Occhi che non guardano
Odore di sale
m'investe stamattina,
come una nenia
delicata e dolce,
che l'anima nostalgica,
abbraccia.
Fitte di desideri
trafiggono la mente
e i battiti del cuore
immersi in quel desio.
Là vorrei rapirmi
e portarmi lontano,
solitario,
in un'isola di pace.
.
Cesare Moceo poeta di Cefalù @ t.d.r.
Un'evasione sensoriale tra nostalgia e desiderio
Nella lirica Occhi che non guardano, il poeta cefaludese Cesare Moceo dipinge un delicato acquerello dell'anima, dove l'elemento marino si fa specchio di una condizione interiore universale. La composizione si muove lungo un doppio binario: la percezione fisica del paesaggio e la trasfigurazione intima del desiderio.
La sinestesia della nostalgia
L'apertura della poesia è una potente immersione sensoriale. L'odore di sale non è solo un dato atmosferico, ma una forza viva che "investe" il poeta. Attraverso una raffinata sinestesia, questo profumo si trasforma in una "nenia delicata e dolce", un canto ipnotico che culla l'anima nostalgica. Il mare di Cefalù, pur non citato direttamente, respira in ogni sillaba attraverso la sua eco salmastra. La seconda parte del componimento abbandona la dolcezza iniziale per accogliere una tensione più drammatica. Il termine "fitte" evoca un dolore quasi fisico, causato da desideri che "trafiggono la mente". È il contrasto eterno tra la realtà presente e il "desio" romantico, una spinta interiore che accelera i battiti del cuore e accende la necessità di una fuga. Il finale rivela la meta di questo viaggio interiore: il rapimento mistico e l'evasione verso un'altrove ideale. L'invocazione di un'isola di pace, vissuta in solitudine, non rappresenta un isolamento sterile, ma una ricerca di purezza e di riconnessione con se stessi. Moceo utilizza un linguaggio universale, accessibile ma denso di significato, capace di toccare le corde di chiunque abbia cercato, almeno una volta, un porto sicuro dal rumore del mondo.