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Autore

M.G.L. Valentini

in archivio dal 16 feb 2012

12 novembre 1964, Nettuno (RM)

mi descrivo così:
Io sono in tutti i miei romanzi: chi mi legge mi scopre.

29 settembre 2013 alle ore 16:18

Gaio Cesare Germanico (Caligola)

Intro: Queste piccole interviste mi furono chieste per la rubrica “Gli eterni volti di Roma” che appariva sul web magazine “IL LEGIONARIO”, un giornale che parlava della Roma del calcio e, pertanto, alcune scherzose riflessioni sono riferite a questa Roma.

Il racconto

(Anzio, 31 agosto 12 - Roma, gennaio 41) 

Mi lascio alle spalle la rocca del Sangallo e mi avvio sul lungomare della mia città natale, la cittadina che, insieme ad Anzio, ha visto sbarcare gli alleati per giungere a liberare Roma: Nettuno.
L'odore della salsedine mi avviluppa e ricordo i giorni della mia infanzia, quando andavo a giocare nel cimitero americano, oppure quando mi soffermavo a fissare inquieta la salma di S. Maria Goretti. A distanza di anni mi sembra tutto molto più piccolo e rimango a guardare il mare, spingendo lo sguardo all'orizzonte, dove svolazzano i gabbiani. Le loro strida mi riportano alla mente le albe trascorse in braccio a mio padre, quando mi portava a respirare lo iodio perché, dicevano, mi faceva bene.
Ed è in quel momento che vedo il lampo cadere sull'acqua e in mezzo ai frangiflutti apparire questa figura alta, bella, la testa circondata dalla corona di alloro che nasconde una incipiente calvizie, la toga virile che fascia la sua notevole corporatura.
Mi irrigidisco alquanto, consapevole di trovarmi dinanzi a uno degli uomini più crudeli della Storia, o almeno così si dice, e provo ad aprire bocca, ma il terrore mi inchioda e riesco solo a deglutire. Lui se ne accorge e piega le sue labbra sottili in un sogghigno divertito.
«Non intendo aggredirti.» inizia e il tono sottile contrasta con la sua corporatura possente.
«Tu… Tu sei Gaio Cesare Germanico.»
«Precisamente. Sebbene tutti mi conoscono con il nomignolo affibbiatomi dai legionari di mio padre: Caligola.»
«E… perché?» continuo a balbettare, malgrado tutto ancora timorosa e diffidente.
Alza le spalle con disinteresse e risponde:
«Mia madre mi costringeva a indossare la divisa dei legionari che ai piedi calzavano le calighe. Da qui il nomignolo. Non mi è mai piaciuto, ma tale sono passato alla Storia.»
«Non ti piaceva?»
«A te piacerebbe essere chiamata scarponcina?» ribatte con tono sferzante.
Sussulto spaventata, tuttavia mi accorgo che è solo indignato e posso ben capirlo.
«Sei dura di comprendonio?» riprende sarcastico. «Ti ho già detto che non ho intenzione di aggredirti. I veri assassini sanguinari sono nati e vissuti nel ventesimo secolo, mandalo bene a mente. Non vanto i venti milioni di morti che ha seminato Stalin e neppure i sei di Hitler.»
«È che la Storia ti ha dipinto a fosche tinte.» mi difendo.
Porta le mani sui fianchi, esasperato, quindi esce dai frangiflutti e mi si avvicina. Fa qualche passo sul bagnasciuga e si china per prendere una manciata di sabbia che poi mi mostra.
«Questa rena ti ha visto crescere.» inizia. «E ha visto crescere me poco più in là, ad Anzio. Ti sembro così cattivo?»
Lo studio a lungo in quegli occhi grandi e infossati, in quel volto ovale dai lineamenti gentili e dolci e mi rassereno alquanto, rispondendo:
«No, non mi sembri così cattivo.» ammetto.
Mi sorride e il suo volto si illumina, rivelandolo per quello che era: un uomo sicuro di sé, gaudente, sagace ed estremamente pungente e sprezzante.
«È vero, mi hanno dipinto come un folle, uno schizofrenico, un degenerato e un assassino e a mia discolpa posso solo dire che Svetonio, Dione e Seneca mi odiavano a sufficienza per lasciare ai posteri i loro scritti contro di me. Ma, se vai a vedere bene, non ho fatto nulla di più e nulla di meno di quello che avevano fatto i miei predecessori e che avrebbero continuato a fare i miei successori. Io ho ereditato un impero all'età di venticinque anni, un impero difficile da governare.»
