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Autore

Michele Prenna

in archivio dal 10 apr 2011

19 ottobre 1946, Venegono (Varese) - Italia

mi descrivo così:
Estroverso e comunicativo sono da sempre onnivoro lettore con grosse curiosità intellettuali. Sposato con due figli grandi, terminata la carriera d'insegnante di lettere, ho scoperto la scrittura poetica e la fotografia: hobbies che sinergicamente abbino.

16 novembre 2011 alle ore 20:32

La chiave delle parole

Intro: Ventuno parole in un percorso seguendo l'ordine alfabetico e ognuna, aperta dalla chiave dell'autore, racconta qualcosa di sè al lettore.

Il racconto

AMORE. E' il passepartout della vita ed ha una freschezza che il tempo non logora. Conosce molte declinazioni, ma la più ambita coincide con la reciproca attrazione e il desiderio di condivisione. L'amore si può trasmettere su un altro essere, così come il Sole irradia calore, senza averne in ricambio neppure un debole riflesso. Vice-versa si può esserne oggetto e negarlo. Non vado oltre per questa parola evocatrice d'emozioni, perché molto ancora, volendo, potrà aggiungere ogni amico lettore.

BORSA. Sempre più complicato riempire la borsa della spesa. Chi non conosce l'intimazione da rapina "La borsa o la vita!" così attuale di nuovo nella crisi globale che sta bruciando risparmi e capitali nella borsa degli affari? Governi in affanno, in bilico il prestigio USA di maggiore potenza mondiale e l'Italia che imbarca sempre più acqua. Nelle notti insonni per chi ci pensa vengono le borse sotto gli occhi. E anche in questo caso non è un bel vedere.

CAMICIA. Indumento d'uso comune storicamente utilizzato come segno d'appartenenza ideologica: le camicie rosse garibaldine, le nere fasciste, le brune naziste fino alle verdi camicie leghiste. Interessante notare come, per indicare un individuo baciato dalla buona sorte, si dica anche oggi "nato con la camicia" (il riferimento originale è alla placenta materna). Va forte anche il "rimboccarsi le maniche" (naturalmente della camicia) alludendo alla necessità di fare finalmente qualcosa con maschia energia (non mi risulta che l'espressione sia mai stata riferita alla costola d'Adamo forse perché le donne da sempre difficilmente possono permettersi di oziare). La camicia botton down era (è?) considerata un must da certi politici quando erano sulla cresta dell'onda. La perfetta stiratura del capo richiede abilità e pazienza sempre più rare, ciò ha aperto la strada alle camicie "non stiro" chiaramente preferite dalle donne cui spesso tocca la noiosa incombenza. Chi va in televisione ha cura d'indossare una camicia che non "spari" in trasmissione.

DONO. Più bello farlo che riceverlo perché, anche se non ha secondi fini, lega comunque il beneficiario, tant'è che fra i cosiddetti primitivi (vedi il classico"Il dono" di Mauss) chi ne era oggetto sentiva l'imperativo categorico di ricambiare. Per questo l'insistenza sulla vita come dono rappresenta, sotto certi aspetti, un invito nemmeno troppo subliminale a ricambiare di tanta bontà l'autore (che sia un dio o i genitori). Da sempre i poveri e gli indigenti sono educati a pregare e ad attendersi doni in cambio della loro devozione celeste e terrena:terreno fertile per ogni tipo di clientela. La cosa va gestita con accortezza da chi la cavalca, in caso contrario la negazione di "panem et circenses", con la pretesa di convincere la gente della bontà di provvedimenti impopolari, può portare alla rovina di lor signori. Il dono era ed è indicativo della grandezza di un potente: chi vuol essere o sembrare tale non può farne a meno. Da ricordare infine il "timeo Danaos et dona ferentes" (=temo i Danai anche quando portano doni. cit. dall'Eneide di Virgilio) ancora attuale ammonizione a non ricevere doni alla leggera.

