L'arte delle precauzioni

Abbiamo rinunciato a molte cose, quasi sempre per ottime ragioni.
C'è chi ha rinunciato al mare perché era lontano, all'amore perché troppo vicino, alla felicità perché sembrava poco seria.
Rimandavamo tramonti, passeggiate, amicizie, persino qualche dolore necessario, convinti che la vita ci avrebbe aspettato.

​Conservavamo i giorni migliori come vestiti eleganti: per un'occasione che non arrivava mai.
Risparmiavamo parole, carezze, perdoni, come se i sentimenti maturassero meglio chiusi in dispensa.
Le estati passavano, educate, e noi, occupati a prepararci a vivere, le salutavamo distrattamente.

​Eravamo bravissimi a organizzare il domani e sorprendentemente incapaci di vivere l'oggi. Efficienti, ma non presenti; impeccabili, ma raramente felici.
Abbiamo rinunciato a dire «resta» per orgoglio, a dire «vengo» per prudenza, a dire «ho paura» per educazione.
Ci siamo privati di intere gioie pur di non correre il rischio di apparire ridicoli.

​Abbiamo preferito il rimpianto all'imbarazzo di un tentativo, dimenticando che quasi tutte le cose belle, all'inizio, fanno un po' vergognare.
Del resto, la nostra epoca ha sempre preferito le precauzioni ai miracoli.
Abbiamo attraversato vite intere senza abbracciare davvero noi stessi.

​Poi, con quella calma crudele che appartiene soltanto ai risvegli, abbiamo scoperto che la vita offriva tutto.
Non chiedeva coraggio perfetto, né certezze assolute. Domandava soltanto una presenza imperfetta, ma sincera.
Eravamo noi a non essere disponibili.