Tritone e Nereide
Dove la terra cede la sua resa
e l'orizzonte si tinge di tempesta,
noi siamo i naufraghi di un tempo eterno.
Sospesi tra il marmo dei sassi e la schiuma amara,
le nostre pelli si fondono,
argilla e perla, respiro e abisso.
Tu, forza che sorgeresti dai flutti,
mi cerchi come l'onda cerca la riva,
per infrangerti ed essere accolto.
E io mi piego, canna marina al tuo soffio,
abbandonando l'ultima difesa
nell'arco bagnato del tuo braccio.
Il tuo bacio è un sapore di sale e segreto,
una conchiglia che preme sull'anima,
ascoltando la marea che sale.
Le tue membra possenti mi avvolgono,
come le spire di un'antica corazzata
o il dedalo di un'oscura grotta sottomarina,
imprigionando la mia luce tremula.
C'è un mistero nella densità del tuo corpo,
una roccia che sfida la tempesta,
mentre il mio è acqua che scivola,
cedevole e bianca come la luna riflessa.
Non siamo carne, siamo correnti che si scontrano,
generando gorghi di desiderio e silenzio.
In questo abbraccio che rasenta l'abisso,
il tempo s'increspa e poi scompare.
Siamo i frammenti di un'unica tempesta,
ritrovati sulla riva deserta del mondo,
un'eco di canti sirenei,
un patto sigillato dall'odore di iodio e di vento,
un amore che affonda le radici nel mare più profondo,
là dove non esiste la luce, ma solo noi,
uno nell'altro, per sempre sommersi.