La schiena più fragile

Ci sono tavoli lunghi e lucidi,
dove le decisioni cadono come bicchieri vuoti:
fanno rumore, ma si rompono altrove.
C'è sempre una firma, una parola detta a bassa voce,
un calcolo preciso.
E poi, molto lontano, una porta che si chiude,
un piatto che si svuota, una mano che resta sospesa.

​A pagare, quasi sempre, non è chi ha scelto il prezzo.
È il ragazzo che rinuncia al treno perché il biglietto è aumentato ancora;
la donna che spegne una stanza per risparmiare la luce;
l'uomo che abbassa gli occhi davanti a un conto che non sa più dividere.

​I forti hanno archivi, consulenti, tempo per aspettare.
I deboli hanno l'urgenza,
che è una condanna senza processo.
Eppure ci raccontiamo che il mondo pesa uguale per tutti,
come se la pioggia cadesse con la stessa forza su ogni tetto.

Ma basta guardare meglio:
alcuni attraversano le tempeste dietro vetri spessi,
altri offrono il petto a ogni stagione.
Così la storia procede,
con la sua antica abitudine di chiedere il conto
a chi non ha contratto il debito.

​E le rare eccezioni – quelle in cui il potere risponde davvero
delle proprie colpe – le ricordiamo a lungo
proprio perché sono rare:
piccole crepe nella legge segreta che governa il dolore.
Una legge che nessuno insegna, ma che tutti imparano:
che il peso del mondo, quando cade,
cerca sempre la schiena più fragile.