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in archivio dal 16 nov 2009

Marie Marie Moi Meme

17 luglio 1975, Torino - Italia
Segni particolari: Molte parti si affiancano, si intersecano, si scontrano, si amano, si detestano, e inevitabilmente si sopportano nell'indivisibilità di me. Fino alla frattura, se e quando questa avverrà.
Mi descrivo così: L'amante del Silenzio, seduta su uno scoglio, in mezzo al mare. Un volto, un nome nuovo, una moltitudine dentro di me.

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  • 28 giugno 2010
    Udovol'stvie

    Nessun eroe distratto segnerà più le mie ossa.

    Lui conquista le donne,
    le ama, le segna, le possiede,
    strappa loro l'anima a morsi,
    beve il loro sangue caldo,
    ruba loro la vita.
    e poi le schianta contro il muro dell'abbandono.

    Regala loro sofferenza e dolore,
    di cui poi scarica la colpa,
    andando via di spalle,
    sul suo solito "ponte di chiodi".

    Bel gioco,
    poco originale forse, ma altamente crudele!

    Peccato che io abbia imparato a giocare meglio di Lui.
    E senza regole.

    "Cestina il mio nome, eroe vigliacco,
    oblia i miei baci e le mie promesse d'amore,
    e dimentica il mio sorriso.
    Non esisto più.
    Il tuo sonno, e quello di chi ami, sarà sereno:
    non vi visiterà nessun fantasma".

    Schiava restituita alla libertà,
    porto con orgoglio il mio sbavato trucco da Geisha,
    ma non finirò la mia vita dentro quel muro

     
  • 28 giugno 2010
    In ginocchio

    Ho contato ad uno ad uno tutti i lunedì,
    come grani di un rosario in attesa di una grazia.
    Avrei voluto vivere in ginocchio, 
    al tuo fianco,
    con la devozione che il mio amore voleva donarti. 
    Invece come pellegrina ho implorato mille volte,
    strisciando a lungo ai tuoi piedi,
    con una veste tessuta di speranze e lacrime 
    che si è disfatta all'ennesimo rifiuto.
    Sono rimasta nuda come un verme, 
    esposta al vilipendio di chi ho immeritatamente amato.
    Preparo una valigia con mani tremanti,
    piego abitini estivi per amori che mi mancheranno:
    i soli che meritano ormai la mia sofferenza.
    Ho conosciuto l'inferno qui,
    cosa potrò aspettarmi di peggio di là?
    Vorrei saper lasciare a chi lo merita,
    la speranza di una vita migliore.

     
  • 28 giugno 2010
    Manichino

    Una voce “da reading” che vive dentro di me
    ha detto che non sarei mai stata una brava attrice:
    non si sbagliava, con lui non ho mai saputo fingere.
    Ma la vita è crudele maestra.
    Conto i baci che non vorrei dare
    e gli orgasmi simulati in non voluti amplessi
    che ogni volta mi strappano via un pezzo di anima.
    Ogni carezza è un taglio sul mio corpo venduto al destino,
    ogni falso sorriso un passo avanti verso la fine.
    Chi mi dorme accanto non sa il dolore di dover fingere,
    l’amarezza di ripetere suoni comuni e frasi simili,
    come litania che accompagna lenta la salma,
    impaziente di vederla sepolta per potersi finalmente fermare.
    Vivo al buio ripensando a te,
    ma questa volta i miei occhi non sono avvolti dalla seta,
    bensì ciechi dalla rabbia e dalle lacrime,
    che soffoco insieme ai singhiozzi su lenzuola complici di quello scempio.
    Non è bastato l’amore per un uomo inevitabile,
    neanche quando è diventato un malato condannato a morte,
    a restituirmi la vita.
    Manichino nelle mani di nessuno,
    chi muove i miei fili ormai è solo l’odio che non riesco a provare per chi non amo più,
    e l’amore per chi inevitabilmente amo.
    Agonizzo,  avvelenata, da un giorno all’altro,
    nella paura di non riuscire a sapere dire addio. 

     
  • 14 giugno 2010
    Puzzle

    Ho vuotato l'ultima bottiglia.
    Non c'era più gusto all'ultimo sorso:
    solo l'amaro di tutto quello che ho gettato alle spalle.
    Non cercate più i miei resti,
    li ho raccolti ad uno ad uno col setaccio,
    mentre erano persi ad inseguire le ombre del passato.
    Ho cercato di ricomporli in un puzzle di cristallo,
    ma è talmente fragile che ad ogni mio pensiero si frantuma in mille pezzi. 
    Si disfa e lo ricompongo,
    come Penelope la tela.
    Che nessuno lo tocchi!
    Nessun urlo uscirà più dalla mia bocca,
    nessun respiro.

    Resta solo il silenzio di chi ieri ha detto di essere morto.

