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in archivio dal 12 mag 2006

Nando Farro

03 agosto 1979, Salerno
Mi descrivo così: Odio descrivermi.
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  • 05 febbraio 2007
    Come ogni ora della mia vita

    Come ogni ora della mia vita
    a braccetto con la noia
    (annaffiata di gin)
    spunta a chiazze capricciosa
    Cambio sedia, cambio postura
    cambio bevanda, cambio discorsi
    cambio pettinatura, cambio amicizie
    non cambio per cambiare, cambio me stesso
    Come ogni ora della mia vita
    a braccetto con la noia
    (annaffiata di gin)
    spunta a chiazze capricciosa
    Certo che lo so cosa mi occorre
    ma esco di casa e lo dimentico
    esco di casa e vengo assorbito
    esco di casa ed entro a Las Vegas
    Mi stordiscono le luci, le voci
    le braccia, le gambe, i corpi interi
    i colori, le monete, la carta e i pezzi di ferro
    come ogni ora della mia vita
    la punta del naso tocca i piedi

     
  • 25 gennaio 2007
    Fallimento

    Le persone fanno un gran parlare di fallimento
    si considerano inutili e perse e smarrite
    (coglioni) non sono mai stati costretti a pisciare nel lavandino
    con il fetore del cesso che ti avvolge
    né a bere vino da un bicchiere sporco
    di decine di marche di rossetto diverse
    che tu non ricordi di avere mai assaggiato
    Proprio non ci arrivano, al nocciolo del termine
    al cuore malato di aritmia, al sudore di ghiaccio
    alle tempie che pulsano, allo scenario desolante
    all'aridità sentimentale, alla banalità intellettualoide
    non ci arriverano mai, e già si considerano fallite
    A tutti questi signori vorrei dire che per fallire
    ci vuole costanza
    e impegno
    e dedizione
    e ortiche (tra le quali strofinarsi il cazzo)
    e una buona dose di fortuna
    che ti abbandoni nel mezzo del ricevimento più bello della tua vita.

     
  • 25 gennaio 2007
    Decisioni

    Ho barba e capelli lunghi
    E la decisione di cambiare vita
    (che bussa ogni mattina alle 10.30)

     

    Sul pavimento ci sono le orme e i capelli
    Degli ultimi dieci clienti
    E i pavimenti puzzano
    Di lozioni andate a male.

     

    Vecchi seduti su poltroncine di pelle
    Sfogliano i volti del giornale del mattino
    Fino al giorno in cui non vedono i propri figli.

     

    Mi siedo... zzz... rasoio elettrico
    Mani che odorano di mandorle
    Le solite domande noiose.

     

    Come va l’università?... zzz...
    Suoni ancora di tanto in tanto? ... zzz...
    E tuo padre?... zzz...

     

    (Ci vado per questo dal mio barbiere
    Per le sue domande noiose
    Dette con tono tranquillo)

     

    Bene... zzz
    Sì... zzz
    Bene... zzz

     

    Divento più leggero
    Prima la testa, poi il viso
    Una metamorfosi inutile.

     

    Mi specchio soddisfatto
    Per farlo felice
    Pago, ringrazio, saluto ed esco fuori.

     

    C’è il sole e mi sembra tutto diverso da prima
    Mi sento nuovo e sicuro
    Nel mio dopobarba aromatico.

     

    Tra un’ora, o forse anche di meno
    Sarà esattamente la stessa merda
    Ma ora mi sento nuovo.

     
  • 03 luglio 2006
    Tre case

    Tre case e diecimila mattoni
    quindicimila piccole crepe tra i diecimila mattoni
    l'intonaco che cade, la manutenzione ordinaria
    tutto ciò che semina panico poi sparge vendetta
    si mastica e si sputa da un balcone all'altro
    Tre case e diecimila mattoni
    un agnello cotto e divorato dai muratori
    una colonia di odio e spifferi dalle finestre
    il lavoro come vedete non dà sempre buoni frutti
    Tre case e diecimila mattoni
    cemento cemento cemento anche nelle bocche
    i muri portanti dispersi nella polvere dei calcinacci
    io, la mia finestra, l'inferriata e l'aria viziata.

