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Autore

Patrizia Solazzi

in archivio dal 20 set 2007

30 maggio 1955, Milano

mi descrivo così:
Sono una scultrice, scrivo per dare lentezza alla polvere che troppo rapida passa tra le mia dita.

22 giugno 2009

Le violette candite

Intro: Un narrare lento, esistenziale, lasciato alla memoria di un tempo particolarmente amato, ricomponendo il sereno tratto delle nostre speranze colme di vibranti parole, con metafore e simbolismi espressi armoniosamente e velati di malinconia.

Il racconto

Una busta trasparente racchiude, come vetro, un gruppetto profumato, dal colore di viola scuro, alcune violette candite.
Borsetta di vecchia zia, sapida di viola, allargata di mani bambine e bocche piccole, sorride di salotto buono, di pomeriggi lunghi, di ferri da maglia. Sull'odore d'erba tagliata passeggiano strade assolate, larghe di poche macchine, coi marciapiedi assetati di sole e grigi d'inverni, sul fiocchetto che racchiude le piccole caramelle resta annodato il desiderio di trecce da sciogliere, senza mi raccomando tirare i capelli e liberare l'aria che passa di mano alle dita comprese, tra  nastrini impertinenti.
Una busta, che trasparente contiene come vetro un gruppetto di viole, non credevo che esistesse.
Un mazzolino da mangiare, croccante di zucchero, cedevole tra i denti e sparso di profumo uguale uguale.
Uguale al sorprendente blu violetta, colato con la punta del pennello tra foglie tenere e gelate, preziose tra foglie rotonde. Rotonde perché un colore simile non può stare tra punte e asterischi, ma tra morbide promesse.
Può essere messo pazientemente in deliziosi gruppetti, raso al muro, perché fa ancora freddo e senza la presunzione dei narcisi alti e prepotenti, vanesi di giallo e bianco, le violette arrossiscono di colore, timido ma profondo, rarissimo viola tra i fiori, ma tanto da dare uno dei nomi decisivi alla tavolozza dei colori, tanto da dare spessore al blu, morbidezza al nero, profondità all'azzurro, freddezza al rosso.
Persino può cambiare il corso alle invernali arance, punendole al marrone, rovesciandone il senso, abbassando il tono ai natalizi mandarini.
Il viola delle violette, quello sì che è un colore impertinente, che non grida.
Un pensiero profondo, ma fermo e non come quello spocchioso delle arance che anch'esse appaiono sulla stessa tavolozza, dove lì però si parla di sole, di terrazzi al sud, di giorni splendenti, raggi di mezzogiorno, lunghe estati di rossi e gialli a braccetto, per colorare rotondi la perfezione del sole.
Nemmeno come il rosso sangue che turba e sconcerta, il blu cielo che a volte non mantiene le promesse ed è troppo ieratico.
Il nero di marte così astrale e irraggiungibile e il bianco di titanio, che metallico e virginale, chiude tutte le speranze della passione, in una freddezza glaciale ... esse riempiono a mala pena il palmo piccolino, riempiono  la bocca tutta intera e spargono un profumo che prende sapore.
Un colore che è anche un gusto, come anche le stesse arance, ma meno prepotente e famoso.
Un profumo da borsetta, da fazzolettino, da signora d'altri tempi.
Sotto la veletta del cappellino si chinava (ricordi?) dal bustino stretto un gesto gentile e quel  guanto aderente che porgeva stretta tra le dita una violetta candita alla bambina timida, che con un rapido inchino, imparato al collegio di suore, si affrettava a prenderla, prevedendo in bocca  il  sapore intenso e un po’ sciocco della caramellina di violetta candita, sbrigando l'affettato rituale, per riuscire a scappare il prima possibile.
Una busta trasparente che racchiude, come vetro, una manciata di violette candite è fatto di essenza di profumo, immancabile sotto il collo e tra i capelli, nascosto, racchiuso in un segreto afrore, che inondava ( ricordi?) il negozio delle modiste, ricamate sulla biancheria nera per le prime notti delle giovanette prossime, quel mazzolino segreto veniva appoggiato impertinente sulle velature di sete.
Le silenziose ricamatrici, tra le dita leggere svelte di aghi e fili dipinti, fiorivano di violette, come corteggiate e timide, sull’apparire di promesse vellutate, incantevoli angoli della mente disegnavano, alla fine, anche il piccolo cuoricino di vivido giallo, che sorprende e incanta al centro dei petali morbidi e rovesciati, come leggere palpebre scure, sete e velluti per ruvide mani, per gentilezze sognate, per notti di luna piena.
Una busta trasparente che racchiude, come vetro, una manciata di violette candite è appoggiata sulla mia credenza, ne ho mangiata una e ne ho offerta una ai miei cari. In tutto ne abbiamo mangiate tre.
Ho richiuso il fiocchetto viola e le ho lasciate li.
Perché non si possono mangiare tutte insieme le violette candite, ma solo quando nell'aria passa ogni tanto, quel piccolo e sottile vento di ricordi, di primavere, di rondini, di quelle attese inutili, per tutti gli Aprili della mia vita.

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