     
  • 14 giugno 2010
    Passeggiata notturna

    Mi aggiro ciondolante per i vicoli oscuri della città,
    e sbando accecata dai fari delle automobili, 
    che si ostinano ad evitarmi.
    Seguo un percorso a mente di cui non ricordo più la fine,
    ma là dove prima trovavo nutrimento e carezze
    vi è solo l'odore rancido dell'abbandono,
    e il fetore della paura di essere colpita ancora.
    Mi muovo di notte così che mi veda meno gente possibile,
    chè sono infetta e faccio schifo.
    La ferita che mi squarcia il petto è covo di insetti affamati
    che mi divorano le viscere e rendono putrido il mio corpo.
    Mi trascino senza sonno e senza fame,
    cercando il solito fango da bere,
    o un proiettile vagante.
    E, intanto, semino lunghe pennellate di sangue al mio passaggio.

    Sono una bestia irrimediabilmente malata.
    Da abbattere.

     
  • 14 giugno 2010
    Il Demone

    Non è possibile ignorare il demone che vive dentro di me,
    si aggira lento e sinuoso come una serpe malvagia,
    percorre le mie vene squarciandole al suo passaggio,
    con le lance acuminate e infette che fuoriescono dal suo corpo,
    lasciando una scia di sangue defluire lenta e inesorabile,
    a corrodere speranze e pensieri.

    E mentre il mio corpo impallidisce e si consuma al suo passaggio
    lui divora avido mente, cuore e anima;
    si nutre delle mie amare illusioni,
    strappandole via a morsi con canini selvaggi,
    raccogliendole succulenti con la lunga lingua feroce,
    e deridendole, con occhi iniettati di sangue.

    C'è una sola vita da vivere,
    ma quante volte si può morire?

    Ad ogni suo morso, 
    ad ogni suo fetido alito che satura i miei polmoni,
    ad ogni fendente della sua coda affilata.

    Non esiste una sola morte,
    ma una moltitudine.
    A me scegliere quale sarà per sempre.

     
  • 31 maggio 2010
    It is finished

    Il silenzio ora è diventato pesante, 
    i falsi gemiti dell'amplesso
    hanno lasciato il posto al ritmico respiro del suo sonno.
    Devi avere sensi all'erta 
    e movimenti lenti e precisi per non svegliarlo,
    per non sbagliare.
    Che schifo,
    puzza di rancido questa stanza,
    di umori e sudore. 
    Non bisognerebbe mai addormentarsi 
    accanto a chi potrebbe non meritare fiducia,
    soprattutto se ci sono colpe da pagare.
    La carne marcirà, 
    il viso, prima stravolto da ingannevoli orgasmi, 
    sarà solo una maschera di morte. 
    Bisogna saper fingere se la posta è alta: 
    la trappola ha funzionato alla perfezione,
    molte donne tornano ad amare i loro primi amori,
    e lui ci ha creduto: era quello che serviva. 
    Vorrei lavare il mio corpo,
    ripulirlo dai sordidi liquidi di cui è impregnato,
    e dal senso di nausea che cresce.
    Ma non c'è più tempo,
    neanche per i ripensamenti. 
    Un ultimo sguardo a quel corpo abbandonato,
    ai suoi capelli sparsi,
    assopito tra le lenzuola traditrici.
    Il cuore corre veloce mentre la mano si solleva. 
    "Non prendere una pistola, prima o poi spari",
    qualcuno ha detto. 
    Un lampo accecante, la stanza si tinge di bianco, di rosso, di nero. 
    Ad orecchie lontane risuona un flebile boato. 
    Il silenzio intorno, 
    un filo di fumo di carne bruciata e il vuoto dentro. 
    Lo guardi non dormire più e ti allontani,
    un poco ma non tanto, 
    purtroppo devi stargli ancora vicino, 
    altrimenti perderebbe credibilità.
    L'addio a coloro per cui lo fai,
    una lacrima, 
    il pensiero al vero amore.
    E spari ancora, per l'ultima volta.
    Nessun lampo, nessun colore, 
    solo un atroce dolore alla testa che dura meno di un "fiat".

    "Se hai una pistola prima o poi spari". 
    Hai sparato. 
    Due volte.

     
  • 17 maggio 2010
    Assenze

    Muta spettatrice di dolcezza e di passione,
    di sguardi complici o imploranti,
    di parole sussurrate con rabbia o con amore,
    di pianti sommessi o silenziosi orgasmi.
    Hai assistito a gesti di possesso e di rispetto,
    a baci casti e voraci bocche.
    Hai ascoltato sensuali versi di poeta
    ed eccitanti gerghi da bordello.
    Hai guardato mani stringersi in un appello disperato
    o intrecciarsi nella danza dell'amore,
    corpi nudi fondersi in un abbraccio bagnato
    e abbandonarsi sfiniti al rapido ritmo del cuore.
    Hai vegliato il sonno di amanti felici,
    stretti nel buio artificiale del mattino,
    e quello ingiusto e agitato della colpa.
    Hai accolto, nel tuo tondo grembo, lindi abiti profumati
    e acri indumenti intrisi di piacere. 
    Ora sei rimasta lì, nel tuo solito posto accanto al letto.
    Ora sei solo una sedia vuota.