     
  • 12 maggio 2006
    Ho poche speranze

    Ho poche speranze, e questo mi conforta.

    E non urlarmi nelle orecchie come una vecchia sgualdrina in calore senza più clienti.

    E non soffiarmi addosso che il tuo alito farebbe schifo a un maiale.

    Posso disegnarti dei baffi sul viso? Non ridere, non c’è nulla di buffo.

    Potresti morire con due baffi finti sul viso. Ma tu sei incosciente.

    E pensi a vivere. Hai ragione, fai pure, continua.

    Guarda di soppiatto i cartelli stradali, le insegne dei bar

    Le culle sui marciapiedi, i cani nell’immondizia

    Gli alberi grigi, gli occhi scintillanti

    Le vetrine imbrattate da gioielli di cattivo gusto

    Le scarpe coi tacchi, le scarpe basse

    Le scarpe da ginnastica, le scarpe da lavoro

    Come si incastrano i sampietrini sul lastrico

    Guarda bene, potresti riconoscere gesù cristo lì in mezzo.

    Non ho sbagliato. gesù cristo ormai si scrive tutto in minuscolo.

    Certo che ti amo, anche se riesco a scoparti benissimo

    Anche se non ne ho nessuna voglia. Ma non vuol dire niente.

    Ti amo. Come amo il mio cellulare.

    Solo che la tua figa è meno funzionale, ma non importa.

     

    Sei uscita presto stamattina. Ti ho sentita alzarti dal letto caldo.

    Io non avevo nessuna fretta e mi sono alzato tardi. E ho riso di te.

    Te lo giuro. Ho riso di te tutta la mattina, mentre preparavo il pranzo.

    Ma non ho fame e so già che tu resterai alla mensa del dopolavoro.

    E allora ho cucinato e poi ho buttato tutto. Senza senso hai detto.

    Già, hai proprio ragione. Faccio cose senza senso.

    Potresti provare a installarmi un meccanismo. Sotto i polsi magari.

    Un meccanismo razionale che mi sincronizzi col resto del mondo.

    Indipendente dal fuso orario. Devo adattarmi a qualsiasi parte del mondo.

    Non mi costerebbe nulla fare da cavia in fondo. Potrebbe essere una trovata geniale.

    Una delle tue tante trovate geniali di cui ha riempito questa casa.

    Tictactictac. Ci sono timer dappertutto. Non muovo più un dito.

    Interruttori che si accendono e si spengono da soli.

    Abbiamo una casa perfetta, lo hai detto tu. Grazie a te, dico io.

    Solo grazie a te. Grazie a Dio. Solo grazie a te.

    Ho poche speranze ma sono tutte di qualità.

     
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  • 14 marzo 2007
    La corsa al tono

    Come comincia: Riuscirà l’acqua tonica a darmi un tono? Me lo chiedo mentre spremo il limone goccia per goccia, arcuando i polpastrelli, stringendo i denti, sibilando improperi assorbiti direttamente dalle pareti di casa. Più che spremere il limone lo torturo. Ma poi, mi chiedo sempre, questa corsa al t(r)ono non è già bella e finita? Persino le nuvole sono toniche, e io in questa scala di tonicità dove mi inserisco? Nel frattempo all’acqua tonica e al succo di limone ho aggiunto del gin, anche se sono le 9.30 di mattina. Ma io aggiungo il gin proprio per quello, perché le 9.30 di mattina sono un limbo insopportabile, perché o si lavora o si dorme ancora, questa è la regola. Io invece sto qua a spremere limoni, e questo mi sembra tremendamente irrazionale, anche se tutto sommato potrebbe far parte della mia corsa verso l’autismo. I limoni raccolti dal mio giardino incantato, come certe serate passate in un chiacchiericcio fitto con Jimmy e Johnny e Linda, sorseggiando vino e stando composti su delle stupende sedie di vimini, con l’aria attorno immobile e il tramestio vitale degli insetti. Con noi c’è anche il figlio di Satana, ma nessuno se lo caga nemmeno di striscio, poverino. Mi fa compassione e così gli offro un profumato biscotto alla cannella che lui ingurgita e poi vomita sul piattino del tè che in realtà non c’è. Alle 9.30 di mattina metto su un disco di un gruppo californiano, tanto per tirarmi su e accennare quattro passi di danza, ma evidentemente ho sbagliato disco, e così mi vesto anche io di scuro e mi metto in testa una testa di cavallo senza grilli per la testa che mi fa balzare immediatamente in testa alla corsa. Mischiato per bene il gin, l’acqua tonica e il limone non mi resta che bere a piccoli sorsi questo prezioso e torbido tesoro. Metto quattro cannucce nel bicchiere e bevo e il gin timidamente mi chiede: permesso, posso entrare? Stranamente, dopo che è entrato, suona il campanello. Driiiiin! Non può essere il gin, maledizione, lui è dentro. Ecco, sta suonando il campanello di casa mia e sono già le 10.15 anche se non aspetto visite.

