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Autore

Marco Buggio

in archivio dal 23 ago 2008

10 settembre 1978, Lecco

segni particolari:
Sto scrivendo racconti per le seguenti riviste indipendenti: Artuindenfair; Gustorana webzine e con il settimanale on-line romano "Parole fuori le mura" READING di Poesia e Racconti Surreali

mi descrivo così:
Credo di essere un essere, e fin qui ci siamo... sogno ed interagisco con quello che vivo e viceversa; non sono uno scrittore, né un poeta, né un artista, né un attore. Sono tutto questo insieme... contemporaneamente

13 marzo 2014 alle ore 11:00

Spazio Porto K

di Marco Buggio

editore: Thauma Editore

pagine: 90

prezzo: 10.00 €

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Miseramente catapultato nello spazio infinito senza più reti né illusioni. Nella raccolta “Spazio Porto K” il cosmonauta post punk di Marco Buggio è lontano anni luce dall’ottimismo bowiano di Ziggie Stardust, profeta dell’Uomo delle Stelle, ma anche dall’eroico anelito odissiaco del Maggiore Tom, quando l’imprevisto, seppur conteggiato, era celebrato come estremo e coraggioso sacrificio dell’uomo, proiettato nel futuro dalla fame di conoscenza e conquista di nuovi futuribili mercati.
Persino la poetica cyberpunk dei nostri bulimici e rampanti anni Ottanta, con la violenta fusione di mondi formalmente separati, come l’high tech e il pop underground,  è un’oasi distante, laddove la decomposizione costruttiva di information technology e cibernetica diventa insieme strumento o mostri ai quali ribellarsi per avviare un cambiamento radicale nell'ordine sociale.
Nello Spazio Porto K si vive un eterno day after. Il poeta dello steampunk, nel suo manifesto post tutto, urla la rabbia desolata dell’uomo cyborg, scarnificato da qualsiasi speranza di rassicurante processo biologico (“Acciaio carne/ ossa fuse,/ cerniere celebrali/ schede espandibili/ digestione motoria/filtrante dati”).
Nella prima parte della raccolta l’aedo spaziale sta lì, in un non-luogo, sospeso senza attesa (“Pianeta Terra,/ Spazio Porto K,/, abbandonati:/ scoperta del cosmo,/ senza mai scoprire/ la nostra debolezza,/ la nostra fame/ di affamare, ingordo benessere.”). L’impatto con l’alienità è devastante (“Ho incontrato/ coloro/ che non riposano,/ eletti/ a essere/ evoluti/ verso creature/pensanti/costruite artificialmente/ paradossi/ di sfere emotive”). La destrutturazione paratattica nell’era steampunk si affida alla pregnanza semantica nelle icastiche immagini della brutalità terrestre vista dal cielo (“Tua città,/ plastica/ nascente/ cenere/ capitalista,/ riverberi/ tendenze/ quotidiane/ omologate”).
Nella seconda parte una flebile traccia dilaniante superstite di materia umana si fa strada, tradendo una disperata nostalgia di un pianeta pulsante di vita, sia pur morente, che l’uomo cyborg rimpiange (“Chiamata Terra,/ silenzio e dolenza;/ ricordo/ prati assordanti/ d’insetti instancabili,/ la pioggia,/ incessante sinfonia/ in adagio veloce,/ ticchettio/ delle mie eco/ pensierose”). Ma dall’altra parte della distanza siderale c’è silenzio, “fischi,/ sequenze dissolte”: il cosmonauta implora, invoca quella natura disidratata che ricorda lucidamente e della quale sente ancora il battito debole (“Pianeta Terra/ rispondi,/ tuo annuire morente,/ rispondi,/ canto universale del risveglio”).
Il cosmonauta, Cassandra spaziale, nella solitudine infinita, celebra il compianto della razza che scompare immersa nel catrame, “…massa addentro/ inferni ermetici,/ speranza di non bruciare,/ al sole”. Dall’altra parte del filo solo silenzio. Game over.

recensione di Maria Teresa Di Sarcina

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