     
  • 10 maggio 2010
    Il buffone e la schiava

    L'orologio della torre continua a fissarmi,
    memoria delle giornate che trascorrevano in poche ore
    e di quelle che invece non arriveranno mai.

    Quanto vuoi restare ancora dentro di me?
    Guardo il mondo a strisce da qui dentro.
    Dimmi l'unica verità che voglio sentire da te.

    Vuoi qualcosa di più facile, lo so;
    non valgo niente,
    ma almeno ti ho permesso di capire.

    Sei il mio sogno,
    e il mio incubo.

    Volevo il Re,
    invece ho capito di amare il buffone.
    Ma Tu non morirai.
    E' me che ucciderà il boia,
    anche se io non sono la Regina.

     
  • 10 maggio 2010
    Fragile

    Fragile.
    Foglia secca da non accarezzare,
    per evitare che si spezzi.

    Avrei voluto conoscere il tuo nome,
    ma ogni giorno era diverso,
    come la tua verità,
    ed io troppo debole per chiedere perchè.
    Avrei voluto sentire il tuo respiro nella notte,
    la tua carne calda al mio fianco,
    ma la porta di casa tua era chiusa,
    ed ho bussato invano.
    Fragile ho pianto silenziosa.
    Non ho osato fare rumore, 
    avrebbero potuto sentirmi,
    e ti avrei tradito.
    Non ho potuto segnare il tuo corpo,
    erano baci di un amore clandestino.
    Ti ho custodito nel mio ventre
    come una madre un figlio illegittimo,
    inaspettato,
    da nascondere a fameliche voci di disprezzo.
    Fragile, ombra che si muove nel buio,
    ti ho amato in segreto,
    aspettando un gesto,
    un cenno, una parola,
    per togliermi la veste di fantasma.
    Di una speranza fragile,
    ho vissuto.

    Ora non posso stringere nella mano quella foglia,
    la disfarrei.

     
  • 10 maggio 2010
    Babele

    Non ho più voce per cantare,
    il mio assordante silenzio mi ha abbandonata,
    lasciandomi in un afono vuoto.
    Non ho più rabbia da urlare,
    si è trasformata in pericolosa rassegnazione 
    dove regna l'apatia.

    Nessun rancore più,
    nessuna voglia di vendetta o di riscatto,
    solo l'inerme attesa del tempo che passa,
    portando via tutto con sé:
    desideri, rinunce e speranze sopite,
    rimorsi, rimpianti e ricordi.

    Non ho più parole di senso compiuto da trovare
    né frasi e verbi da imparare,
    è una Torre di Babele la mia mente.
    Non ho più notti da gridare,
    né stelle da ammirare con l'ultimo sospiro,
    niente scalfisce più il mio cuore assopito.
    Nessun canto per te,
    non ho più Te.

     
  • 10 maggio 2010
    "Tanta Merda"

    Nessun "deus ex machina" a mutare l'epilogo di questa tragedia. 
    Attore principale, sceneggiatore e regista,
    hai avuto più volte occasione di cambiare il finale.
    Ma sei stato irremovibile 
    e l'hai voluto in un bagno di sangue.
    Il lieto fine non sarebbe certo stato facile da realizzare,
    ci voleva molto più impegno, 
    avresti dovuto mettere in gioco la tua faccia, 
    il tuo futuro e il lavoro di una vita intera.
    Avresti dovuto escludere dalla scena 
    personaggi a cui non hai voluto mai rinunciare.
    Meglio non rischiare: se poi fosse risultato un fiasco? 
    Avresti perso tutto.
    Meglio il certo per l'incerto, allora,
    e il botteghino pieno.
    Hai messo sul piatto della bilancia attore e attrici 
    ed hai scelto, 
    con "coscienza", 
    scene e "personaggio" da tagliare.
    All'ultimo atto qualcuno insomma doveva pur soffrire,
    bisognava solo scegliere chi e come.
    A conti fatti non hai avuto dubbi: 
    meglio il finale tragico,
    più prevedibile ma più sicuro,
    chè tanto ogni personaggio trova sempre un altro regista che lo sceglie,
    e lo fa suo.
    Certo la sofferenza è maieutica d'ispirazione
    e inoltre le lacrime attirano il pubblico 
    e il dramma è foriero di immensi successi.
    Scelta vincente dunque.

    Non sarò presente alla prima, 
    mi spiace.
    Ho aspettato dieci mesi questo momento, 
    ma ho letto sull'agenda che quella sera sarò morta.
    Carrozze e cavalli a iosa fuori dal teatro,
    raccogli fiori e applausi 
    e concedi ancora la tua presenza quando ti acclameranno. 