     

     
  • Come comincia: Si annunciò morto prevedendo già la sua resurrezione per le sei del mattino dopo. L'almanacco diceva che il sole sarebbe sorto alle cinqueetrentanove minuti cosicché avrebbe avuto il tempo di guardare, da morto, il mondo al suo risveglio. Alle sei in punto un jingle pubblicitario avrebbe risuonato nell'aria per annunciare la sua resurrezione, mentre la gente era impilata sulle scale mobili in ordine crescente di altezza respirando del purissimo monossido di carbonio. Appena risorto, con la musica jingle-jangle monofonica, si sarebbe reso presentabile per aspirare al suo posto, al suo gradino di scala mobile, alla sua porta-ad-apertura-automatica, al suo tavolo pieno di lettere e numeri che copulavano formando degli indici che significavano sempre  e solo che bisognava sacrificarsi per portare in pareggio il bilancio e per azzerare il debito pubblico contratto da Garibaldi nella guerra dei Due Mondi contro gli alieni guidati da Orson Wells. Però ora era morto, era morto davvero. Di una piccola morte, sicuro. Ma era morto davvero.

     
  • Come comincia: Avevo una sedia di legno, sai di quelle con gli intarsi e con il cuscino verde foderato? Una sedia da bottega di antiquariato economico insomma, lasciata in casa mio da mio nonno.  L'ho capovolta e le ho segato una gamba, mettendomi di fronte a un enorme specchio. Uno specchio antico, di quelli con la cornice color argento, lasciato in casa da mia nonna. Uno specchio da negozio di antiquariato economico insomma. Mi sono messo di fronte a questo specchio, con una sega, e ho segato la gamba della sedia. Una volta finito ho preso la gamba e l'ho scagliata contro lo specchio. Ora chi li raccoglie i cocci sul pavimento? 'Coccio' è un termine ridicolo, ma se ci pensi un 'coccio' può tranquillamente aprire una vena e far scorrere un bel fiotto di sangue. Ecco, ora non si capisce più niente: il sangue, i cocci, la gamba segata, io che bestemmio, mia madre che urla, mio padre che è morto ma continua a respirare come una locomotiva. C'è qualcuno sui binari, pezzo d'idiota, vuoi fermarti? E se apro la finestra entrano le rondini, ma siamo a Dicembre, ergo ne deduco che queste sono rondini smarrite. L'ospedale delle rondini smarrite. Me ne prendo cura, le nutro, le metto al caldo, e loro come ricompensa mi lasciano merda dappertutto. Merda, cocci, sangue, gambe segate, urla e respiri. Mi viene da pisciare, ma non posso assolutamente pisciare qui e allora urlo e le rondini costruiscono un giaciglio di paglia sulla soglia e io ci piscio beatamente. Tra un pò li nascerà una splendida aiuola dove io mi stenderò a prendere il sole e forse morirò con in bocca il più bel sorriso della mia vita.

