Dove il poco era tutto

C'era una strada di terra
che conosceva il nome dei nostri passi,
e una casa raccolta
tra il respiro dei campi
e il silenzio delle stagioni.

Lì sono cresciuto,
quando avere poco non era mancanza,
ma la scoperta della ricchezza nascosta
nelle cose che durano.

La stufa vegliava le sere d'inverno,
rossa di brace e di pazienza,
mentre fuori il vento
batteva alle finestre
come un vecchio viandante.
Ci stringevamo attorno a quel calore,
scoprendo solo dopo
che la vicinanza era già felicità.

Poco distante, il camino custodiva
il pane, le minestre
e i racconti a bassa voce;
il tempo scorreva
con la lentezza buona
delle cose vere.

Erano anni di mani operose
e scarpe impolverate,
di tramonti guardati senza fretta
e giochi inventati con il nulla,
che pure bastava sempre.

Non furono anni facili.
La vita chiedeva molto,
anche ai più piccoli.
Eppure, dentro la fatica,
cresceva una gioia ostinata,
capace di fiorire
tra le crepe dei giorni.

Oggi so
che nessun ritorno è possibile.
Le stagioni passano,
le case cambiano voce,
e l'infanzia resta
come una luce lontana,
che continua a brillare
anche nel buio.

Ma se il tempo
mi concedesse un solo istante,
tornerei là,
tra la terra e il fumo del camino,
tra il freddo delle mattine
e l'abbraccio di quelle stanze.
Rivivrei quegli anni
altre mille volte.

Perché esistono luoghi
che smettiamo di abitare,
ma che continuano,
in silenzio,
ad abitare noi.