    Sarai bellissimo vestito di nero dentro l'occhio di bue.
    Porta pure per mano sul palco l'attrice principale, 
    porto sicuro dove approdare.
    Nessuno si accorgerà che camminerete piano,
    per non scivolare.
    Il palco ricoperto di sangue
    sembrerà a tutti un gioco di luci 
    per essere in tinta con il sipario crèmisi.

    Sarà un successo:

    "tanta merda"

     
  • 10 maggio 2010
    Sipario

    Sei andato via dalle strade strette

    e dalle torri della tua città.
    Ti sei lasciato dietro solo il mare,
    un palcoscenico polveroso
    e bianche pagine virtuali con le tue poesie.


    Nessuna parola per chi rimane,
    ché non si deve provare pietà per chi soffre.


    Sei partito senza un saluto per un luogo freddo,
    dove ancora berrai il fuoco vivo della steppa
    e ti sentirài vivo,
    ma da cui non mi porterai alcun souvenir.

    Hai indossato le scarpe più nuove,
    il cappotto pesante
    e messo in testa il cappello di lana:
    nella tasca il nome di un fantasma, forse,
    e il biglietto che ti porta via.


    Nella testa voci e numeri da incontrare
    e luoghi dove farti trovare,
    ma nessun posto per quello che siamo stati,
    nessun pensiero più per me.


    Hai raccolto coraggio e paure
    e messo in valigia le armi giuste:
    indifferenza, freddezza e cinismo,
    per essere efficiente e preciso.
    Chè la falsa modestia non ti appartiene.


    Èra troppo alto il prezzo da pagare.
    Meglio un "no" gelido, distaccato e lapidario.
    Dal quale non si torna indietro,
    come un condanna a morte.


    Te ne sei andato così,
    tra un caffè nero e una birra,
    in una giornata senza vento e senza sole.
    Di te mi resta un bacio e una bestemmia.
    Ma il tempo si porta via anche i ricordi.

    Via per sempre, dal mio cuore
    e da me.


    È calato il sipario.
    Applaudite gente, applaudite.
    Domani in scena un'altra farsa
    questa volta senza di te.

     
  • 10 maggio 2010
    Ti ho dato tutto

    Ti ho dato il mio nome nuovo,
    il mio corpo nuovo,
    il mio amore nuovo.

    Hai preso tutto
    e ne hai fatto taglienti frammenti da dimenticare,
    schegge di vetro trafitte sulla mia pelle bianca.
    Provo a rimuoverli,
    ma ogni gesto è un fiotto di sangue.

    Non ci saranno più i tuoi occhi nei miei
    al prossimo orgasmo,
    al prossimo grido di dolore.

    Non ci sarà più il tuo fiato nella mia bocca
    la prossima volta che si inarcherà la mia schiena.

    Hai trovato l'unico modo per "non farci troppo male".
    Tu.
    Io vengo avvolta dal manto nero della notte.

    Ennesimo nome,
    ennesimo chiodo.
    Addio.

    Avanti il prossimo.


     
  • 10 maggio 2010
    Non più per te

    Sono state gocce di rugiada le tue lacrime sul mio seno,
    raffinate incisioni sulla pelle i tuoi morsi.
    Ho indossato i tuoi segni come elaborate filigrane,
    le gocce di cera come pietre preziose,
    e come balsamo profumato il tuo seme.


    E' più leggero il mio corpo,
    più sinuose le mie curve,
    più ornato il mio orecchio,
    rasato il mio pube.


    Ma non più per te.


    Non ci sono mai state trappole intorno a me, né inganni,
    ma devozione, testa china, ginocchia piegate e braccia protese.
    Quando hai provato tanto possesso sei stato ingannato da un crudele miraggio,
    figlio della tua paura e del tuo orgoglio,
    e non ti sei più fidato di me.

     

    Mi hai gettato tra braccia altrui,
    lasciando nudo il mio collo,
    segno della mia restituita libertà.

     

    Sono di nuovo mente forte da conquistare.
    Ma non più da te.

     
  • 22 marzo 2010
    Dietro un vetro

    Guardo la mia vita accartocciarsi

    da dietro questo vetro,
    e fuggire via lontano,
    scivolando a ritroso.


    Chi mi ha fatto conoscere l'amore
    ha deciso poi di portarmelo via,
    lasciando dietro di sè una terra più arida di prima,
    lasciando nella mansarda una spietata assassina di emozioni.
    L'ha fatto per il mio bene
    per non rubarmi del tempo, invece di donarmelo.


    Adesso di tempo ne ho da vendere
    dietro questo vetro,
    liscio e freddo come la lama del coltello
    che ha ucciso il nostro futuro.


