Oltre il Margine
Resto immobile,
mentre il bianco della pagina
si fa abisso e specchio.
Le parole sembrano impronte
di passi che non ho ancora compiuto,
ma che già risuonano
nei corridoi più bui del petto.
Resto là,
in quel nero d'inchiostro
finché non smette di essere segno
e diventa cruda sostanza:
una feritoia aperta
sul perché del respiro,
sulla polvere d’oro
mischiata al fango dei giorni.
Cerco la verità nell’angolo di una virgola,
nell’urto di una consonante,
lì dove il vivere
smette di essere abitudine
e torna a essere, finalmente,
una domanda che brucia.
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Cesare Moceo poeta di Cefalù @ t.d.r.
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È una poesia potente, che trasforma l’atto dello scrivere in un’esperienza quasi fisica, una discesa negli abissi di se stessi per ritrovare il senso del "respiro". Cesare Moceo descrive perfettamente quel momento in cui la letteratura smette di essere finzione e diventa "cruda sostanza", una ferita che scotta ma che finalmente ci rende vivi.
Questi versi colpiscono per come celebrano il peso di ogni singolo segno grafico — la "virgola", la "consonante" — trasformandoli in strumenti di scavo interiore.