     
  • 10 agosto 2006
    Buio-PuntoLuce-Buio

    Come comincia: Buio-buio-buio-puntoluce-buio. Questa si chiama sintesi e serve ad evitare di descrivere i momenti puntuali. Prima di tutto perchè ricordarli con la coscienza del fatto che sono solo delle piccole pozze d'acqua in un terreno perfettamente arido è un pò deprimente. E anche perchè in fondo per chi legge potrebbe trattarsi di sciocchezze, di gesti minimi e banali. E allora va bene così, buio-buio-buio-puntoluce-buio. Estrapolate voi stessi la storia che volete, formulate delle congetture, create i personaggi e fateli interagire. Se vi serve qualche dettaglio in particolare potete anche chiedere ma non è detto che vi risponderò. In ogni caso siamo lontani dalla realtà, sia io che voi. Io. Seduto per terra davanti a un bar con qualcosa di fresco tra le mani. Qualcosa di fresco ma molto alcoolico, che fa sudare da matti. Col battito accellerato per la preoccupazione di non riuscire a pensare-proporre-proporsi-ordinare. Io che recito la mia filastrocca ricolma di citazioni, io che esprimo il mio odio per le citazioni, io che non so davvero cosa voglio e allora mi guardo attorno. E vedo cosa offre il mercato. E il mercato è in ribasso, sarà il caldo, ma il mercato è in ribasso credetemi. E l'unica cosa che voglio giustamente se ne strafrega di immischiarsi col mercato. Mentre io sono quasi diventato un agente di borsa, faccio piani e previsioni e investo e sudo e bestemmio e bevo per dimenticare e mi sciacquo il viso per ricordare. Rispondo anche alle domande e questo magari non è da me. Il punto è che sono inCOLLAto. InCOLLAto mani e piedi. Raccolgo tessere qua e là, ma questo non è un puzzle. Sta venendo fuori un disegno orrendo, privo di gusto e di valore. Uno di quei disegni esteticamente apprezzabili del tipo natura-morta-con-bambino. Ma privi di vita, spenti, smorti, decadenti. Non era questo quello che volevo, lo giuro. Si. Ma. Allora. Cosa. Vuoi.? Oh un'altra tessera. Cosa voglio? Indovina.

     
  • 28 giugno 2006
    Le dimensioni parallele

    Come comincia: A fregarci davvero sono le dimensioni parallele. Quella roba che nella fantascienza deriva dal fatto che l’energia è uguale alla massa per il quadrato della velocità della luce e che dà luogo a strane fratture spazio-tempo, crea gomitoli nell’universo e sacche di vuoto cosmico. Ma questa non è fantascienza, è solo una lunga sequenza di giornate sfilacciate e inumidite, in cui giochiamo a logorarci in maniera insistente. Come dei bambini che si buttano addosso gocce di acido per farsi i dispetti. E ogni giorno perdiamo un lembo di pelle, che poi sostituiamo con uno strano tessuto plastico a vostra scelta. Per questo la plastica è il futuro no? La scienza che trionfa in una guerra contro nessuno che si è auto creata per soddisfare il proprio delirio di onnipotenza. Una guerra alla quale la natura è totalmente estranea. Una guerra che, se la natura non fosse così pigra e lenta nell’infastidirsi di queste formiche che gli camminano sul collo, sarebbe già cessata da tempo. Ma torniamo indietro. Alle dimensioni parallele. Io ho ucciso una persona. Ma non l’ho uccisa. Io voglio bene a una persona. Ma mi diverto a infilargli gli spilli di nascosto sotto il cuscino. Io odio una persona. Ma non posso fare a meno di abbracciarla quando la vedo. Io considero una certa persona idiota e inaffidabile. Ma un’amicizia non si rifiuta a nessuno ormai. Nei limiti della correttezza e del buon gusto. Perché ormai un po’ tutti sono convinti che la vita debba per forza essere corretta. Che per i poli estremi non ci sia posto e che tutto debba viaggiare sui binari destri e sinistri che delimitano il campo del rispetto. Io penso che puoi addestrare una belva feroce. Una tigre, una lince, un puma, quello che vi pare. Puoi conviverci per anni. Poi da un momento all’altro puoi perdere un arto. Salta un braccio, una gamba, metà del viso. Può capitare, è una questione di scorrettezza. E non vuol dire che la bestiolina non vi voglia bene. Solo che ha fame. E io ora sono stanco di tenere tra le mani questo gomitolo consunto con cui nemmeno il mio gatto vuole giocare. Sono stanco di questo clima da film giallo in cui devi sempre scoprire. Scoprire. Investigare. Scoprire. Chi sei tu. Chi sono io. Chi è il colpevole. Chi è l’assassino. Chi ha fatto cosa, quando e con quali modalità. Stanco di assaggiare prima di mangiare per evitare l’intossicazione. Di essere vagliato, ispezionato, impacchettato in una dimensione. Poi un bel timbro: conforme alla norma. In tutto questo c’entra una cosa banale. La bugia. Le bugie. Che ormai vanno per fatti loro. Sono diventati atomi nell’atmosfera, si ionizzano, si attraggono, si respingono, si combinano e formano macromolecole che inaliamo e rigettiamo sul primo che capita. Si interpongono tra chiunque e noi permettiamo di buon grado tutto ciò. Perché la trasparenza fa paura un po’ a tutti credo. Perché è troppo semplice, e la gente per sopravvivere ha bisogno di gettarsi a capofitto nelle cose complicate e inestricabili. Sindromi e complessi, li chiamano gli psicologi. Ce ne sono a milioni, creati in larga parte dalle nuove macromolecole dell’aria. Di molte di queste cose complicate non ne verremo mai a capo ma il fatto di esserci dentro ci dà una sensazione di importanza. Raggirare gli altri dà un brivido piacevole spesso e volentieri, suvvia. Non siamo ipocriti almeno in questo.

