Fili della notte
Da bambino cercavo i temporali
come altri cercano rifugi.
Appena il cielo si rompeva
correvo verso quel vecchio garage di lamiera
abbandonato dietro i campi,
con le pareti fredde d’umidità
e l’odore di ferro bagnato.
Mi sedevo lì dentro da solo
ad ascoltare la pioggia.
Non era soltanto rumore:
era un esercito di dita sul tetto,
un tamburo immenso e vivo
capace di coprire il mondo.
Ogni goccia sembrava sapere il mio nome,
e io restavo immobile,
felice come si è felici da bambini:
senza dover capire il perché.
Quando invece arrivava la neve,
uscivo nel silenzio dei prati
e mi sdraiavo a pancia in su,
le braccia aperte
come chi aspetta qualcosa dal cielo.
Sentivo i fiocchi sciogliersi sul viso,
scendere freddi sulle palpebre,
sulle labbra, sul collo,
fino a svanire in gocce leggere.
Era un modo strano di sentire il tempo:
lasciarlo cadere addosso
senza difendersi.
E poi il vento.
L’ululato lungo tra gli alberi,
dietro le case,
nei fili della notte.
Molti ne avevano paura;
io lo ascoltavo come una voce antica,
qualcosa che attraversava il buio
e custodiva segreti impossibili da spiegare.
Forse è lì che ho imparato
che la solitudine non è sempre vuota.
A volte ha il suono della pioggia sulla lamiera,
il freddo lieve della neve sul volto,
o il respiro del vento
che attraversa il mondo
senza chiedere permesso.