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Autore

M.G.L. Valentini

in archivio dal 16 feb 2012

12 novembre 1964, Nettuno (RM)

mi descrivo così:
Io sono in tutti i miei romanzi: chi mi legge mi scopre.

29 settembre 2014 alle ore 14:15

Pasquino

Intro: Queste piccole interviste mi furono chieste per la rubrica “Gli eterni volti di Roma” che appariva sul web magazine “IL LEGIONARIO”, un giornale che parlava della Roma del calcio e, pertanto, alcune scherzose riflessioni sono riferite a questa Roma.

Il racconto

Il giorno di ferragosto è una manna dal cielo per i superstiti romani rimasti a casa e che non si sono dati alla villeggiatura: l'Urbe è finalmente a portata di mano. Niente traffico, niente studenti, niente lavoratori, niente caos; solo turisti e strade deserte che puoi permetterti di percorrere a piedi.
Mi sento la signora di Roma, padrona di tremila anni di storia e me li godo tutti mentre passeggio sotto il solleone, avida di sole come una lucertola. Mi si scaldano il fisico e il cuore quando scorgo il Pincio, quando raggiungo il Gianicolo, quando intravedo Porta Pia, quando approdo al Pantheon o al Colosseo.
La mia amata Roma dovrebbe essere sempre così, libera da rumori assordanti, libera da gente impazzita, libera dallo smog delle migliaia di macchine e motorini. Dovrebbe essere solo Roma. Ma qui pure le mosche sono stressate.
E mentre cammino assorta, gli occhi ricolmi delle meraviglie che mi si spiegano dinanzi, giungo dirimpetto a palazzo Braschi, un tempo palazzo Orsini, e lo sguardo mi cade sulla statua di Pasquino. Sorrido e sto per tirare dritto, quando all'improvviso non vedo più i palazzi moderni, non vedo più le strade asfaltate, non scorgo più nulla della civiltà del ventesimo secolo che ci ostiniamo ad appellare "civile" non si sa per quale recondito motivo.
All'improvviso, come per magia, mi ritrovo nella Roma barocca, con i suoi abitanti che sfoggiano abiti sfarzosi, carrozze ridondanti di ghirigori, prelati altezzosi protetti dal baldacchino, venditori ambulanti, postulanti vestiti di stracci, bambini luridi che si rincorrono insieme ad animali da cortile, cavalli e cavalieri e sento sogghignare alle mie spalle. Mi giro e vedo la statua di Pasquino che prende vita, con i suoi arti mutilati e sicuramente impallidisco, perché la sento dire:
«Aho, bella mia, ma che hai visto un fantasma?»
«Tu… Tu parli?» balbetto.
«Parlare.» ripete con aria ispirata. «Sì, mi piacerebbe parlare, dato che sono la più famosa statua parlante di Roma; ma, ahimè, in genere comunico attraverso i fogli che la gente mi attacca addosso.»
«Fogli?»
«Sì. Libelli. Chiamali come vuoi.»
[180px-Pasquino_rome] Annuisco e le labbra mi si piegano in un sorriso divertito. Anche lui sogghigna e ammette:
«In questi secoli mi sono divertito da matti.»
«Non stento a crederlo. La satira è di moda tuttora.»
Scuote la testa e ribatte:
«Non è la stessa cosa.»
«Sì che lo è.»
«No che non lo è! Vuoi mettere l'atmosfera, dove era vietato parlare male dei potentati e trovare comunque qualcuno disposto a sfidare gli strali del potere pur di attaccare e denunciare e vedere la faccia del bersaglio la mattina dopo? Ah, bella mia, queste sì che sono soddisfazioni!»
Mi guardo intorno e noto la gente che prosegue nelle faccende quotidiane, ignorando sia me sia Pasquino e quando una dama mi passa accanto con la scorta, provo a toccarla, ma la mia mano afferra solo l'aria. Sospiro e mi godo lo spettacolo della Roma barocca, così calmo, così luminoso, così pieno di vita.
Be', sì, noi, al confronto, non viviamo: sopravviviamo.
«Sai,» riprende con tono allegro, «ci sono stati papi che avrebbero voluto distruggermi per far cessare le pasquinate, ma uomini dello stampo dell'Aretino, del Marino e del Belli, non hanno avuto timore e hanno continuato imperterriti a scrivere le loro pasquinate. Sono orgoglioso di questo. Io faccio parte del popolo di Roma e nulla e nessuno lo può negare.»
«Raccontami.» lo esorto.
Esita, china appena la testa, quindi annuisce e sospira.
«Hai presente papa Clemente VII de' Medici?»
Faccio mente locale, quindi rispondo:
«Certo, il papa del sacco di Roma.»
«Brava. Adunque, quando è morto, dopo lunga malattia seguita dal suo medico personale, qualcuno, forse proprio l'Aretino, considerato il governo disastroso e sospettando il cerusico di aver abbreviato la sofferenza, scrisse: "Ecco colui che toglie i peccati del mondo", chiaramente riferendosi al medico.»
Mi metto a ridere di gusto e lui sorride a sua volta, felice della mia reazione.
«Orbene, hai presente papa Paolo IV Carafa?»
«Papa rigido oltremodo, forse un po' bigotto.»
«Sì, costretto da lui medesimo al digiuno per espiare colpe sue fino alla morte. Orbene, io dissi: "Accidenti, che vino forte c'è in questa Carafa!" e Marforio, mio grande alleato, rispose: "Ti sbagli, è aceto".»
[300px-Marforio] Mio Dio, quale meraviglia! Sto dialogando con Pasquino e quasi stento a crederci! E via, una pasquinata dietro l'altra, le braccia che stringo intorno all'addome per le risate, la gente che continua a non vederci e mi sento stranamente viva.
