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Autore

Patrizia Solazzi

in archivio dal 20 set 2007

30 maggio 1955, Milano

mi descrivo così:
Sono una scultrice, scrivo per dare lentezza alla polvere che troppo rapida passa tra le mia dita.

30 aprile 2008

L'innocenza e il colibrì

Intro: A volte non è vero che ci sono cose che non possono essere cambiate. Può bastare battere le mani per cambiare dei destini, e avere la sensazione di aver agito giustamente (per tutti?).

Il racconto

Spuntava dal verde lucente tra le foglie strette e lunghe del salice di fiume, una corolla di piccole luci, dei semplici puntini luminosi attaccati come un rosario tra le dita di una novizia.
Piccole gemme lucenti che sgretolavano l'aria mattutina in mille AveMarie, rispondeva "amen"  ogni qual volta si tuffavano nel rivolo del ruscelletto, che saltellava tra i sassi lisci e morbidi. Muschi lucenti contornati da  piccole bolle sapienti, il mestiere antico delle schiume rapide adagiavando capelli di ninfe sul fondale di ciotoli.
Lucenti  raggi di luce sapienti scandagliavano gli anfratti, ignorando le tane e lasciandole nere di mistero, laddove sarebbero tornati più tardi, verso sera, ad illuminare di poco l'ingresso della tana del toporagno, che sarebbe così uscito per il pasto del tramonto. Dove la luce riflessa della superficie trasparente del fiume avrebbe spedito  il suo invito luminoso, anche dentro il buio.
Polvere dorata si appoggiava distratta sull'acqua e veniva portata via rapidamente dal silenzio della mattina, che si apprestava a dire di sole e di nuvole bianche, gonfiate dal vento altissimo, nello scherzo a rovescio di un cielo messo lassù come un mare le cui vele partono per una gita.
Apparentemente distratto un ramarro verdissimo si appresta con le sue palpebre trasparenti a guardare serio il pasto che si avvicina, apparentemente distratto l'occhio da dinosauro gira indietro e avanti e di lato. Sul nastro luminoso e piatto corrono moscerini di ogni tipo, allegri e ballerini danzando, insetti dalle gambe lunghissime, si  traghettano sulle foglie cadute, insieme a gocce rotonde.
Luminescenti  bolle roteanti di arcobaleni, presero in prestito dalla pioggia lontana  la libellula dalle ali viola, leggera come la speranza. Arrivò col suo volo verticale, confondendosi con la luce azzurra dell'acqua di cui è lontana cugina.
Arriva con la sua vita sottile, le gambe lunghe e le ali trasparenti, che se viste di riflesso sprigionano sogni coloratissimi.
Altri la accompagnano, qua e là altre forme brillano, chi per confondersi e chi per apparire.
Apparentemente immobile il ramarro verdissimo coglie il punto perfetto per confondersi. Laddove una radura dello stesso colore appare di erbe e muschi, appena appena congiunta alla riva brillante d'acqua trasparente...
(Dove intendiamo capire, quando sapremo che l'innocenza ci immagina scolari disattenti?)
Caleremo un pensiero scuro, un tremore mesto, un tornare indietro del senso, un guardare all'indietro per ritrovare il passo semplice e sorpreso di bambini che sanno ancora giocare.
Fantasia incrinata, colori intatti che finiscono in un caleidoscopio malefico in bianco e nero. Inutile scuoterlo, si romperà.
Quando capiremo che l'innocenza si materializza per poco, in un semplice e unico istante, che si può ripetere, ma non sta nelle cose.
Oppure ne è permeata completamente.
Ma non starà però a noi fermare questo istante tragico.
Ripetuto all'infinito, circolare, spirale di senso, incomprensibile per noi, esseri incompleti.
Il ramarro lo sappiamo benissimo cosa sta per fare
E la luce scenderà nella tana del toporagno.
E la preghiera non sarà ascoltata
E la luce altrove non esiste, nel freddo infinito universo.
E le stelle sono morte da tanto tanto tempo....
Un colibrì coloratissimo fluorescente di luce, specchiato di miracoli, piccolissimo e velocissimo nello stop improvviso, di lato come un fulmine di giorno sfrecciò senza suono, come un soffio colorato  nell'aria.
Verde solo all'apparenza, il becco lungo e sottile e le ali... ah! quelle ali supersoniche, parenti del lampo e del vento, gravide di silenzio, immerse nel tepore del giorno, trasparenti in quella flautata fretta, invisibili allo sguardo, leggere come nessuno riuscirà mai ad essere, capaci di rimanere immobili e guardarti per un attimo, un secondo di vibrazioni.
II colore scendeva in me come il respiro dell'arcobaleno, come un segno del destino, come se un pennello acquarellato, carico di colore mi dipingesse gli occhi.
Poi così come era apparso scomparve.
Seppi cosa fare.
Battei le mani con un colpo secco.
Il ramarro sorpreso scappò e la libellula cambiò direzione.
Una foglia gialla mi cadde sulla spalla leggera e silenziosa.
L'autunno, pensai, ormai è finito.

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