     
  • 20 giugno 2006
    Come al solito

    Come comincia: Dopo più di quindici anni passati sull’orlo del fosso è ora di saltarci dentro. Nick Pavone.

    h. 21.00

    Un inizio è un inizio. Ci vuole un rituale, un insieme sistematico di piccoli gesti meccanici per farti cogliere l’ebrezza del pastiche che sta per farsi spazio sulla carta. Accendi il computer. Apri Word. Scegli la grandezza del carattere. Regola la lampada in modo che non crei riflessi sul monitor. Sgranchisci i polpastrelli. Metti una bottiglia di vino buono sul tavolo dove scrivi. Aglianico. E un bicchiere.

    Dite la verità, Nick Pavone vi ha colto di sorpresa. Nick Pavone vi coglierà tutti di sorpresa, portando a compimento quello che ha in serbo da una vita.

     

    h. 24.00

    Tre ore Cristo! Tre ore e non avevo nemmeno una storia decente, solo milioni di caratteri apparsi sul monitor e subito reinghiottiti dal tasto ‘delete’. Anche con le muse ero sfortunato: la mia era una drag-queen che a quest’ora doveva ancora chiudere bottega. E giù bicchieri di Aglianico, ero alla terza bottiglia. Di questo passo sarei morto di cirrosi epatica al quarto capoverso del terzo capitolo, semmai ci fossi arrivato. A un tratto sentii un rumore strano proveniente dall’ingresso. Era Anselmo che come sempre veniva a farmi visita a mezzanotte in punto, con una precisione che nessun meccanismo al quarzo sarebbe mai stato in grado di raggiungere. Ogni notte lasciavo la porta d’ingresso socchiusa, per evitare che la sfasciasse. Avrei potuto lasciarla aperta, certo, ma si sarebbe innervosito se gli avessi rovinato l’opera. E quando si innervosiva Anselmo iniziava a piangere, a biasciare, ed era in grado di andare avanti fino al mattino. E io ero Nick Pavone, dovevo scrivere e non avevo molto tempo da dedicargli. Fece irruzione in camera mia con la solita pistola tra le mani, i muscoli tesi per l’eccitazione del momento, un passamontagna da cui si intravedevano gli occhi giallastri.

    - Stronzo, mani in alto!

    - Ok, ok

    Alzai le mani, ma non di molto. Non era necessario, lo sapevamo entrambi.

