Generazione in bilico

C’era un tempo leggero
in cui bastava un pallone sgonfio
e due risate storte
a tenere in piedi un pomeriggio.
Le tasche vuote,
ma piene di vento e promesse,
e la felicità —
una cosa piccola,
che non aveva bisogno di essere vista.
Ora le luci non tramontano mai,
abitano gli schermi,
riflettono volti sempre accesi
e occhi sempre più stanchi.
Si cresce in vetrina,
tra dita che scorrono vite altrui,
mentre la propria resta in pausa,
appesa a un pollice alzato
che somigli a un abbraccio.
C’è una rabbia sorda
nei silenzi.
Si indurisce lo sguardo,
ci si difende prima ancora dell’offesa,
confondendo il rispetto
con l’ombra della paura.
Alcuni camminano armati
non di coraggio, ma di smarrimento,
con il freddo del metallo in tasca
e un grido che nessuno ha raccolto.
Non sanno
quanto sia fragile il vetro
tra un gesto e il destino,
quanto un attimo storto
possa spezzare il domani.
Eppure, sotto la scorza,
batte ancora qualcosa di antico:
la stessa fame di essere scelti,
di sentirsi abbastanza.
Forse non serve tornare indietro,
ma fermarsi un istante
per imparare che la forza non è ferire,
ma restare umani
quando sarebbe più facile perdersi.
Perché la felicità non è scomparsa:
ha solo smesso di urlare
ed è rimasta indietro,
in attesa
che qualcuno torni a cercarla davvero.