«E di papa Sisto V?» esorto eccitata.
«Oh, lui, papa Peretti, nome rimasto oscuro e sconosciuto. Che vuoi che dica, se non che fosse già vecchio e rigido da non riuscire a definire? Basti dire che di lui si dice: "Papa Sisto non la perdonò neppure a Cristo"!»
Rimango allibita e la mia espressione deve essere così comica che Pasquino ride e spiega:
«Si dice così perché, dinanzi a un crocifisso in legno che pareva versasse sangue, lui lo spaccò in due, mostrando che dentro vi erano state messe delle spugne imbevute di sangue.»
Spettacolare! Un papa veramente tosto. Uno di quelli che non si piega.
«Quando morì, lasciando Roma sul lastrico e carica di gabelle, Marforio mi chiese: "Come si potrà vivere, Pasquino, con le vettovaglie tanto rincarate per le gabelle imposte da Sisto?". Ed io risposi: "E chi ti ha detto che si debba vivere sotto Sisto? Un po' per volta non si deve morire tutti impiccati?"»
Scoppio a ridere e per un attimo chiudo gli occhi, assaporando la Roma barocca e sperando di poterci rimanere in eterno.
«E di papa Clemente VIII Aldobrandini cosa mi dici?» domando.
«Ah, lui! Che tipo! Hai presente Enrico IV di Francia, che abiurò la sua fede pur di farsi incoronare re dal papa? Ebbene, io risposi: "Enrico era acattolico e per amor del regno eccolo pronto a diventar cattolico apostolico. Se gliene torna il conto, Clemente, ch'è pontefice romano domani si fa turco o luterano".»
Rido di nuovo, le lacrime che sgorgano dagli occhi e mi trattengo lo stomaco, immaginando Enrico IV che abiura mormorando:
"Roma val bene una messa".
Oh, sì, due tipi proprio simili e si sono capiti subito!
«Ma lui è anche il papa che ha spedito al patibolo Beatrice Cenci, perché imballata di soldi.» riprende Pasquino. «E Marforio mi chiese: "Quali delitti avea la casa Cenci, secondo il santo padre Aldobrandini?". Ed io di rimando: "Avea troppi quattrini."»
È incredibile quanto le pasquinate facciano bene alla salute: aiutano nel riso e solo il riso lenisce tutte le preoccupazioni e mostra il lato migliore della vita.
«Però,» ammonisce Pasquino, «è stato anche il papa che ha bruciato Giordano Bruno, unico esempio di Inquisizione a Roma in quel periodo.»
«Già.» mormoro scuotendo la testa e tornando seria.
Rimango a fissarlo, tuttora incredula che una statua possa rivolgermi la parola e il mio pensiero vola a Marforio, l'altra statua meglio conservata che poggia languida su un triclinio e che osserva i romani con aria di superiorità.
Posso solo immaginare la gente che si accalcava intorno a queste due opere d'arte per leggere la satira che uomini illustri e meno illustri si sono presi la briga di divulgare per non farla passare liscia ai potentati. E posso altresì immaginare la faccia di prelati e papi, di re e imperatori illividire di furore e prendersela contro le parole portate dal vento.
«E con Napoleone?» domando.
«Eh… Ne sono volate di pasquinate! Quando si presentò al cospetto di papa Pio VII Chiaramonti per fare ammenda e questi fece intonare il Te Deum, su di me si trovarono queste parole: "Te deum laudamus e in te speriamo, ma a Bonaparte non ci crediamo".»
«Già! Ma poi, con la caduta del potere papale, nessuno più ha scritto libelli.»
Rimane in silenzio e mi accorgo che sta osservando alcuni bambini che giocano vicino a noi senza vederci. Osservo il loro gioco e rabbrividisco: stanno simulando una impiccagione! Sbalordita, alzo lo sguardo su Pasquino e lui sospira.
«Che vuoi, ai nostri giorni gli spettacoli che il popolino poteva permettersi erano le condanne capitali.»
Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, mentre le risate cristalline dei bambini mi riempiono le orecchie come campane a morto.
«Tranquilla, ragazza: questi giovani qui sono più svegli e arguti di quelli attuali.»
«Non lo metto in dubbio.»
«Comunque,» riprende con tono ammiccante, «ci sono stati altri libelli. Uno in particolare.»
«Quale?» domando incuriosita.
Sogghigna divertito e spiega:
«Quando a Roma giunse in visita Hitler. Qualche bontempone ha deciso di farmi risorgere e la mattina su di me c'era scritto: "Povera Roma mia de' travertino! T'hanno vestita tutta de cartone pe' fatte rimirà da 'n'bianchino."»
Scoppio a ridere e porto una mano alla fronte, immaginando le facce austere e dure di Hitler e Mussolini dinanzi alla pasquinata e comincio a capire la diversità di satira. Quella di Pasquino è sottile, irriverente, lapidaria, spiritosa, ma, soprattutto, è discreta e per questo più efficace. Oggi non si fa più satira simile.
Annuisco, prendendo nota della lezione offertami da Pasquino e quando alzo lo sguardo, noto la statua di nuovo rigida, quel che rimane del volto intagliato nel marmo un marmo stesso e apro la bocca per dire qualcosa; ma ci ripenso e mi accorgo che sono tornati a circondarmi i palazzi moderni, i turisti e, soprattutto, lo smog.

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