Waldo - Storia di un cane

Ero vecchio, lo so, ma avevo vissuto il tempo e la forza della mia giovinezza. Fino a non molto tempo fa riuscivo a non sentire la fatica, persino dopo una lunga giornata di lavoro, che trascorrevo col mio fedele padrone, compagno di quotidiane lotte con la sopravvivenza. Non possedevamo molto, ma mai nulla ci è mancato. Una casa, piccola, come piccolo era l’orto che tenevamo. Una manciata di pecore, una mucca da latte, un paio di galline. I freddi inverni e le estati roventi, sempre insieme, io e lui. Da che la memoria mi è amica, non ero che un cucciolo quando mi prese, Dio solo sa dove, e mi portò via con sé. Ci siamo offerti la famiglia che non avevamo e tutto quel che occorre per vivere. Non vi nego che mai sono mancati i giorni in cui, sempre insieme, si è patito il freddo, la fame e la stanchezza. Né quelli in cui i giorni sembravano essere più lunghi e più tristi che mai, ma sempre insieme, uno accanto all’altro. Aspettando i giorni migliori.
Poi, ne arrivò uno in cui compresi che il cuore era un organo che poteva provare molto, molto dolore. L’alba era sorta da un pezzo ed io, che non lo vedevo arrivare quel padrone mio, come sempre capitava, fischiettando di buon grado, decisi di entrare in casa, varcandone la soglia attraverso una porticina più piccola che il padrone mio aveva costruito appositamente per me.
Cominciai a cercarlo, ben sapendo che lo avrei trovato in men che non si dica, data la forte modestia della grandezza del nostro focolare. Tutto era racchiuso in una sola ampia stanza, dove al centro troneggiavano un tavolino antico e un paio di vecchie sedie, una delle quali non aveva mai visto altri ospiti all'infuori di me, che ogni tanto vi saltavo su a sedere, col pieno consenso del padrone mio. Sulla destra vi erano il caminetto in pietra, angolo di paradiso, memore di rare ma succulente grigliate, con accanto un letto. Sull'altro lato, facevano capolino un vecchio fornelletto e due scodelle posate su un'alzata in ferro battuto, dove il mio padrone usava lavar via le fatiche del giorno e del corpo.
Dopo una rapida occhiata generale, scorsi le sue gambe scomposte a terra, appena sotto il piccolo tavolo in legno, e con una strana sensazione nel petto, mi avvicinai a lui, cautamente. Ora vedete, non so dirvi cosa esattamente io pensai o provai nei momenti che seguirono, quando mi resi conto che il padrone mio non dava più segno di vita alcuno. Ed io ho sperato. Oh! Se ho sperato! Che dormisse. Che fosse semplicemente caduto a terra, stanco di sonno e di ubriachezza. Perché magari, speravo, magari aveva aperto quella grande bottiglia colma di liquido color del rubino, che lui teneva da innumerevoli anni sull'unica mensola appesa alle pareti di quel nostro focolare. Che io la guardavo sovente quella bottiglia, e il padrone mio, che era solito parlare con me come si fa con un figlio, sempre mi raccontava che quella bottiglia altro non era che il caro regalo di un amico a lui ancor più caro, che s'era spento troppo presto, un'alba di tanti anni fa. E ogni volta che me lo raccontava, aggiungeva sempre che quel vino avrebbe avuto la sua grande occasione. Ma in tutti gli anni che abbiamo passato insieme, quella grande occasione non era mai arrivata. E la bottiglia era ancora lì, intatta e comprensiva di ogni granello di polvere che vi si era adagiato sopra, per quindici lunghissimi anni.
Ed io mi misi a pensare che ora ch'ero rimasto solo, avevo tutto il tempo che mi restava per adagiarmi accanto a lui. Proprio come quei minuscoli granelli di polvere, senza sentire più la fatica degli anni e dei giorni. Così feci, e vi restai a lungo. Vi restai fino a quando l'acre odore della vita che se ne va non mi costrinse alla fuga, e fino a quando mi resi conto che il mio vecchio cuore, seppur malato di dolore, batteva ancora. Ma quando venne il momento di capire che non era quella l'ora che mi era stata assegnata, raccolsi tutte le forze che mi rimanevano e uscii fuori, abbandonando il luogo e il padrone che tanto mi furono cari. Nel mio andarmene via non ebbi mai il coraggio di voltarmi indietro. Mi incamminai verso il sentiero ignorando come potevo i lamenti della mucca, delle pecore e delle galline, ben sapendo che avrebbero continuato a lagnarsi a lungo e senza alcun interesse presente e futuro, verso il mio amato ed il loro amorevole, padrone defunto. Camminai a fatica e lentamente, con l'affanno e la preoccupazione che mi andavano crescendo dentro. Era una disperazione che mai avevo patito prima, e che speravo solo mi divorasse in fretta. Tutto questo, mentre continuavo a chiedermi se sarei mai riuscito a resistere, almeno il tempo di trovare qualcuno in grado di aiutarmi. Qualcuno che avesse un cuore più grande del mio, che sarebbe tornato indietro con me, avrebbe trovato il padrone mio, e gli avesse donato l'unica cosa ch'io non potevo offrirgli, una degna sepoltura. La mia sopravvivenza era ormai legata a questo. Solo così avrei potuto poi sdraiarmi accanto a lui e restarvi, per tutta l'eternità che ci attendeva.
Più volte fui costretto al riposo, vecchio com'ero, ma ogni volta riuscii a riprendere il mio cammino. Un uomo mi trovò dopo non so più quanti giorni e quante notti, ormai esausto e disperato. Mi offrì la sua casa e le sue cure, delle quali io mi nutrii solo il necessario, tanto era forte il desiderio di riprendere prima possibile il mio viaggio di speranza. Fui fortunato. L'uomo mi comprese e cominciò a seguirmi lungo la strada del ritorno.
Oggi è una bella giornata di sole, ed io e il mio padrone la trascorreremo insieme. Felici e spensierati, giovani e forti, nel nostro focolare sperduto fra i monti. Siamo qui, seduti al nostro tavolo uno a fianco dell'altro. Il mio padrone ride, ride, ride! Ha stappato la sua bottiglia di vino, e questa è un'occasione speciale! Riluce nel sole quel liquido color del rubino, e il mio padrone brinda alla vita eterna, con me.