    Niente potrà più scalfire il mio cuore,
    il suo tessuto ferito è fibroso ormai,
    duro e refrattario come la pietra;
    più niente saprà meritare le mie lacrime,
    quando non le merita più neanche il mio stesso sangue.


    Rivivrò gli attimi trascorsi
    e li ripercorrerò all'indietro,
    volto per volto, nome per nome,
    fino alla madre che mi ha partorito.
    Devo solo uscire da dietro questo vetro.


    Se solo non mi mancasse l'aria,
    se solo non avessi un pugno sullo stomaco e gli occhi che bruciano,
    se solo non mi sentissi stritolare la testa,
    se solo non fosse una bara di vetro.

     
  • 22 marzo 2010
    Il tuo cuore

    Ho conosciuto il tuo volto,
    il tuo nome, i tuoi occhi.
    Il sapore dei tuoi baci
    avidi della mia bocca
    e quelli delle tue lacrime
    quando sei colmo di disperazione.
    Riconoscerei tra mille l'odore della tua pelle,
    il tocco delle tue dita,
    il timbro della tua voce.
    Intuisco dalle rughe sul tuo viso i tuoi pensieri
    e dall'espressione del tuo sguardo il gesto che compirai.
    Ho imparato a memoria ogni tratto del tuo corpo
    ogni muscolo che vi si contrae
    ogni vena che vi corre
    ogni nervo che lo fa inturgidire.
    Sento il profumo del tuo respiro attorno a me
    e il suo ritmo quando ti avvicini è diventato inconfondibile.


    Eppure,
    non conosco il tuo cuore.

     
  • 22 marzo 2010
    Attese

    Ho il cuore fermo.
    La mente arenata alla deriva.
    Inutili, vane, insopportabili attese.
    Di un sorso d'acqua per l'arsura
    di una coperta per il freddo,
    di un sorriso per non piangere.
    Cicli che si ripetono interminabili,
    nomi nuovi e volti nuovi che si succedono e si scambiano
    per finire tutti, inesorabilmente, nel silenzio.
    Giorno e notte continuano ad inseguirsi,
    senza che il vento muti,
    senza increspature all'orizzonte.
    Arida come la terra del deserto,
    attendo ormai solo il freddo della notte
    per sentire tremare il mio corpo,
    per sentirlo ancora vivo.
    Aspetto, indifferente,
    il prossimo nome,
    la prossima emozione,
    il nuovo zampillo di vita che poi si spegnerà.

     
  • 22 marzo 2010
    Questione di istanti

    E' tutta una questione di tempi sbagliati,
    di istanti che si sfiorano senza toccarsi,
    di treni che partono da un binario diverso.
    Io non volevo amarti,
    semplicemente continuare a scoprire la mia nuova natura,
    senza coinvolgere il cuore.
    E' inutile continuare a chiamare il tuo nome dal binario del treno che è appena partito,
    il finestrino è ormai chiuso e lo stridio delle rotaie copre la voce.
    Dovrei cambiare la batteria a questo orologio fermo da una vita.
    Tu hai preteso l'amore
    ed hai ottenuto quello che volevi.
    A quel punto, però, non lo volevi più.
    Per un attimo mi è sembrato di scorgere la tua ombra sul binario di fronte,
    forse sei sceso dal treno in corsa.
    Forse è solo un vecchio bigliettaio
    che mi osserva chiedendosi quante altre donne vedrà ancora piangere alla stazione.
    Dovrei regolare le lancette del cuore adesso,
    ma non ho gli strumenti adatti.

     
  • 22 marzo 2010
    In gabbia

    Mi trascino senza cuore.
    L'ho usato e ne ho abusato,
    sfinito, se n'è andato.


    Non ha retto all'ultima ferita:
    troppe cicatrici addosso
    per continuare a fare bene il suo lavoro.


    Ha ceduto e in gabbia tace.

    Prigioniero
    che conosce la sentenza:
    sarà la sua condanna a morte, la sua libertà.

     
  • 22 marzo 2010
    Il cerchio di fuoco

    C'era la voce di Peter Gabriel,
    la luce bianca di un occhio di bue,
    su un palcoscenico tirato a lucido,
    e le tende divaricate di un sipario di velluto.
    Nuda, in ginocchio, ti osservo.
    Nella tua mano destra una lunga frusta nera
    che fai schioccare ritmicamente.
    Hai impartito il tuo ordine: salta!
    Davanti a me la scelta:
    obbedire oppure no.
    Davanti a me il cerchio di fuoco da attraversare
    oppure la tua frusta.
    Ti guardo un istante negli occhi,
    come la fiera il suo domatore,
    occhi che incitano e promettono la ricompensa,
    e spicco il salto.
    Non attraverso il cerchio di fuoco,
    non ci arriverò mai:
    ai miei piedi si è aperta una voragine
    e precipito velocemente sempre più in basso,
    sempre più al buio.
    Il collare stringe la gola,
    volo a testa in giù
    verso la pece nera.
    Lo schianto tarda ad arrivare,
    lo aspetto continuando a volare in picchiata,
    avvolta dal tuo sguardo.
    So che a breve arriverà,
    poi sarà solo silenzio.
    Nell'ultimo terrorizzato respiro grido il tuo nome,
    dove sei Signore?
    Una corrente di aria calda mi trascina ancora più giù
    e sento bruciare forte la mia schiena.
    Poi un colpo secco.
    Ho attraversato il cerchio di fuoco
    atterrando perfettamente,
    poggiando con eleganza mani e piedi,
    e tu mi osservi compiaciuto.
    Ti avvicini,
    la tua mano libera accarezza i miei capelli neri sudati
    alzo il mio sguardo e mi sorridi,
    mentre la tua bocca si posa sulla mia
    dissetandola a lungo di piacere.

