Le maschere della Domenica
Entrano nel tempio
con il passo lento dei rituali imparati,
lo sguardo rivolto in alto
e il cuore lasciato fuori,
appoggiato al gancio dell’abitudine.
Si inginocchiano composti,
sfiorano l’altare con la fronte,
ma la preghiera non scende:
resta parola in prestito,
eco senza voce.
All’uscita il volto cambia luce.
I sorrisi diventano maschere leggere,
i giudizi riprendono fiato tra la gente.
Invidia che scorre sottopelle,
gelosia travestita da consiglio,
pur di brillare un istante
sarebbero pronti a spegnere il sole.
Si vestono di bene,
ma il buio li guida per mano.
Lavano la coscienza
con acqua d’apparenza
e tornano al mondo
convinti di essere assolti.
Eppure basterebbe uno specchio vero
per scoprire la maschera cucita da soli,
punto dopo punto,
con il filo dell’ipocrisia.
Perché non basta un gesto imparato,
né un canto ripetuto in coro.
La fede non è scena,
non è palco né applauso:
è un cuore che cambia direzione.
Finché la domenica resterà travestimento,
la santità sarà solo facciata.
Ma chi ascolta davvero il perdono
cammina leggero,
non ha bisogno di ombre,
e non teme di essere visto.