ESEMPIO. Ai figli bisognava "dare l'esempio" di una vita onesta capace di sacrifici per assicurare un'esistenza dignitosa alla famiglia ed, a cascata, i figli maggiori dovevano essere modelli per tutti gli altri, tanto che non era affatto raro che il "grande" le buscasse per qualche marachella dei più piccoli alla cui educazione collaborava con una bella quota di responsabilità. L'esempio del buon padre di famiglia era qualità richiesta e che si attribuiva ogni politico e dirigente avveduto. Oggi gli esempi si sono ridotti a "flatus voci" , visto che nei fatti, conta il successo vero e presunto non importa come raggiunto. Il "dare l'esempio" ridotto a slogan per campagne pubblicitarie in cui si chiede ai limoni spremuti, da parte di chi usa bere sontuose limonate, di continuare a dar sugo perché la limonaia, da loro mezzo distrutta, continui a fruttificare accennando di nuovo a fiorire. Il problema è che, a livello inconscio, la cosa funziona al contrario; non è l'esempio richiesto che convince, ma quello che si dà e se il "buon padre" in realtà si comporta (con apparente successo) da furfante, difficilmente i figli non ne seguiranno l'esempio.

FESTA. Giorno da dedicare al ringraziamento religioso, passato poi anche alle onoranze civili. Da piccoli la festa è legata alla vacanza da scuola, da adulti è tempo liberato dal lavoro, anche se, nello spirito mercatistico dei tempi, oggi "per qualche dollaro in più" il lavoro festivo è diffuso soprattutto nei servizi turistici e commerciali. E' bene porre attenzione a chi, come è uso ricorrente da parte di chi ha un qualche potere, vuole "farci la festa" perché l'espressione sottintende che sta per giocarci qualche brutto tiro, diversamente dal micio e dal cagnolino che ci fanno festa esclusivamente per darci e ricevere piacere.

GOCCIA. Riluce come una perla quella di rugiada sulla foglia. Trasparente e chiara, dono del cielo, la trovo simbolo di perfezione, piccolo mondo che nulla nasconde. "Gutta cavat lapidem" = la goccia scava la pietra: dice l'adagio latino ed io l'intendo provenire dall'osservare che questa di solito non viene sola e ama talvolta ripetersi avendo di mira sempre lo stesso bersaglio finché non cede. La goccia può anche assurgere a metafora di quell'interrogarsi continuo, delle domande ultime che scavano il cuore più duro fino a cavarne il sugo della felicità o della disperazione secondo si apra all'amore o s'affacci all'abisso del nulla. Nella parabola del ricco Epulone, per contrappasso, il povero non concede neppure una goccia dal paradiso all'inferno a colui che sulla terra banchettava incurante della sua mano tesa. Chiudo in leggerezza ricordando che il goccio ne è il fratello pazzerello perché amante del succo spiritoso dell'uva, infatti è il classico goccio di vino che rallegra le tavole e aiuta o dà l'illusione di aiutare chi vi annega qualche dispiacere e miseria del corpo e dell'anima.

H. E' l'acca muta che cambia il significato, secondo posizione, di alcune paroline (ha-ah ho-oh quelle che mi vengono in mente). Quella che rende dure nella pronuncia la "c" e la "g" precedendo le vocali dolci (ce diverso da che, e analogamente ci non ha niente a che fare con chi). Cenerentola fra le consonanti, s'è presa la sua rivincita come simbolo chimico dell'idrogeno (2atomi di H legati a 1di O ssigeno ed abbiamo la molecola dell'acqua fonte di vita). La fissione dell'idrogeno, da che l'uomo è capace di produrla, scatena energia, ma è stata ricercata e applicata per la prima volta con fini militari (chi non ricorda la bomba H con i morti di Hiroshima e Nagasaki?). L'uso pacifico dell'idrogeno nei reattori per la produzione di energia elettrica accanto a benefici comporta problemi notevoli:stoccaggio delle scorie radioattive-rischio di incidenti con fughe radioattive (Cernobyl e Fukushima le più note perché è stato impossibile nasconderle). Da ultimo un cenno a un insulto "non capisci un'acca" in cui l'ignoranza abissale attribuita al "nemico" si lega al convincimento stupido della semplicità e facilità di comprensione di questa letterina (e non pensate alla tv!)

