La teoria delle sedie stanche

C’era una sveglia
che dormiva di giorno
e russava minuti sul tavolo.

Nel corridoio
un ombrello sentimentale
scriveva lettere d’amore
a una ciabatta dispersa.

La minestra del mercoledì
aveva imparato il latino
per discutere con le tende,
molto colte nei pomeriggi di pioggia.

Intanto il lampadario,
vestito da medusa elegante,
insegnava ai pesci rossi
come attraversare i muri
senza disturbare il silenzio.

Io cercavo una frase semplice,
una parola con gli angoli morbidi,
ma ogni vocale scappava in bicicletta
dietro un cane fatto di nebbia.

Verso sera
la luna entrò dalla finestra,
si riposò su una sedia stanca
e chiese in prestito
un briciolo di vento.

Nessuno capì davvero cosa stesse accadendo,
tranne il cucù dell’ingresso
che continuava a ripetere:
“Le nuvole hanno tasche profonde,
ma dimenticano sempre le chiavi.”