Metti una sera a cena
Lei era seduta giù in fondo, al tavolo più elegante di tutto il ristorante. Quello riservato, che affacciava su una delle vie più belle del centro storico. Sola, pensierosa, impaziente. Si contorceva delicatamente le mani, giocherellando di tanto in tanto con l'orecchino di perla e sistemando le sottili ciocche di fili scuri che ricadevano lungo i lati del viso. Il corpo esile avvolto in un abito nero, semplice, che sembrava irrigidirsi al pensiero di un uomo, che oltre a non avere avuto l'accortezza di passare a prenderla, ora si faceva persino attendere. E lei se ne stava lì, fasciata in quell'abito scuro che le scopriva le gambe dalle ginocchia in giù. Quelle gambe accavallate e sporgenti, poco che bastasse a scorgerle appena sotto il tavolo. Le caviglie sottili, il tacco alto. Non troppo, ma abbastanza da farti venir voglia di sentirsela camminare vertiginosamente addosso. Assaporandone il passo felino, il morbido ancheggiare, l'inebriante profumo. Bramava mutarsi in quel freddo e bianco pavimento in marmo, solo per poter bruciare e disintegrarsi al suo passaggio. Permettersi il lusso di crollare in ginocchio davanti a quella donna, perdendo ogni traccia di dignità, purché lei gli ricambiasse lo sguardo. Ed era incredibile come si sentisse un libero schiavo, in quella totale perdita di autocontrollo. In tutta la sua vita avrebbe potuto non avere mai più una simile opportunità. Lui era lì. Lei era lì. Ed entrambi erano soli. Da quanto? Una manciata di minuti. E non le staccava gli occhi di dosso, mentre lei muoveva nervosamente i suoi, di occhi. In ogni dove. In cerca di qualcosa, di qualcuno, del nulla. Bella, sola, indecifrabile. Solo lo sguardo a tradire la sicurezza del corpo. Ma non erano che brevi e fugaci attimi. Istanti rubati all'attesa, che solo uno sguardo attento e rapito poteva cogliere. Lo sguardo di chi avevano appena incontrato l'amore. Lui pure, si, stava aspettando qualcuno. Ed era segretamente felice per quel fortuito messaggio ricevuto poco prima sul suo cellulare. "Arriverò in ritardo. Il traffico sai... E le solite noie in ufficio. Tu aspettami. Non ordinare." E lui. Lui non ci pensava nemmeno a mangiare. Tutta la fame di una vita l'aveva placata in quella singola visione. La pelle di luna, la bocca di fragola. Pensava che avrebbe potuto prenderle dolcemente la mano, sfiorarla con un bacio, guardarla con rispetto, sedersi accanto a lei a quel tavolo troppo vuoto o portarla via, lontano. E mentre i pensieri dilagavano, lui era lì, a compiere già ogni singolo gesto. E lei, che lo aveva lasciato fare senza opporre alcuna resistenza, a quel tocco aveva sentito il passo farsi improvvisamente più incerto. Le gambe tremare, che lui, di fronte a tanta incertezza, non seppe resistere. L'amò da lì all'eternità. E glielo disse, forte e subito, quando occhi negli occhi, aprì la porta per cederle il passo verso l'infinito.