INFERNO. Il buon vecchio Ade pagano ove regna Plutone che vi portò Proserpina rapita alla madre Cerere costretta ad accettare che la figlia vi restasse parte dell'anno perché la fanciulla aveva accettato qualche chicco di melagrana dal dio. E il mito ctonio così spiega l'inverno come stagione di materno dolore. E' il luogo oscuro da cui non strappa Orfeo la sua Euridice perché si volta, dimentico dell'avviso, prima che sia tutta alla luce uscita. Col cristianesimo prende connotazioni paurose e diventa il luogo dell'eterna dannazione contrapposto al paradiso gioioso di sempiterna luce (il purgatorio non c'è all'inizio). Noi, che "non possiamo non dirci cristiani" per quanto almeno riguarda le radici e la cultura da cui siamo permeati, assumiamo la parola inferno in senso figurato per indicare qualcosa di terribile, il peggio del peggio che possa capitare. Ed ecco il "mandare all'inferno" dell'imprecazione, "l'inferno della nebbia in autostrada", "la crisi infernale". Dante nell'aldilà dei canti della Divina Commedia raggiunge il massimo di capacità descrittiva nei gironi infernali, piuttosto che nelle cornici purgatorie o nei cerchi paradisiaci. Finisco con Boccaccio dove "il diavolo che va messo in inferno" in una novella del Decamerone è metafora del copulare con uno sberleffo irridente al peccato di fornicazione.

LAGO. E' il mare d'acqua dolce, intrappolato fra le terre, ricordo di ghiacciai disciolti o di remoti crateri passati dal fuoco al liquido fresco. Come il mare può avere tempeste e naufragi, su scala ridotta naturalmente, ed è abitato da pesci ed uccelli. Nel vangelo gli apostoli sono pescatori del lago di Tiberiade sulle cui acque Gesù ha camminato. Il lago è molto caro ai popoli nordici per il microclima che favorisce l'insediamento di una flora rigogliosa e fiorente (ortensie, camelie, ma anche oleandri, ulivi e palme) a poca distanza da vette innevate. Vedute lacustri sono un must per la pittura en plein air e certe località sono rinomate a livello internazionale. Stresa e le Isole Borromee, i giardini di Villa Taranto, Santa Caterina del Sasso,le isole di Brissago, Ascona e Locarno sono per dire solo un riassunto parziale delle bellezze del Verbano che si anima per l'intero anno ogni mercoledì col grande mercato di Luino frequentatissimo dagli Svizzeri. Passando al lago di Como, come dimenticare Bellagio, amatissima dal turismo internazionale e meta di tanti viaggi di nozze. Del Garda (il "mare" dei tedeschi) cito Sirmione con le grotte di Catullo. Poi ci sono tanti piccoli laghi e fra questi quello di Varese, città giardino al centro della regione dei laghi. A un tiro di schioppo il Ceresio o lago di Lugano condiviso con gli Svizzeri. Avevo tralasciato di citare il balletto (per me il più romantico) del LAGO DEI CIGNI e di ricordare che a suo tempo i laghi, come i mari e gli oceani importanti vie d'acque, avevano i loro pirati (vedi i famigerati Mazzarditi del Lago Maggiore basati sugli isolotti di Cannero in posizione strategica per intercettare i ricchi e frequenti traffici tra Italia e Svizzera). Le sponde dei laghi hanno inoltre ospitato le palafitte di molti nostri antenati (civiltà delle terramare). Purtroppo non mi vengono in mente modi di dire legati alla parola, ma per chiudere rammento che il lago fa da sfondo allo struggente PICCOLO MONDO ANTICO di Antonio Fogazzaro che in Val Solda (parte settentrionale del Ceresio vicina a Porlezza) aveva una villa, bella ancor oggi da visitare. Il lago infine era carissimo a un poeta come Vittorio Sereni e molte storie di lago sono state narrate da Piero Chiara e oggi stimolano la vena affabulatoria di Andrea Vitali.

