I sogni che avevo in tasca

Da ragazza sognavo il grande amore.
Lo immaginavo fatto
di mani intrecciate senza paura,
di occhi chiusi nello stesso silenzio,
di quella comprensione rara che
non ha bisogno di parole per sentirsi viva.
Immaginavo sogni custoditi nelle tasche,
piccoli e preziosi come conchiglie
raccolte lungo il mare,
da tirare fuori ogni volta che
il desiderio di partire,
di scoprire il mondo,
diventava troppo grande per restare
fermo nel petto.
Immaginavo corse sulla spiaggia
al calare dell’estate,
abbracci stretti davanti a tramonti infiniti,
baci rubati alla notte sotto cieli
pieni di luna e promesse.
Credevo che amare significasse
trovare qualcuno capace di incoraggiarti
non soltanto nei giorni facili,
ma anche dentro gli inverni dell’anima,
quando persino sorridere diventa fatica.

Da donna, però, ho imparato
che l’amore reale
non sempre somiglia ai sogni
che ci salvavano da ragazze.
A volte arriva con mani distratte,
con silenzi troppo lunghi,
con occhi che guardano altrove
mentre tu continui a cercarci casa.
Ho imparato che certe persone
ti sfiorano il cuore senza davvero entrarci,
e che si può sentire un’immensa solitudine
perfino accanto a qualcuno che dice di amarti.
E allora capisci quanto siano fragili le attese,
quanto faccia male vedere i propri sogni
cadere uno a uno come fotografie
consumate dal tempo.
Perché quando immagini un amore capace di accoglierti interamente,
e la realtà invece ti insegna a trattenere lacrime, parole e mancanze,
qualcosa dentro si incrina piano.

Da ragazza sognavo il grande amore,
si, lo immaginavo.

Aurora Sisi

21 maggio 2026