«Sbaglio, o sei stato il primo imperatore che è salito al potere non per adozione bensì per sangue patrizio?»
«No, non sbagli. In me si fondevano per la prima volta le due grandi famiglie patrizie romane: Giulia e Claudia. Mia madre Agrippina era la pronipote di Augusto, mentre mio padre Germanico era discendente di Tiberio e Livia.»
«Possiedi anche un altro primato poco invidiabile: quello di aver iniziato le persecuzioni dei cristiani.»
Alza di nuovo le spalle, come se la cosa non lo interessasse e risponde:
[200px-Caligula_bust] «Il popolo amava i giochi, allora come ora. I romani adoravano vedere gli uomini sbranati dalle belve. Io ho semplicemente ridato i ludi alla città, dopo il governo insipido, piatto e puritano di Tiberio.»
Faccio una smorfia, disgustata, e ribatto:
«Sarà stato anche insipido e puritano, ma di certo lui non giaceva con le sue sorelle.»
«Io ho amato oltremodo Drusilla.» risponde con tono vibrante. «Non ci trovo nulla di male nell'amare la propria sorella.»
«E le mogli dei tuoi amici?»
«Tanto meno.»
«Tu hai amato un po' troppe persone.» insinuo melliflua. «Cosa mi dici dell'attore Mnestre, o di Valerio Catullo, o anche solo di tuo cognato Marco Emilio Lepido?»
«E dunque?» ribatte drizzando le spalle. «Lepido, quel fedifrago, ha persino congiurato contro di me. Me, che ero un dio e che potevo permettermi di esserlo. L'ho fatto giustiziare.»
«Un dio?»
«Certo, mia cara. Ho persino dato ordine di far costruire una mia statua dentro il tempio di Gerusalemme. Ma l'intervento di Agrippa mi ha fatto desistere. Come potevo non dar retta al mio mentore?»
«Mentore?» rimando inarcando le sopracciglia. «Ora si dice così?»
«Sei impertinente e maleducata!» scatta rabbioso, gli occhi imperiosi che mandano scintille. «Se mi fosse ancora concesso, ti farei mozzare la lingua.»
«Così come avresti voluto spellare Apelle?»
A quelle parole si irrigidisce appena, quindi scoppia a ridere di gusto e si trattiene la corona di alloro per non farla cadere.
«Oh, sì, quello! Ancora non hai capito? Era solo un gioco di parole ed io amavo giocare con le parole.»
«E il tuo cavallo, Incitato? Lo hai fatto senatore.»
La sua risata cristallina mi lascia perplessa e lo studio un po' meglio, per vedere se per caso non mi è sfuggito qualcosa.
«Sono stata divertente?» commento acida, incrociando le braccia sul petto.
«No, ma hai avuto il potere di farmi ricordare la faccia dei senatori quando ho fatto presente il mio desiderio di nominare loro pari Incitato.»
«Indignati?» suggerisco.
«E offesi! Quei tronfi pavoni che sapevano solo blaterare senza mai giungere a una conclusione! Ho semplicemente voluto dargli una lezione: il mio cavallo sarebbe stato più intelligente di loro e di certo meno corrotto.»
«Quindi, era solo uno scherzo?» domando dubbiosa.
«Ovvio! Ogni cosa dicevo veniva sempre travisata, come quando ho appellato Livia "Ulisse in gonnella" e questo non ha fatto altro che alimentare le dicerie sulla mia follia. Io, invero, ero come mia madre e mia nonna: avevo la lingua tagliente e ne facevo largo uso, non perdendo occasione per fare battute.»
«Peccato che coloro che ti stavano intorno non l'hanno capito.» replico.
«Sì, un vero peccato. Non era colpa mia se ero pungente, sarcastico ed estremamente arrogante.»
«A parte questo, io so che hai comunque amato molto Roma.»
Allarga le braccia e sorride, apparendo bellissimo.
«Chi non l'amerebbe? Durante il mio principato ho fatto in modo da consolidare il potere di Roma più che espanderlo. Ritenevo fosse più prudente poggiare su solide fondamenta.»
[caligola] «So che hai anche affrontato il problema della manutenzione delle strade.»
