Il miserabile
"Era mai stato un uomo?"
L'interrogativo gravava come una condanna precoce, un tarlo che continuava a scavare mentre cercava disperatamente di specchiare la propria coscienza frammentata negli occhi di quella donna. Si percepiva ridotto a un simulacro, a un organismo composto di sola carne viva, fustigato da un'autoflagellazione mentale e fisica tanto ossessiva quanto sterile. Un circuito chiuso di pensieri e pulsioni ripiegati su sé stessi, che consumavano ogni residuo di energia vitale. La stanza, quel rifugio ermetico stipato di un'apparente, boriosa erudizione, non era che la mera proiezione geometrica della sua mente. Un interno asfittico, saturo del fetore di un tempo immobilizzato, dove i tomi impolverati emanavano l'odore stantio di ambizioni fallite e di speranze infantili, mai davvero nutrite dal coraggio del reale. Egli sapeva, in cuor suo, di non essere che questo. Un simulatore della sofferenza, un cantastorie patetico e pavido, privo di qualsiasi spessore autentico, rifugiatosi nel ruolo di vittima sacrificale per giustificare la propria inadeguatezza morale. Gli occhi della donna che ora si ergeva dinanzi a lui, rigidi, decisi, quasi ieratici, avevano un tempo nutrito l'illusione di poterlo salvare, accecati da quel bisogno di dedizione che spesso scambia la debolezza per profondità. Ma ora quello sguardo si era spogliato di ogni indulgenza, restituendogli lo specchio impietoso di una squallida realtà. Eppure, nel volto di lei non balenava alcuna rabbia. Vi era piuttosto un sorriso sottile, non di gioia meschina, ma del sollievo di chi finalmente si risveglia da un incubo cronico. Mentre lei compiva il gesto salvifico di voltarsi per sottrarre la sua anima a quella dipendenza patologica, lui rimaneva inchiodato al centro del proprio fallimento. Incapace di reggere il peso della propria autonomia, continuava a perpetuare la sua coazione a ripetere, aggrappato all'illusione infantile di esistere ancora, di far parte del mondo dei vivi. Ma sotto la scorza di quell'orgoglio ferito non vi era che un vuoto ontologico. Un senso radicale e incorreggibile di estraneità, l'incapacità innata di stabilire un legame che non fosse parassitario. E così, mentre il risentimento prendeva il sopravvento soffocando ogni residuo barlume di autocritica, il miserabile riprendeva il suo cammino all'indietro, strisciando verso le catacombe del proprio inferno psichico. Un abisso interiore buio e grezzo, dove già smaniava, con cupa e vorace necessità, di adescare la mente della prossima, inevitabile vittima da intrappolare nel proprio cerchio di fuoco.