    - E ora tira fuori i soldi!

    - Senti Anselmo, ci dovrebbero essere due euro in quel cassetto, prendili e bevi qualcosa alla mia salute ok?

    Continuando a tenermi la pistola puntata addosso si spostò fino al cassetto del comodino e lo aprì. Appoggiata sulle mutande inamidate c’era una moneta da due euro, la stessa delle altre sere. La prese.

    - Nient’altro?

    - Nient’altro Anselmo… le cose non vanno molto bene… ma sto scrivendo un libro

    - Un libro? E di cosa parla?

    - Non lo so ancora.

    - Non riuscirai mai a finirlo. Non sai mai un cazzo di niente tu.

    - Sì invece…stavolta sì

    - Stronzate

    - Ti dico di sì

    - Stronzate… nient’altro?

    - No ti ho detto… ma se vuoi un bicchiere di Aglianico

    - Ok

    - Bhe posa il cannone dai

    - Ok

    Posò la pistola sul comodino e tutta la muscolatura si distese, e chiazze di sudore iniziarono a comparire a sprazzi sulla maglietta nera che gli stringeva l’addome. Una lumaca, flaccida e bavosa. E lenta. Mi versai un bicchiere e gli passai la bottiglia, brindammo e iniziammo a bere. Non gli avevo mai offerto del vino, ma stasera era un inizio e tutti dovevano festeggiare. Bevevamo in silenzio senza dire nulla. Vuotammo altre tre bottiglie e a quel punto la cassa era finita e Anselmo mi lasciò di stucco. Si tolse il passamontagna. Ovviamente sapevo benissimo che faccia aveva, lo vedevo tutte le mattine intento a riparare auto nel garage di fronte, ma l’Anselmo notturno mai e poi mai si sarebbe sognato di togliersi il passamontagna.

    - Ehi Nick… non pensi che io sia un ladro educato?

    - Bhe, se non esordissi sempre con ‘stronzo’ potrei anche pensarlo…

    - Non mi riferivo a quello, brutta testa di cazzo

    - E a cosa?

    - La gente che viene in casa tua…non i ladri intendo…la gente normale. La tua ragazza, i tuoi amici, i tuoi colleghi, l’idraulico, il postino, il muratore, i tuoi genitori, i tuoi parenti…rubano tutti, e senza rispetto. Perché rubano qualcosa che non può essere rimpiazzato, un pezzetto di te, un tuo ricordo, una tua frase, un tuo gesto. Tutti ti vogliono possedere Nick, te ne sei accorto? Sei come un orologio placcato in oro, e ogni persona che viene gratta via un po’ di patina e presto sari un orologio come tanti, senza valore. Buono solo per contare le ore e i minuti. Io rubo solo cose che in realtà non sono tue. Le monete! Le monete transitano nelle tue tasche ma non sono tue. Prima o poi finiranno nelle tasche di qualcun altro. Non puoi stabilire nessun legame con una moneta, è un pezzo di ferro senza valore. Io sono educato.

    - Se la metti così Anselmo…

    - Ok, vaffanculo. Non hai capito un cazzo come al solito, scrittore dei miei stivali. Ti saluto.

    Si alzò ed uscì. Prima che uscisse sentii un rumore impercettibile. Aveva lasciato la moneta da due euro sul mobile all’ingresso. Come al solito.

     
  • 29 maggio 2006
    Home sweet home

    Come comincia: Questa è la mia casa, forse potrebbe piacervi, o forse anche farvi inorridire. Dipende dal grado di lettura al quale arrivate, dipende dalla circonferenza media delle vostre narici, dalla sensibilità del vostro udito e del vostro olfatto. Questa casa non è tutta uguale. Ci sono stanze dove ogni cosa è al suo posto, perfettamente in ordine, lucidate e spazzate quasi una volta al giorno. Ci sono stanze dove gli orologi sono fermi su un’ora passata da diversi anni e la polvere si è depositata in silenzio e i pupazzi hanno gli sguardi spenti di chi sa di aver fallito la propria missione, ma non ne ha mai avuto la piena percezione. Qui mangio, dormo, cago, piscio, suono, scrivo, prendo appuntamenti, e faccio molte altre cose. Ma, e voglio che questo sia chiaro, nessuna di queste cose è sostanziale. Cosa intendete voi per sostanziale? Ve lo chiedo. Pensateci su e magari potrete rispondermi inviandomi un’email o una cartolina. Il mio indirizzo presto sarà su tutti i giornali. Promesso.

