Cefalù (luglio 2026)

Qualche giorno fa, il mio vecchio orologio da polso segnava già il tardo pomeriggio e Cefalù misurava il tempo con il colore del cielo. In quel momento, le pareti di pietra delle case stavano abbandonando il loro colore dorato per accendersi di un rosa intenso, lo stesso riflesso che il sole al tramonto gettava sul mare calmo. Io passeggiavo lentamente, con il passo cadenzato di chi ha consumato le scarpe su quegli stessi ciottoli per più di sessanta anni. Mi sentivo un "viandante dei giorni", proprio come dicevo nei miei versi di poeta nella mia giovinezza. Ogni ruga sul mio volto racconta le tempeste affrontate o notti passate a guardare le stelle dal mio ristorante, ormai chiuso da tempo. Quella sera, guardavo nel cellulare una vecchia foto. Ritraeva la "mise en place" che per quasi cinquanta anni là ho preparato. Nella mente, un pensiero elegante, al guardare verso il paese, si manifestava recitando: “Accogli il mio respiro... sarai per sempre tu la mia verità più pura”.«Custodisci le mie rotte», sussurrai tra me e me alla roccia sovrastante, la maestosa Rocca che sorveglia la città come un gigante buono. E intanto guardavo le onde del mare che avanzavano. L'acqua accarezzava la riva con un suono dolce, un dondolio eterno che sembrava cullare ogni pensiero e ogni malinconia.
Mi sedetti appoggiato su una panchina, lasciando che la brezza marina mi accarezzasse il viso stanco. Là compresi l'enorme ricchezza che avevo sempre avuta davanti: le viuzze di Cefalù avevano davvero custodito le mie rotte; la città che mi aveva cullato nei momenti di tempesta interiore. Questa terra non era semplicemente il posto in cui avevo vissuto. Era divenuta la mia verità più pura, il mio porto piu sicuro; era divenuta nel tempo, il mio amore eterno.
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Cesare Moceo poeta di Cefalù @ t.d.r.