MAMMA. Probabilmente la prima parola di ogni creatura vivente e, in molti casi, l'estrema invocazione. Si dice anche madre, ma è più formale rispetto a quel "mamma" facile e dolce da articolare. Nessun amore potrà mai eguagliare il suo, tant'è che una delle immagini più strazianti del Cristianesimo è quella di Maria ai piedi della Croce e della Madre, senza più lacrime, col Figlio morto sulle ginocchia. Infinite le opere letterarie e artistiche ispirate e dedicate a chi è fonte di vita. Spiace che si trovi anche nel modo di dire "La madre degli sciocchi è sempre incinta".

NOME. Importantissima parola perché nulla esiste nè può essere comunicato se non nominandolo. Nei sei giorni della Creazione, ricordati nella Genesi, Dio nomina e divide Luce da Tenebre finchè non crea l'uomo "facciamo l'Uomo a nostra immagine e somiglianza". Nei tribunali si giudica "in nome del popolo", si supplica "in nome di Dio" e s'invoca il suo Santo Nome. Il nome è davvero l'essenza anche della persona: l'appello nominale, chiamare per nome. A scuola i bimbi cominciano a imparare a leggere e scrivere attraverso i nomi (C di casa L di luna per es.). E' l'utilizzo sapiente dei nomi quello che distingue uno scrittore di talento, capace di evocare scene, avventure ed emozioni, da un noioso imbrattacarte. Da ricordare che il personaggio terribile dei Promessi Sposi non si può nominare: l'Innominato appunto e, a ritroso, Ulisse beffa il Ciclope chiamandosi Nessuno, Vie, piazze e monumenti, perfino città (Alessandria d'Egitto in onore di Alessandro Magno, Stalingrado nella vecchia U.R.S.S. solo per ricordarne alcune) rendono onore al nome dei grandi che, se mai cadono in disgrazia, sono ex abrupto cancellati e sostituiti. Romantica pur se infestante l'usanza degli innamorati di scrivere/incidere i nomi perché a tutti sia noto il loro amore. Ne seppe qualcosa Orlando impazzito davanti alla prova del nome di Angelica con accanto un nome, ahimè, diverso dal suo. Mi fermo qui certo di aver detto solo una minima parte su ciò che può essere collegato a questo vocabolo.

OCA. Pennuto ingiustamente utilizzato per dare dello sciocco (è nome femminile che al maschile trova lo stesso uso improprio nel paziente asino) in realtà animale intelligente ed aggressivo tanto da fare invidia al sopravvalutato cane per la tempestività nel segnalare l'avvicinarsi di un estraneo. Dice niente, in proposito, l'episodio più o meno leggendario delle oche del Campidoglio che avvertirono i Romani dell'arrivo dei Galli (in questo caso bellicoso popolo barbarico e non i maschi delle galline)? La bestia è associata al marziale "passo dell'oca" dei tedeschi in particolare nell'ultima guerra mondiale e, nel mantovano, alla prelibata "salama d'oca". Agli amici il piacere, volendo, di allungare e insaporire il brodo.

PORTO. Quello sicuro che accoglie dopo le tempeste. Quello "delle nebbie" con Jean Gabin (e peggio per chi non ha visto il film). Il porto dove sosta il marinaio e riparte lasciando un cuore infranto (da qui le promesse da marinaio). Nell'antichità era d'obbligo la navigazione sotto costa, di piccolo cabotaggio, perché le imbarcazioni non erano in grado di resistere troppo a lungo in alto mare sia per come erano allestite sia per la difficoltà di mantenere acqua e cibo commestibili per lungo tempo. Il porto è bella metafora insieme alla barca per indicare il posto quieto dove rifugiarsi e ritemprarsi prima di ripartire per altre avventure. C'è anche il porto, inteso come vino, ma è tutt'altra cosa.