     

    Ho aperto gli occhi ed era tutto bianco. Il soffitto bianco, bianche le pareti, bianchi i tubicini che mi entravano nelle vene, bianco il liquido contenuto nei tubicini. Mi sembrava di essere sotto una gigantesca cappa di sperma solidificato. Magari qualcuno di nascosto aveva raccolto il mio ogni volta che mi ero fatto una sega. Oh, la mia solita mania delle congiure improbabili e dei complotti di stato e del potere che ci controlla. Ne sfornavo milioni ogni giorno, di queste teorie fantapolitiche. Il mondo era popolato di gente che ti controllava quando pisciavi, facevi sesso, mangiavi un panino o andavi dal dentista. La domanda ora era: cosa ci faccio qui? Cosa sono questi tubicini che entrano nel mio corpo? E chi gli ha dato il permesso? E perché sento prurito dappertutto? Lo chiedevo alla volta di sperma bianco. Il bianco è il colore degli angeli, ma loro non rispondono mai. Poi entrò mia madre. Poi mio padre. Piangevano. Gli dissi che non ero stato io a dimenticare di chiudere la macchina in garage, che non era del tutto colpa mia se ero un fallito, che se da piccolo avevo telefonato a una chat line erotica era stato solo perché ero troppo intelligente e sapevo consultare il televideo. Poveretto. Poveretto. Delira. Delira. E’ fuori pericolo vero? E’ fuori pericolo vero? Una voce fuori campo rispondeva a queste domande ma non riuscivo a capire cosa dicesse. Ma la domanda ‘è fuori pericolo?’ era quantomeno idiota. Siamo sempre in pericolo se siamo in alto mare su una zattera circondati da un branco di squali. Mi dissero che mi ero dato fuoco. E che ora la mia pelle non esisteva più. Ero un fascio di nervi e muscoli bruciacchiati. Una bistecca al sangue. Avevo sempre adorato le bistecche al sangue. Chi di voi nella vita non ha mai tentato di essere ciò che adora? Non alzate le mani tanto non serve, dalla posizione in cui sono vedo solo la cappa di sperma bianco. A tutte le infermiere chiedevo: ti piacciono le bistecche al sangue? E se loro annuivano gli dicevo: ok, scopiamo? Ma non capivano, e sulla cartella clinica continuavano ad annotare tra i sintomi della degenza la parola ‘delirio’. Capii che dovevo smetterla o non sarei più uscito di lì. Uscire. Ma per fare cosa? Il testimonial di una nota ditta di bistecche surgelate magari, era un’idea. Mi sentivo quasi rincuorato ora. Finalmente avevo un futuro concreto davanti. Concreto anche se bizzarro. Concreto e bizzarro. Si può chiedere di più dalla vita? Le bende venivano a cambiarmele almeno due volte al giorno e con la coda dell’occhio riuscivo a vedere i miei arti rossastri coperti di ematomi e sentivo il puzzo di carne bruciata. Se ero davvero riuscito a combinare tutto quel casino da solo ero davvero un eroe e il governo avrebbe dovuto darmi una medaglia al valore. Anzi al plusvalore. Non relativo ma assoluto. I miei continuavano ad entrare ed uscire dall’ospedale e io continuavo a pensare: teste di cazzo, quando uscirò serviranno bende, medicine, un letto speciale per le piaghe da decubito, magari persino una persona che mi stia accanto 24h su 24. Al posto di venire a perdere tempo qua, andate a lavorare cazzo. Altrimenti tutte queste spese come le pagate eh? Li avevo messi in un pasticcio più grande di loro e mi sentivo davvero felice e in pace con il mondo.