     
  • 07 gennaio 2010
    Tempo di saldi

    Me ne vado.
    Vado via dai tuoi sorrisi e dai tuoi baci, dai tuoi schiaffi e dalle tue carezze, dai tuoi ordini e dai tuoi rimproveri.

    Me ne vado dalla birra bionda a fiumi e dal vino rosso addosso,
    dalle passeggiate in montagna mai fatte e dai nostri incontri di fiamma.

    Vado via dalla preoccupazione per un ritardo e dalla lezione di teatro,
    dai nostri sogni in costruzione e dalla luce blu del motel.

    Me ne vado dalle mille delusioni che ti ho dato quando speravo di saperti amare
    e dall'amore che stavo portando via a chi invece lo tiene stretto in pugno.

    Vado via da un tempo mai compiuto e dal sangue mai versato,
    da un collare mai ben stretto e da manette mai usate.

    Me ne vado dalla tua vita, dalle tue incertezze, dalle tue paure, dai tuoi dubbi, dai tuoi desideri e dai tuoi timori.

    Vado via dal terrore di un futuro sbagliato e dal sangue marcio che dici di esserti fatto.

    Me ne vado da un'appartenenza che, in verità, non è mai stata la mia.
    Tolgo il disturbo, esco di scena.
    Mi dispiace, ci credevo.
    Vado via.

    È tempo di saldi; vendo a saldo il mio cuore.
    È pesto e malridotto ed appartiene ad un'anima dannata, un'indole complessa e una mente perversa.
    Ma a saldo è un vero affare!
    E poi... c'è sempre tempo per cambiare la merce difettosa.

     
  • 04 gennaio 2010
    Per sempre

    Ho incontrato i Tuoi occhi di fiamma
    ed i miei hanno sorriso, in un lampo.

    Ho riconosciuto la Tua mente tra mille
    e la mia, di colpo, è impazzita per Te.

    Ho mangiato a bocconi il Tuo cuore,
    ed ora sei parte di me.

    Hai inciso con sapienti baci taglienti
    il Tuo nome sulla mia pelle, come solchi.

    Hai trasformato il mio canto in un latrato
    imponendomi gesti che ora mi appartengono.

    Hai segnato con oscure carezze il mio corpo,
    che ancora, arido, anela di essere irrorato da Te.

    L'ho innaffiato con troppe lacrime.
    Non farmi piangere più, Te ne prego.
    Per sempre.

     
  • 02 gennaio 2010
    Ultima chiamata

    Non basta più dirti "ti amo".

    Questa macchina non accetta gli spiccioli che ho elemosinato sotto casa tua,
    per costruire il nostro futuro,
    mentre aspettavo che tu lasciassi un letto sempre troppo affollato.

    Ho speso tutto quello che avevo
    per non lasciare la tua mano,
    per seguire le tue parole,
    ma il sogno finiva con uno spargimento di sangue,
    ed ho pianto al risveglio.

    Ti chiederò forse perdono un giorno,
    ripensando ai tuoi occhi su di me,
    alla mia obbedienza,
    alle nostre voci che ridono,
    ai nostri corpi stanchi e nudi,
    e a questo amore che ha un prezzo troppo alto per me.

    Speravo di poterne dividere le spese con te,
    ma i conti alla fine del mese
    mi ritrovo a farli da sola,
    ed ho esaurito le risorse.

    Non so cantare,
    né suonare,
    né giocolare o recitare;
    sono nulla senza te,
    e mi mancano ormai anche le lacrime
    per continuare a mendicare.

    Ogni tanto qualcuno rallenta e mi osserva,
    attendendo quel sorriso,
    ma poi passa oltre,
    senza lasciar cadere monete.

    Non mi resta che riaprire la valigia
    stanca dei tanti hotels,
    quella che avevo messo in cantina credendo di restare,
    riempirla dei vecchi trucchi e costumi,
    delle scarpe col tacco alto,
    e ripartire.

    Raccogliere i cocci della vita che avevo distrutto
    e incollarli con il sangue,
    che fa sì male,
    ma tiene bene quando si secca;
    fingendo che sia un vestito nuovo
    che mi calza a pennello.

