Tra desiderio e difesa

Un respiro,
viscerale,
inatteso,

con quella tensione continua
tra desiderio e difesa,

anche quando non lo vuoi.

Arriva leggero
come la brezza del mare,

ma tu sei abituato al peso.

La felicità ha mani gentili,
tocca piano,
quasi chiede permesso.

Eppure è meglio diffidare
di tutto ciò
che fa troppo rumore.

Ho passato così tanto tempo
a riconoscermi nel dolore
che quando qualcosa
mi somiglia meno

mi sento perso.

Come se stare bene
fosse una lingua straniera
che il cuore
non ha mai imparato.

E allora fuggo.

Fuggo da chi non guarda davvero,
da chi non resta,
da chi vede il caos
e abbassa gli occhi.

Eppure essere lasciati così
fa più paura
che essere guardati dritto negli occhi.

Il dolore lo conosco:

ha il mio nome,
sa dove abitare,
sa come trovarmi.

La gioia, invece,
non arriva mai improvvisa.

Non si siede accanto.

E quando sfiora la mia mano
penso sempre
che prima o poi
andrà via.

Forse è questo il mio difetto:

vedere la fine
anche mentre qualcosa comincia.

Ma certe persone
non hanno la pazienza
di aspettare il sole.

Non hanno il coraggio
di lasciarsi accecare dalla luce,
di farsi bruciare dalla luce.

Non restano.

Se ne vanno
quando si chiudono le porte,
quando faccio inverno
in piena estate.

Ma forse amare
è proprio questo:

imparare a non tremare
davanti a ciò che potrebbe restare.