Il primo interlocutore

Ho imparato a parlarmi
quando la mia voce
non trovava orecchie.

Tra i muri di un collegio,
dove i passi risuonavano
più delle carezze,
c'era un bambino
dichiarato colpevole
prima ancora di essere ascoltato.

Le punizioni cadevano
come pioggia da un cielo sereno:
non cercavano la verità,
ma soltanto un corpo
su cui posarsi.

Così,
nel silenzio dei castighi,
ho imparato a farmi compagnia.

«Hai fatto davvero qualcosa?»
mi chiedevo.

«No»,
mi rispondevo,
«ma qualcuno doveva pur crederti.»

Da quel giorno
la mia voce non mi ha più lasciato.
È cresciuta con me,
ha cambiato tono,
ha imparato a sorridere,
a discutere,
a consolarmi
quando il mondo
andava troppo in fretta
per fermarsi ad ascoltare.

Ora sono un uomo.

Qualcuno sorride
quando mi vede
muovere le labbra nel vuoto.

Non sa
che in quel dialogo
vive ancora il bambino
che non ebbe un avvocato,
né un testimone,
né un giudice giusto.

Parlo da solo,
è vero.

Ma non perché sia rimasto solo.

Parlo da solo
perché, un giorno,
sono stato l'unica persona
disposta ad ascoltarmi.

E da allora
non ho mai tradito
quella promessa.