    Riappropriarmi del mio nome francese,
    quello che avevi fatto tuo,
    o inventarne un altro,
    e decidere di usare il biglietto confezionato sotto l'albero,
    nella busta d'oro con il fiocco rosso.

    Prendere l'ultimo volo,
    prima che sia troppo tardi.

    Per espiare il male che stavo per fare,
    per non costringerti a scelte non tue,
    per fare un regalo ad un bambino che non vuole più giocattoli.

    Mi avvio al ceck-in,
    ombra nera col volto rigato e labbra truccate,
    un solo bagaglio troppo pesante di cui non pago i chili in eccesso,
    per pietà forse.

    Mi guardo alle spalle più volte,
    sentendo la tua voce che mi chiama,
    ma ogni volta non ci sei:
    è solo l'ultimo crudele scherzo della mia mente
    che non si rassegna a lasciarti.

    Incerta, temporeggio,
    cercando ancora con gli occhi appannati tra la folla,
    te che mi corri incontro e mi porti via da li;
    ma non arriverài:
    "io non ti inseguo", mi hai detto molte volte,
    e certe cose accadono solo nei film.

    Una voce metallica e gentile mi scuote,
    ultima chiamata;
    vorrei gridartì "ti amo" ma non basta,
    non ci sei,
    e devo andare.

    Quello che ho nel cuore non posso portarlo sull'aereo:
    è "materiale esplosivo",
    dovrò lasciarlo ai controlli di polizia. Marcirà.

    Porto con me solo un collare di cuoio nero,
    per il cane che non avrò mai,
    e un orologio un tantino largo dal cinturino di metallo,
    per ricordarmi
    che il tempo non esiste.

     
  • 14 dicembre 2009
    Uccidimi

    Scuoto di fittizia gioia
    al ricordo di quei baci non dati e del nostro tempo
    che non è ancora stato.

    Curvo il mio corpo allo stremo, si deforma,
    insieme al pensiero che ti rincorre,
    e invecchia, senza raggiungerti mai.

    Volgo il viso a desiderate labbra:
    resta vuota la mia bocca, non ci sei,
    appartieni ad un'altra vita.

    La mia pelle segnata dalla tua mente
    ora è arida e piange avida la tua assenza,
    dissetandosi di ogni maledetta lacrima.

    Pianta ancora il tuo puntale nel mio petto:
    ogni tuo “ti amo” è una fitta di dolore,
    ogni “domani” una tagliente speranza.

    Chiudo gli occhi e ti vedo:
    sorridi al mio fianco,
    e beviamo insieme una coppa di sangue.

     
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  • 19 luglio 2010
    Marie, moi

    Come comincia: Ho chiesto in prestito al destino un nome nuovo.
    L'ho elemosinato alla vita dall'angolo dopo la curva, avvolta in una coperta di giornali che raccontano di storie non accadute.
    L'ho voluto come una madre un figlio, per costruire un'altra vita.
    Una nuova identità, un volto nuovo, l'ultima occasione.
    Ho chiesto un nome nuovo per rinascere a colori dopo mille puntate in bianco e nero.
    La prima parola di un romanzo ancora da scrivere. Il foglio bianco di un album da disegno ancora non usato. Ho chiesto la possibilità di un' infinità di parole tra cui scegliere, di tratti con cui cominciare.
    Ho chiesto un nome nuovo per provare la meraviglia di un bambino davanti al suo giocattolo da scoprire.
    Ne avrei potuto fare di tutto del mio nome nuovo, ma lui ha deciso invece cosa fare di me.
    Il mio nome nuovo è diventato quello che non ero mai stata. Il meglio e il peggio.
    È diventato il coraggio mai avuto, i pensieri mai espressi, le frasi non dette, i desideri mai confessati, la mia vera essenza sempre celata.
    È diventato più di quello che volevo, prendendo piacere senza colpa e anelando nuove schiavitù per fuggire a quella più grave dell'amore.
    È diventato urla sommesse di dolore per far tacere un dolore più grande.
    È diventato tutto quello che mi permetteva di non pensare.
    Con il mio nome nuovo ho cambiato volto, casa, città. Con il mio nome nuovo ho osato varcare sottili confini proibiti, ho osato far tacere la coscienza.
    Con il mio nome nuovo sono diventata fragile e invincibile.
    E alla fine il mio nome nuovo è diventato un dono e con esso la speranza concreta della felicità, fugace come un arcobaleno.
    Una cosa sola non è riuscito a fare il mio nome nuovo: farmi fuggire da me stessa.
    Ora ho un nome nuovo, e non so che farmene.
    Non più.

