normale scorrere, e ti trovi confuso, è ora che devo urlare? E’ adesso che arriva il proiettile? E’ per me quel fottuto colpo che si sprigiona dalla canna della pistola? Non si ha il tempo per pensare, ma il tempo si dilata all’infinito in una forma perversa per godersi lo spettacolo. Nei giorni, nei secondi.
    E lei è qui con me, lurida troia, lei e gli altri, non pensavo finisse così, si era fatto tardi, le quattro di notte e avevo gli occhi impastati dall’alcool e dal fumo di questo locale fetido dalla musica assordante. Non amo molto il jazz, anzi mi sta in culo, lo ascolto un poco, assaporo il whisky, un bicchiere, due, sei, otto, ordino una bottiglia. E poi diventa monotono, mi rompe il cazzo. Mi annienta proprio la minchia. E lei non si è vista, eppure, doveva venire alle 3, così mi ha detto. Che puntualità cristo, non resisto un minuto di più mi alzo, pago, e lei entra, di fretta, con la voce rauca e da alcolizzata di merda.
    Mi sussurra qualcosa, ha fretta, ora la troia ha fretta, quella frenesia nevrotica che porta solo guai e le sue parole non erano delle più tranquille, solo una frase sottovoce; non capisco un cazzo, usciamo e parliamone, così gli dissi al momento e la trascinai violentemente.
    Fuori la situazione era più tragica del previsto, ci aspettavano in sei tutti ben piazzati, con giacche nere borchiate e catene legate alle mani. E’ molto probabile che siano armati, sputafuoco di ogni genere. Merda, la troia mi ha fottuto, naturale, è da lei, solita storia, sul più bello mi incula per raddoppiare la sua quota.
    Devo prendere tempo, so che alle quattro e mezza arrivano i miei soci e sarà tutto finito, poi giuro, non mi faccio più convincere da una femmina ciucciacazzi.
    L’orologio del campanile segna i quattro rintocchi e uno più pacato, è l’ora, tra poco si scatenerà il finimondo, ma almeno sarà finita. Almeno per oggi.
    Arriva una macchina poi un’altra. Scendono i miei soci, pistole in vista le puntano verso i miei aggressori e forse ora è finita. Gli abbaglianti mi accecano, gli occhi diventano ancora più infastiditi e doloranti. Li chiudo giusto il tempo degli spari.
    Il tempo per ripensare a quanto è successo e la rovinosa caduta cancella tutto.
    Mi hanno fregato, per l’ultima volta, mi hanno fottuto tutti.

     

     
  • 29 ottobre 2008
    Sogno

    Come comincia: All’inizio è sempre il vento. Tutto è buio di una densità imbarazzante, non si sente nulla né intorno, né all’interno. E’ il vuoto, che impregna della sua non essenza le invisibili macchie della nostra solitudine.
    La quiete è sorprendente; poi un brivido, ed ecco il vento, ringraziando l’infinito, apre le sue ali di seta e si solleva. Alto, maestoso oltre le nuvole; una goccia lenta cade, immobile e irreale, veloce penetra, s’incrosta di terra e scompare amalgamata in essa; incessante il soffio, si porta trascinando la sua collera e i momenti di quiete.
    Come stridendo tra i rami si insidia nel nulla e lo fa suo, domina l’oscurità e pervade i sensi.
    Lei è li. Non aspetta niente. Seduta su di un freddo masso guarda le onde infrangersi sugli scogli. Vernice poi schiuma, poi ancora vernice, davanti al suo specchio l’acqua gioca con il sole, lo cela e poi lo porta all’altare.
    La luce sacrifica il dolore per dar vita all’estasi dei colori. Questa sera ha colto troppe parole dal suo giardino, le guance sono ancore vive dall’affanno e si preparano a ricevere la dolce carezza del vento.
    Vacilla dolcemente e seguendo l’omelia del mare socchiude gli occhi in cerca di pace, il tramonto ha comprato il suo cuore, moneta calda che scalda la vita e lo innalza a fantasia. Il mare incessante si insidia tra i suoi capelli, volti al volere del vento e delle gocce che ricadono a terra asciutte senza vita.
    Visibile è la luna, nella sua non pienezza la rende simile a lei, non uguale a ciò che è normalità, né identica a ciò che si ritiene realtà.
    Un profumo taglia la scena con una densità che non è propria della sua natura. Un senso di freschezza, armonia, luce. Un senso di vita. Un senso di morte. Come un liquido caldo avvolge il suo corpo, lentamente immobilizza le sue gambe, nello stomaco un brivido, le sue mani tremano, la sua anima urla. L’invisibile prende forma.
    Il silenzio diviene melodia. Sagoma presente in sogno compare all’imbrunirsi del cielo, scostata ma reale, sussurri e lamenti del vento s’interrompono dal suono di una sola parola. E fu il silenzio di un istante, piccola gioia o morte, come angosce saldate ai bordi.
    E nulla turba il vento, e tutto trasporta le emozioni, l’essenza si nutre di visione eterea. E nulla riferito, solo l’eco di quel tutto devasta e innalza quella parola, calore freddo e bollente s’insidia nel profumo della sera. Si mischia al vento, si scioglie all’acqua, si fonde in un sentimento e lei osserva mentre la parola aleggia sola.
    E ora lascia al tempo solo lo spazio di un minuscolo sogno, il resto è vita e la vita potrebbe figurare in sogno, solo che esso non potrà essere reale come lo vorresti, quindi rimane solo un sogno a metà, sospeso in quel lieve soffio di vento.
    E il vento ritorna sulle impronte dei giorni e vi disegna ulteriori solchi per lasciarne il segno del suo passaggio, leggero si posa come incantevole essenza nella mia anima… sola, persa e vuota.

     
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