26 marzo 2020
Ricordo molto bene quel venerdì 21 febbraio quando nel nostro ospedale cittadino si iniziò a percepire tensione e preoccupazione: erano giunte le notizie dall’ospedale di Codogno riguardo il giovane uomo, che verrà poi chiamato “paziente zero”.
La sera del sabato mio marito decise di non andare alla solita cena con gli amici, perché non si sentiva bene avendo qualche linea di febbre, ma non mi preoccupai più di tanto.
Quando alla domenica sera mia figlia tornò dal fine settimana in Toscana vedendolo così preoccupato lo obbligò a chiamare il medico: io sinceramente non avevo fatto collegamenti con il coronavirus, o forse come tanti altri pensavo “tanto queste cose non succedono a noi”, quindi presi sottogamba il suo malessere. Il medico prescrisse Tachipirina e sia martedì che mercoledì passarono con una febbre altalenante e il giovedì venne la febbre anche a me. Il venerdì mio marito chiamò il medico di base dicendogli che si sentiva fiacco e affannato e gli venne prescritto un integratore che, per fortuna, avevo in casa: a parte che non stavo bene pure io, quindi mi fidai del medico e continuai a sottovalutare il suo non star bene.
Il sabato mattina eravamo sfebbrati tutti e due, ma a lui nel pomeriggio risalì la febbre e quando mia figlia lo chiamò per sapere come stava lo sgridò e gli ordinò di chiamare immediatamente il medico e dietro il rifiuto del padre decise di portarlo in ospedale: lo salutai non sapendo che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto, poco dopo mia figlia mi comunicò
che mio marito aveva 38 e mezzo di febbre e che lo stavano portando a fare la tac.
Il giorno successivo venne spostato nel reparto blindato in attesa dell’esito del tampone e quando alla sera mi arrivò il messaggio che il tampone era positivo, mi crollò il mondo addosso
Il giorno successivo lo chiamai in videochiamata piangendo a dirotto e mi scusai per aver sottovalutato il suo stato di salute, ma vedendolo abbastanza tranquillo mi rasserenai un po’.
Alla sera quando mia figlia mi comunicò che sarebbe stato trasferito al Sacco di Milano, che la situazione era stabile con polmonite interstiziale, ma con febbre che si manteneva bassa e che saremmo state contattate per la quarantena ebbi il primo attacco di panico, dopo anni.
Al mattino mia figlia mi disse che lo aveva sentito più tranquillo anche se un po’ affaticato perché il viaggio in ambulanza era stato molto stancante in quanto era stato seduto tutto il tempo perché la barella era occupata da un’altra persona.
Il 5 marzo ci sentimmo in videochiamata e lo vidi stanco e depresso non solo per la febbre altalenante, ma anche per questo virus capitato all’improvviso e del quale nessuno sapeva nulla: le terapie che venivano fatte ai pazienti erano tutte sperimentali e si diversificavano anche da ospedale a ospedale. Quando mia figlia nel pomeriggio si recò al Sacco per portargli il cambio, borsa che ci verrà poi restituita intatta con le cose piegate come le avevo messe io, riuscì a vedere il suo papà attraverso la vetrata. Fortunatamente trovò un Medico molto gentile, le disse che non potevano sbilanciarsi, che gli avevano rifatto la lastra e che era un po’ peggiorata, ma la fibra era forte e gli avrebbero messo il casco per aiutarlo a respirare perché anche se lui diceva loro che non aveva problemi di respirazione i risultati dell’emogas dicevano tutt’altro.
Il giorno successivo venimmo a sapere che dopo 2 ore si era tolto il casco e che quindi la sera lo avrebbero intubato e quando nel pomeriggio mi chiamò in videochiamata cercai di rassicurarlo facendogli presente che forse era meglio così in quanto si sarebbe addormentato, i suoi polmoni si sarebbero riposati e, cosa più importante, non si sarebbe reso conto del passare del tempo: mi rispose che forse avevo ragione e ci salutammo… per l’ultima volta… ma non lo sapevamo.
Tutti i giorni mia figlia ricevette chiamate dai medici che l’aggiornavano sul decorso, ovviamente ci furono le problematiche legate alla respirazione assistita, compresa la dialisi, ma tutto sommato i medici, pur non potendo fare ancora previsioni, erano abbastanza ottimisti perchè notavano un miglioramento nella respirazione soprattutto dopo averlo messo in posizione prona.
Il 15 marzo ci avvertirono che, essendo i valori dell’ossigeno e il respiro in netto miglioramento, avrebbero provato a diminuire l’aiuto delle macchine per poi staccarlo dal respiratore e quando ci dissero che era in grado di respirare da solo avendo i suoi polmoni recuperato al 90% la loro funzionalità, contro il 30% all’inizio della malattia, ci sembrò di rinascere: eravamo tutti convinti che il peggio fosse passato e con il tempo si sarebbero risolte anche le varie problematiche. Ero comunque preoccupata per il fatto che, essendo sveglio, e vedendo tutti in tenuta “da astronauti” si spaventasse e soffrisse per non poter mettersi in contatto con noi.
I giorni passarono con notizie altalenanti, un giorno pareva migliorare, il giorno dopo peggiorare fino alla mattina del 26 marzo quando ci comunicarono che era peggiorato, che non ci davano speranze e che gli stavano somministrando morfina per non farlo soffrire e alle 18 di sera quando chiamò mia figlia mi bastò vedere il suo viso per capire che ci aveva lasciato ed interruppi subito la telefonata perchè volevo piangere da sola.
Che dire dei miei giorni di quarantena sola in casa? Un incubo… mi sembrava di vivere un film dell’orrore, prima il pensiero di mio marito in ospedale da solo lontano da noi, dei miei figli preoccupati per il loro papà e il non saper nulla di questa malattia, poi il dolore per la sua morte che faccio sempre più fatica ad accettare perché i “se… se…” mi rimbombano continuamente nella testa.
Sentivo mia figlia e mio figlio più volte al giorno e a volte mi costava fatica sorridere e chiacchierare, ma lo facevo per non dare loro ulteriori preoccupazioni.
Le mie amiche e i miei amici, 50 anni di amicizia condividendo sempre i nostri momenti felici e no, non mi hanno mai lasciata sola: tutte le sere dopo aver mandato loro i “bollettini medici” mi rispondevano con un messaggio o anche semplicemente con lo smile che manda baci e qualche volta ci si sentiva in videochiamata.
La mia amica Attilia, “la Dutura” come l’abbiamo chiamata fin da quando prese la laurea in medicina, mi ha sempre rincuorato dandomi consigli e calmando i miei frequenti attacchi di panico che in quei giorni scambiavo per mancanza di respiro dovuto al coronavirus: questa ipocondria purtroppo non mi ha ancora abbandonata, ma per fortuna per ora riesco a gestirla.
Si dice che il tempo è medico… ma non cancellerà mai le ferite... le renderà soltanto meno dolorose.