     
  • 18 gennaio 2010
    Lava Nera

    Come comincia: “Se il Mare potesse parlare di me
    di quello che sono per Lui, di quello che Lui ha assaporato di me,
    del calore che Gli ho trasmesso;
    se il Mare potesse dire la dedizione, i sapori, i suoni, i colori,
    che la mia vita Gli ha donato;
    se solo il Mare potesse sentire le vibrazioni che ancora la mia esistenza Gli vuole trasmettere…”

     

    Così pensava tra sé una magnifica roccia di pietra lavica che si ergeva fiera, immobile, tra le ora quiete ora turbolente acque del suo Mare. Era lì da anni lei, secoli forse, da quando il fuoco e le fiamme rosso sangue che l’avevano generata erano esplose, tra rumori assordanti, devastanti, nel ventre di un alto vulcano.
    Da allora le fiamme ed il fuoco l’avevano abbandonata, non l’avevano più sfiorata; allora le aveva consumate tutte quelle fiamme, allora aveva donato il suo fuoco liquido a quel mare, gettandosi tra quelle acque, quelle acque che ora e da allora, indifferenti, le erodevano le pareti una volta bollenti… ora gelide di un freddo glaciale.
    Ma era vita quella, si chiedeva?
    Era vita essere lì, ferma, immobile, a lasciare che le onde del mare la consumassero?
    Era stanca lei di tutto questo, era stanca di aver donato tutto il suo calore e per sempre  a quel Mare che lei onorava, rispettava, temeva… amava… a quel Mare per il quale lei, forse, neanche esisteva…
    Era stanca lei che ogni giorno fosse il solito giorno sotto il sole cocente, e che ogni notte fosse la solita notte sotto il cielo nero tempestato di lontane pallide stelle.
    Erano queste le riflessioni della splendida roccia lavica che non aveva più voglia di esistere,
    immobilizzata in una realtà che non poteva cambiare, in un’inutile eternità.
    Così decise di non cercare più di trasmettere le sue vibrazioni al suo Amato Mare.
    Così decise di non voler più vivere nell’attesa di un Suo gesto, di un Suo cenno.
    E determinata… smise di guardarLo, di ascoltarLo, di cercarLo….
    Rese le sue pareti ancora più fredde, distanti, refrattarie..
    Si volle trasformare in un mostro nero di fredda e dura roccia.

    Erano queste le riflessioni della splendida roccia lavica che non aveva più voglia di esistere.
    Così decise di lasciarsi morire…  sgretolarsi… Ma, dopo secoli di statica immobilità teatrale, accadde qualcosa.
    Accadde che d’improvviso il Mare le si avvicinò fino a ricoprirla come in una furiosa tempesta.
    Accadde che il Mare le si gettò addosso come aveva fatto tantissime altre volte… ma questa volta l’acqua fredda del suo Mare era diversa, era… calda, era… avvolgente.
    Questa volta il Mare la inondò di un incredibile calore.
    Come se il suo Mare, ora fosse lava...

    Venne avvolta da una calda massa d’acqua irruenta e gentile come non era mai stata, travolgente come lei aveva sempre sognato.
    Le onde adesso non erodevano più le sue pareti,
    ma lambivano i suoi fianchi in un interminabile, sensuale, ritmico movimento…
    Il Mare ora le si spingeva contro, la colpiva, la solcava, la stringeva follemente tra le sue acque.
    La roccia non credeva a quello che stava accadendo…
    Ma sembrava proprio che il suo Mare... le stesse finalmente parlando, la stesse circondando in un travolgente abbraccio, la stesse amando come lei aveva desiderato per secoli.
    La colpiva, la solcava ancora, instancabile Lui le scalfiva le pareti e con quelle la mente, l’anima.
    Ogni goccia di quell’acqua stava penetrando dentro la sua pietra nera come per la prima volta, afferrandola, aprendola, scaldandola, cambiandola…
    Il Mare la stava finalmente facendo Sua,
    le stava finalmente dicendo tutto quello che le aveva sempre taciuto,
    era la conferma che il suo folle donarsi non era stato invano…

    Adesso Lui era lì.. presente, dopo secoli, come non lo era mai stato... e le si avvicinò, la raggiunse, ancora, insaziabile, la circondò, la inondò, ancora, la colpì dolce e severo, ancora avanti e indietro mille volte, si abbatteva su di lei, a scolpirla.. a levigarla, a plasmarla… nelle forme, nell’essenza... fino a quando la ricoprì della Sua spumeggiante schiuma salata, e lei, lava, fiamma liquida, sentì colare quella bollente spuma bianca sulla sua pelle scura e si sentì finalmente viva…
    Fu la conferma che il suo Mare l’aveva sempre posseduta, tanto quanto lei Gli si era sempre donata…

    Non furono più pensieri di morte per la roccia, e il continuo, sicuro, movimento delle onde del suo Amato Mare su di lei, segnò la loro reciproca appartenenza, fu il loro riconoscimento, divenne il ritmo che scandiva il solcare dei suoi fianchi il battito dei loro carnali cuori.