Scranni di cartone
Tra piazze affollate e schermi che dilagano
scorre un’ombra sottile:
l’ipocrisia.
Non urla,
si infila nei gesti,
riveste di buone intenzioni
una povertà che non osa guardarsi.
Si alzano giudici su scranni di cartone,
inermi e fragili,
con occhi allenati a cercare il difetto
pur di non nominare il proprio vuoto.
Si proclamano custodi della verità
senza aver mai attraversato il dubbio.
La superiorità è una voce stanca,
parla solo a chi ha paura di scendere.
Si nutre d’arroganza
e avvelena l’aria,
rendendo ordinario ciò che dovrebbe essere umano:
la dignità,
l’ascolto,
la speranza.
Le mani si tendono,
ma non per accogliere:
solo per afferrare.
L’altro diventa ponte da calpestare,
appiglio temporaneo
contro la propria insicurezza.
Così l’amicizia si svuota,
ridotta a patto di comodo,
a parola che crolla
al primo vento che non stringe la mano.
E la gentilezza,
calpestata,
diventa un ricordo imbarazzante.
La maleducazione sventola come un diritto,
urla, ingombra, corre.
La civiltà viene invocata
solo quando serve,
poi dimenticata
come cenere fredda in tasca.
Si assottiglia il filo che ci unisce,
mentre il “tutto so” fiorisce nel nulla.
La vera saggezza, invece,
cammina in silenzio,
con lo sguardo basso
e il passo fermo.
Abbattete questi altari di vuota gloria.
Ricordate l’argilla da cui siete nati.
Solo allora, forse,
un’altra storia potrà cominciare:
non quella di chi domina,
ma di chi riconosce
e resta umano.