QUADRO. Chi non ne ha uno in casa e chi non ne ha mai ammirato uno al museo, in una mostra, in un libro d'arte? Nata come imitazione della Natura, la pittura si è dispiegata nelle opere degli artisti capaci di rendere ogni sua sfumatura nella composizione, nella luce, nel disegno di forme e nell'uso geniale del colore. La fotografia ha costretto i pittori ad andare oltre: dall'astrattismo, al surrealismo, al futurismo, all'iperrealismo, al ripping e a tant'altro illustrato in tante eccellenti storie dell'arte. Bellissimo il passaggio nei "Promessi Sposi" in cui Don Rodrigo passeggia nella quadreria di famiglia sotto i ritratti dei suoi maggiori che gli incutono una cupa soggezione. In ambito manageriale il quadro è un gradino della carriera ed indica una figura a metà strada tra l'impiegato esecutivo e il boss che dirige l'impresa. "Avere il quadro" o "farsi un quadro" della situazione fa da pendant, come modo di dire, all'immaginare "scenari" futuri per programmare una campagna di vendita, politica e/o promozionale.

ROSA. "Rosa fresca aulentissima..." come non incantarsi davanti a questo incipit della celeberrima Scuola Siciliana alle scaturigini della poesia italiana? E' la rosa vera regina dei fiori per forme e colori squisiti non meno del soave profumo (acqua di rose - essenza di rose). Cara a ogni tipo d'artista, simbolo ineguagliato nella lirica d'amore, i petali rallegrano le infiorate e sono d'augurio agli sposi. Infiniti i modi di dire che trovano protagonista il bel fiore e tutti in senso positivo. C'è anche la "rosa dei venti", ma è tutto un altro discorso.

SEME. Ci vuole un seme per generare ogni creatura vivente dalla spiga di grano all'uomo sempre meno in sintonia con la natura. Buon seme, secondo un vecchio adagio, dà buoni frutti, anche se per le influenze ambientali questo può non avvenire come d'altro canto si può operare sul cattivo per migliorarne la discendenza. Per molto tempo l'occupazione fondamentale dell'umanità per la sua sopravvivenza è stata l'agricoltura succeduta alla raccolta dei frutti spontanei della terra, ecco perché la metafora del seme come parola buona che fa bene a chi la riceve e rende fruttifera nel suo agire quaggiù per un raccolto nella vera Vita. La stessa metafora del seme è altrettanto valida in tutti i rapporti educativi in cui il Maestro semina se vuole avere allievi-figli di valore. A livello mondiale un'istituzione importantissima è la banca del seme che custodisce i principi germinativi di milioni di specie. Naturalmente c'è un'analoga banca del seme umano per consentire (regolata dalle leggi dei vari stati quando è permessa) la possibilità di avere figli a chi per le vie naturali ne sarebbe impedito. Concludo con una nota leggera ricordando i semi tostati e leggermente salati delle zucche: stuzzichini a buon mercato di molti nel centro e nel sud d'Italia. Crocchiavano nelle sale cinematografiche presenti anche nel paesino più sperduto, oggi sostituiti nelle multisale in città dal popcorn, onnipresente anche, ahimè, col "profumo".

