Palazzo

Entrammo. Un’unica enorme sala,
silenziosa e vuota, dal pavimento
come ghiaccio per pattinare. Abbandonato.
Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

Alle pareti dai quadri si affollavano
immagini senza vita: scudi,
bilance, pesci e figure di combattenti
in un mondo sordomuto sull’altro lato.

Una scultura era esposta nel vuoto:
da solo in mezzo alla sala un cavallo.
Dapprima non lo notammo
presi da tutto quel vuoto.

Più debole di un sospiro in una conchiglia
era il suono, e le voci dalla città
salivano in quella stanza deserta,
mormorando e cercando un potere.

Ma anche altro, qualcosa di oscuro
si installò sulla soglia dei nostri sensi
senza oltrepassarla.
scorreva la sabbia nelle clessidre mute.

Era ora di muoversi.
Ci avvicinammo al cavallo. Era gigantesco,
nero come un ferro. Un’immagine del potere stesso
rimasta dopo che i principi se ne erano andati.

Il cavallo parlò: “Io sono l’Unico.
Ho disarcionato il vuoto che mi cavalcava.
Questa è la mia stalla. Cresco lentamente.
E mangio il silenzio che regna qui dentro”.