L'anima buona

Non si vede negli occhi,
eppure è lì che comincia.

​Non ha voce,
ma parla in ogni gesto,
in ogni silenzio,
in ogni modo gentile
di stare al mondo.

​Un’anima buona
non è quella che ignora il dolore,
ma quella che, dopo averlo attraversato,
sceglie di non restituirlo.

​Custodisce le proprie ferite
senza trasformarle in lame,
porta i propri strappi
senza permettere al dolore
di continuare attraverso di lei.

​È una carezza
quando il mondo si fa ruvido,
una parola detta piano
là dove sarebbe stato più facile offendere.

​È ascoltare ciò che rimane taciuto,
scorgere la stanchezza
dietro un sorriso,
restare
quando sarebbe più semplice andare.

​Non pretende la perfezione.
Conosce le proprie fragilità,
le notti in cui ha smarrito la strada,
i giorni in cui la luce sembrava lontana.

​Eppure custodisce, dentro di sé,
un punto segreto
dove la luce
sa sempre tornare.

​Sa perdonare senza dimenticare,
lasciare andare senza smettere di amare,
fare il bene
anche quando nessuno guarda.

​Perché la bontà vera
non cerca testimoni,
non chiede applausi.

​Somiglia all’alba:
arriva piano,
senza rumore,
e semplicemente
scioglie il buio.

​È attraversare la vita
senza lasciarsi rubare la dolcezza.

​È lasciare una traccia
senza incidere il proprio nome.

​E quando incontra un’altra anima,
qualcosa rimane:
un gesto,
un istante di pace,
il ricordo di come ci si è sentiti
accanto a qualcuno
senza dover chiedere nulla.

​Forse è questa
la sua forma più alta:

​non essere ricordati,
ma essere stati,
anche solo per un istante,
la ragione per cui qualcuno
ha creduto ancora
che la luce esistesse.

​E forse, alla fine,
un’anima buona è proprio questo:

​passare nel mondo
lasciandolo
un poco più gentile
di come lo si è trovato.