TAVOLA. Sorella del tavolo che da maschietto è più impegnativo visto che, oltre che mobile, si impegna ora per la politica, ora per le parti sociali, ora per l'economia (è tutto un aprire e proporre un tavolo di confronto per i pontieri in tempi di crisi). La tavola richiama la cucina e il buon cibo: i piaceri della tavola. Ed ecco l'allegra convivialità dell'aggiungi un posto a tavola. Non mancano i tanti consigli del galateo sul come stare a tavola, come apparecchiare, servire, disporre i posti a tavola. Perfino la forma e la grandezza hanno la loro bella importanza: quadrata, rettangolare, ovale, rotonda perchè nei primi due casi s'impone un ordine gerarchico esistendo il capotavola. Il fatto è stato risolto diplomaticamente fin dai tempi di re Artù (rammentate i Cavalieri della Tavola Rotonda?) quando in un incontro di lavoro (a tavola pare venga meglio) si vogliono mettere alla pari i tanti galli del pollaio evitando le beccate su chi sta sopra chi. Nella famiglia patriarcale e nelle consuetudini riprese dai borghesi imitatori dei costumi aristocratici (ah, come ancora oggi d'attualità seguendo maestra televisione!) accanto alla tavola dei grandi c'era quella dei bambini e, per chi poteva permettersela, la tavola della servitù. Tutt'altro discorso richiama la tavola pitagorica: fondamentale da memorizzare nei primi approcci con l'aritmetica. Nell'arte ci sono i dipinti su tavola. Ricordo anche le tavole coi 10 comandamenti e le tavole di bronzo del diritto romano. Per finire mi piace citare l'intavolare riferito al discorso, con l'auspicio sottinteso che sia buono per chi lo propone e chi lo riceve.

URNA. "A egregie cose il forte animo accendono/ l'urne de' forti..."(vv.151-152 da "Dei sepolcri" di U. Foscolo): questo d'acchito il primo collegamento a questo bisillabo legato certo ai miei studi e all'insegnamento della letteratura italiana. L'urna dunque come raccoglitore delle ceneri del defunto per memoria e monito ai posteri. Oggi però questo significato è nettamente sovrastato da quello del contenitore di schede per le elezioni: l'urna elettorale. E le patrie gazzette da almeno un anno a questa parte gridano, sussurrano, invocano, temono il ricorso anticipato alle urne per la salvezza, addirittura, d'Italia. Che la medesima area semantica si colleghi al fatto indubitabile che nell'urna corpi e schede finiscono in cenere?

VIOLA. Parola in comune a un colore, a uno strumento musicale e ad un fiore. Il viola s'addice alla penitenza: colore liturgico dei giorni della quaresima e compagno dei lutti. Per questo motivo, probabilmente con finalità scaramantica, lo evita la gente di spettacolo, specialmente i teatranti. Recentemente è colore adottato dagli "indignati", i nuovi contestatori, a formare il cosidetto popolo viola. Ha dolcissimo suono la viola, non a caso si parla di "viola d'amore", che fa parte degli strumenti a corda a metà strada tra il violino e il violoncello. Vengo infine al fiore che per me è il primo rimando al vocabolo. La viola al plurale rientra nella splendida endiadi di classica matrice nel verso "e reca in mano un mazzolin di rose e viole" del leopardiano e straordinario "Il sabato del villaggio". E' la viola la base di un celebrato profumo: la violetta di Parma. I petali del fiore sono ottimi dolci canditi. Ma soprattutto un mazzolino di violette è un piacere gradito per ogni fanciulla in fiore. Esiste anche, meno profumata, la viola bianca, tralasciando di proposito le infinite varietà di viole mammole o del pensiero e le violaciocche.

ZERO. Da solo è il nulla, ma vale qualcosa o tantissimo, secondo posizione, prima e dopo la virgola (0,1-0,2 ecc. 1,01-1,001 ecc. 10-100-1000 ecc.). Entra nel linguaggio binario dell'informatica. Così si chiamavano i celebri caccia dei kamikaze nipponici del 2^ conflitto mondiale. Lo si ritrova nella pubblicità oltre che delle auto a km 0 anche in quella di prodotti agricoli locali per suggerirne la freschezza genuina. Non è elogiativo in ogni caso dire a qualcuno che è uno zero, perché nella nostra società competitiva (chi dice che l'importante è partecipare spesso è in mala fede) tutti vogliono o s'illudono di contare almeno un poco. Dimenticavo...in economia e in demografia la crescita zero o sotto lo zero è sinonimo di ristagno e di crisi.

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