Black Out

Dalla terrazza, in testa ai nove piani di un palazzo di case che forse furono popolari e invece adesso erano semplicemente occupate, cercavo una visione all’altezza, in un tramonto romano oltre la tangenziale, la ferrovia, le cupole, i condomini, la visione dall’alto del termitaio umano, la visione stetoscopica dell’habitat di una specie irrimediabilmente danneggiata, che scivolava nel repentaglio, che annusava il proprio futuro senza coglierlo. Stringevo con i palmi delle mani la balaustra metallica, lo sguardo perduto verso la catatonia di una metropoli pronta a friggere nel suo miraggio notturno, l’ennesimo sabato sera, la prima notte bianca comunale.

Sentii qualcuno, poco lontano da me, chiedere il numero del pusher. Dall’altro lato della balconata si agitava la sagoma di un enorme cane nero. Alzò il muso e guardò verso di me. Rialzai lo sguardo: il mezzocielo era scuro, contaminato da inquinamenti luminosi. Mi sono ricordato di una poesia di Eliot. Iniziava così: “Andiamo, tu e io, quando la sera si stende contro il cielo, come un paziente addormentato sul lettino”.

Alle tre e mezza di notte, quando tutte le luci – proprio tutte – si spensero, ero sotto il Colosseo. C’è una liturgia rigorosa da rispettare, quando va via la luce. Prima esplode un’allegria demente, viene voglia di fischiare, battere le mani, infilare una mano tra qualche coscia, poi, lentamente, sale l’inquietudine. Poi, più si prolunga il tempo del buio, senza che nel frattempo arrivi nemmeno una torta con qualche candelina accesa, più l’inquietudine sale. Quella notte ci fu il blackout. Ovunque. Improvvisamente. A Roma, dov’ero, manco a farlo apposta, c’era la prima Notte Bianca. Poi, all’improvviso, il mondo si presentò innanzi ai miei occhi nella forma di una metafora del senso di colpa: pioggia, freddo, buio, anime penitenti col capo avvolto in sacchetti di plastica. E allora ognuno per la sua strada, ognuno per la sua notte, e me nel mezzo.

Si spensero per una notte i grandi riflettori, ma anche le piccole luci degli angoli nascosti, quelli della città che è comunque oscura, anche nelle notti di normale plenilunio. Buio sui semafori abituati a pulsare a intermittenze regolari, soltanto col loro fanale arancione centrale. Buio sugli esseri androgini piumati a fare la guardia sulla soglia di qualche discoteca. Buio sulle orde di scintillanti transessuali, creature mitologiche nude e belle come statue, incubi degli abitanti di certi quartieri residenziali che cercano inutilmente di dormire. Buio sui volti semiaddormentati o cicatrizzati di maghrebini distrutti, la tempia appoggiata ai vetri appannati di un bus notturno. Buio sui cartoni gonfiati dal respiro di qualcuno che dorme. Buio sui portoni dei club privè di periferia, sugli anonimi scopatori bisex in cerca di sesso non garantito. Buio sui fiorai sempre misteriosamente aperti, ripari per gentiluomini tiratardi o semplici spacciatori. Buio sugli uomini che camminano disperatamente, con il viso rivolto verso il passato. Buio sui posti da ultima spiaggia, con indicazioni per il posto da ultima spiaggia successivo, sui fondi del fondo, e ancora sulle loro botole. Buio come ogni notte, nonostante i lampioni e gli schermi. Mentre sospettiamo, noialtri, che sotto i cuscinetti di ciccia rimaniamo belve, specialmente se domani ci staccassero la corrente elettrica. “Come potrei rischiare? Come potrei cominciare?” – dice ancora Eliot in quella sua poesia.