Catania sotto il velo di Sant'Agata
Non è devozione,
è appartenenza.
A febbraio Catania non prega,
si denuda.
Un fiume bianco che cammina,
uomini rudi col collo grosso
e il sudore sulla schiena ,
donne che rivendicano storia
con tra le mani papaveri rossi,
sparsi sui monumenti
garofani bianchi.
E lei passa.
Bianca tra il fuoco dei ceri
bambina con il petto aperto.
Io non l'ho mai chiamata Santa,
l'ho chiamata sorella.
Solo una donna
sa cosa vuol dire
restare puri
mentre ti strappano il seno.
E poi c'è il resto.
Il mercato che urla alle sei del mattino,
il pesce ancora vivo sul marmo,
e sul gradino dell’Amenano
la bestemmia
e subito dopo l'Ave Maria.
La sabbia dorata
che brucia i piedi teneri
dei bambini,
il gelsomino che si ostina
a nascere dal cemento,
la saponaria a primavera
sulla pietra lavica.
La vita vera.
Quella che non si pettina
per farsi vedere bella.
Catania non ti accarezza.
Ti afferra per i capelli,
ti sbatte il cuore
contro il suo maroso mare ,
ti apre il ventaglio
sotto l'ombra del nespolo,
e ti dice
sotto lo sbuffo nero del Monte,
se resti,
ci resti per sempre.
E io sono rimasta.
Con l'essenza
della sua polvere addosso.
Catania non la lasci,
è lei che ti lascia andare
con la promessa
che tornerai a sederti
sotto l'elefante
a guardare il mondo.