«Mi sembrava palese. Noi romani siamo stati famosi per le nostre strade che si snodavano per l'intero impero ed io non sopportavo che andassero in malora.»
«È vero che hai ampliato la rete idrica a Roma?»
«Verissimo. Feci costruire due nuovi acquedotti, l'Acqua Claudia e l'Anio Noves, entrambi portati a termine dopo la mia morte.»
«Ti sei preoccupato anche della pulizia dell'Urbe.»
Gonfia il petto e si liscia la tonaca virile.
«Pur di far bella Roma, ho ricoperto di fango un addetto all'edilizia, per fargli capire cosa intendessi per pulizia. E lui lo capì talmente bene che, quando divenne imperatore con il nome di Vespasiano, si è ricordato della lezione ricevuta. Tutto merito mio, non credi?»
Ne convengo e inizio a credere che davanti a me non ci sia un folle, bensì una persona intelligente e sarcastica, che sa cogliere il lato umoristico in ogni occasione.
«So che ti piaceva travestirti.»
«Sì, fin da piccolo. La mia passione, dopo la corsa dei cavalli, era il teatro. Spesso intervenivo nelle rappresentazioni, mascherandomi e recitando insieme agli attori. Il mio migliore travestimento era Alessandro Magno.»
«Oltre alle corse dei cavalli e al teatro, si dice che amavi i combattimenti nelle arene.»
Arriccia il naso e annusa l'aria salmastra, chiudendo un attimo gli occhi.
«I ludi circensi erano un vero spettacolo. Hai mai assistito?» indaga.
Rabbrividisco al pensiero e scuoto la testa.
«Male, ragazza, male. Noi romani ne andavamo fieri e orgogliosi. I gladiatori erano un portento della natura. Un giorno mi capitò di assistere a un incontro singolare.»
Rimango in silenzio e lo fisso a lungo, mentre il suo sguardo si vela di ricordi e le sue labbra si piegano in un dolce sorriso. Con tono pacato, riprende:
«Mentre un certo schiavo Androclo era al centro dell'arena, il leone che avrebbe dovuto sbranarlo si mise a leccarlo e a fargli le moine come un grosso gatto. Ho poi saputo che la bestia aveva riconosciuto l'uomo che, tempo prima, gli aveva tolto una grossa spina dalla zampa che gli causava forte dolore. Quale magnifica riconoscenza!»
«Ma… Ma è vera?» balbetto allibita. «Questa storia è vera?»
«L'ho veduta io, con i miei occhi.»
«Deve essere stata una scena entusiasmante.»
«Spettacolare.» ammette. «Ho liberato sia lo schiavo sia il leone.»
«Nobile gesto.» commento iniziando a guardarlo sotto una luce diversa.
Lui sorride e all'improvviso allunga la mano e mi scarmiglia i capelli, facendomi impallidire.
«Un tempo, ti avrei costretto a tagliarli rasati.» ammette.
«Solo perché tu ne eri privo?» ribatto.
«Una idiosincrasia che è costata cara a molti.» ammette. «Ma io ero l'imperatore e come tale mi consideravo un dio.»
«Un dio che però è morto sotto i colpi di pugnale.»
Sospira e scuote la testa bionda. Ancora mi chiedo come facessero gli antichi a considerarlo brutto e privo di attrattiva. E poi penso che il giudizio era stato dato da coloro che lo odiavano e volevano a ogni costo porlo sotto una luce crudele e sanguinaria. I senatori che lo hanno ucciso, non si erano aspettati che il popolo piangesse la sua dipartita.
«Anche gli dèi tendono a morire.» commenta. «Solo il vostro Dio non muore mai. Pretenzioso, non trovi?»
Non replico, consapevole che mi sta stuzzicando di proposito, provocatorio come sempre, e con un sorriso mi saluta, tornando tra i frangiflutti da dove era apparso. Esito un solo istante e lo richiamo:
«Gaio!»
Si ferma e volta appena la testa, sbirciandomi da sopra la spalla.
«Vedi? Tu ed io saremmo andati d'accordo. Se solo anche gli altri mi avessero compreso!»
Gli sorrido senza più timore e mi inchino, riconoscendo la sua natura divina. Lo vedo annuire adagio e prima di svanire mi lancia la sua corona d'alloro. La raccolgo e la osservo a lungo, prima di portarla sul cuore e sospirare appena.

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