Io, dentro I miei versi
Nelle pieghe del foglio,
ove l’ombra s'addensa,
risorgon gli sguardi
che il giorno dispensa.
Tra sillabe mute
e spazi lucenti,
mi sembrano vita,
è son mostri viventi.
Non sono nemici,
ma schegge di specchi,
pensieri ribelli
in labirinti già vecchi;
si intrecciano al cuore,
si mischiano al fiele,
son come tempesta
che morde le vele.
In questo groviglio
di pure emozioni,
le rime diventano
eterne prigioni:
là rileggo l'amore
felice e contento
perché solo il verso
sa donare la voce
al fuoco segreto
che cova precoce.
Sol versi apprezzati,
rimangono alfine
degli amori vessati!
E nell'inchiostro che cola
quei mostri prendon carne,
e vivon la vita più li consola
.
Cesare Moceo poeta di Cefalù
@ t.d.r.
Questi versi di Cesare Moceo descrivono la poesia come un processo di catarsi. Il "foglio" non è solo carta, ma un campo di battaglia dove i "mostri viventi" (le angosce e i pensieri ribelli) prendono forma per smettere di fare paura dall'interno.
Le rime sono definite "eterne prigioni", ma allo stesso tempo sono l'unico strumento capace di dare "voce al fuoco segreto". La struttura del verso blocca l'emozione per permettere al poeta di controllarla.
Lo specchio dell'anima: I mostri non sono entità esterne, ma "schegge di specchi", parti frammentate dell'io che si mescolano al "fiele" (l'amarezza).
Il finale suggerisce che solo attraverso l'inchiostro ciò che è stato "vessato" o sofferto trova una nuova forma di vita, più consolatoria e duratura della realtà stessa.
È una riflessione profonda su come l'atto creativo trasformi il tormento in testimonianza.