Mi ardi

Ti ho atteso nel punto in cui la sete
diventa lingua, e la notte un frutto
aperto sulla mensola del sangue.
Tu mi cammini dentro senza passi,
come una pioggia che disseta il buio
e lascia cicatrici di rugiada
sulle mie ossa d’alba.

Non sei sogno, né veglia:
sei la linfa che spezza la corteccia,
la fiamma che mi nomina
quando il silenzio fa tremare i vetri.
Io ti respiro come un campo arato
respira il temporale:
con la ferita pronta a farsi grano.

E se ti chiamo, è perché la solitudine
ha il sapore di un ferro
lasciato sulla neve.
Tu, invece, sei il miele che mi incendia le vene,
il sale che mi rende
visibile alla luce.

Mi ardi,
e io divento la finestra
dove l’inverno impara a fiorire,
il letto in cui la cenere
ricorda il suo fuoco,
la voce che ti cerca
anche quando la carne tace.

Perché amarti è questo:
morire in ogni poro
e rinascere nel punto
in cui la tua assenza
mi tocca come un taglio che perdona.