Il gigante e la bambina
L’esordio fu clausola e principio d’ogni fine. In quello specchio di iridi s’inoltrò il crepuscolo d’ogni mia certezza. Trent’anni d’inerte pietra si polverizzarono all’istante dinanzi a tanta sproporzione d’essere. Mi scoprii nudo, fragile, esiliato dal mio stesso orgoglio, mentre il futuro dischiudeva la sua geometria severa e la tua mano minuscola s’affidava alla mia, ombra lieve che m’inseguiva nel transito. Ammutolito da una simile grazia disarmante, tu. Tu, che hai cancellato i miei bastioni di sabbia con la marea inesorabile dell’innocenza, recidendo quell’alterigia virile di chi si crede misura del mondo. Ma cos’è l’uomo, se non un relitto che disperde la propria rotta per consegnare una mappa intatta a chi viene dopo? E tu, germoglio d’ombra e luce, un giorno abiterai la pienezza del nome di donna. Allora io conoscerò la geografia del supplizio. L'inferno muto del saperti già immensa e al contempo, così esposta ai venti del vivere. Mi guardi dalle mie braccia, io colosso d’argilla, tu fragile promessa. E ignori quanto l’orizzonte reale diverga dall’inganno del tuo rifugio. Non percepisci i sussulti, non intercetti le crepe segrete di questa corazza. Domanderai al tempo la ragione del mio gelo, la spigolosità di un’autorità che non concede sconti. Ed io accetterò il peso del tuo distacco, persino il tuo silenzioso rancore, pur di garantirti l’integrità di una confessione senza menzogne. Ti educherò al vero volto del sentimento, alle sue leggi taglienti come lame. Camminerò al tuo fianco stringendoti il polso, ma saprò aprirti la palma nel momento esatto del distacco, lasciandoti precipitare nel rischio della tua libertà, tremando a ogni ombra di fallimento. Eppure, finché i nostri sguardi sapranno riconoscersi nel buio, finché la nostra voce sarà argine alla solitudine, e oltre il confine ultimo del respiro, sappi che t’amo. Mia sola e immutabile salvezza.