Domani, magari domani, se continuerà a piovere...

La luna ha un fascino particolare, sere come questa mi fanno star bene da sola.
Forse con un libro di poesie di Marguerite Yourcenar, due dita di whisky per stordirmi un po’,
anche se sono quasi astemia, sarà quasi dolce aspettare la notte.
Rovistando nella libreria da un mio diario cadono i petali appassiti di un papavero ricevuto in dono.
Me lo ha regalato Giacomo, sa che li adoro.
Chissà perché ho sempre amato tutto ciò che ha breve vita: i papaveri, le farfalle. Forse perché tutto questo mi fa pensare alla breve durata che hanno le sensazioni più belle e che bisogna coglierne i colori, il senso, il vero senso prima che esse muoiano. Il vero senso, già come il senso della vita, un senso a volte consumato senza consapevolezza,
un senso che molte volte si costruisce inutilmente nel dolore, un senso che si smarrisce e non ti da neppure il tempo di voltarti indietro perché non lascia nessuna traccia. Dovrei riporre il diario adesso e continuare a cercare il famoso libro di Yourcenar, invece con un gesto quasi “meccanico” ecco che mi ritrovo a sfogliare una pagina di diario. 15/10/2… “Mi sto troppo innamorando di questo silenzio che c'e' in me,
un silenzio che ho voluto costruire in uno spazio buio, dove ogni parete è senza finestre...
Un silenzio privo di rumori, privo di luce e di colori, privo di abiti, un silenzio nudo, il solo luogo dove riesco e voglio mettere a nudo la mia anima. Non so celare il dolore, anzi: neppure lo voglio! L'unica sensazione che sento avvolgere il mio corpo e la mia anima è nebbia, solo nebbia, potermi immergere in essa a piedi nudi. Lasciare stillare anche dai più piccoli pori sfumature di dolore che e' la sola ragione, la sola mia ragione. Provo a guardare intorno a me,tutto ciò che circonda il mio corpo, un corpo che non sento, solo pareti bianche, tende impregnate di fumo. La pioggia battente sui vetri... come se fossero dita che picchiano forte sui vetri per entrare, ma: stasera no! Non farò entrare nulla, voglio stare da sola con me, in compagnia della luce che non voglio, del tetro odore di inquietudine, in compagnia di quello che non provo, abbracciata al gelido freddo di ciò che non sento. Pensieri. Non so cosa sono, nuvole, solo nuvole e fiamme ardenti in questa stanza dove vorrei continuare ad essere sepolta. Eppure un rumore, mi chiedo cos'e'; ecco: ci sono! E' il rumore del mio respiro, eppure così estraneo a me, provo un senso di repulsione, il respiro... lo sento trapiantato in me come una di quelle macchine che disperatamente vuole tenerti in vita, ma mi chiedo: si può tenere in vita chi è già nato morto? E chi vede la vita come la morte? Per chi ha fatto del sotterraneo della morte la sua unica ragione?
Terra tra le dita. Terra nel più profondo di me, notte, solo notte in una grande massa di ghiaccio galleggiante sul mare un' iceberg nel quale ruotare... e ruotare. Annullare la ragione, perché non serve una ragione... tutto solo... Arcano, Occulto, anche a me stessa!” Ho i brividi... rileggermi, rivisitarmi adesso che la mia vita, forse è cambiata, è come sentire un profumo d’anima spenta ormai dimenticato, eppure tremo... tremo ancora rileggendo queste mie sensazioni sparse, solo inchiostro su dei fogli, eppure gocce di dolore versate mentre mi abbracciavo al dubbio che è la vita stessa. Solo adesso penso al mio cercare la libertà, anche dopo aver spezzato catene che sembravano indistruttibili, continuavo a sentirle in me chiedendomi perché? Perché? Perché ? Disperatamente cercavo di capire il perché di quel senso di prigionia, forse prigioniera del passato? Ma in fondo il passato, nel vissuto non è più presente, non è più oggi, non è più domani. Eppure non è mai stato così facile riuscire a prendermi per mano e portarmi via nel cercare di sentirmi diversa, ma diversa da quale immagine di me? Mi sentivo una moltitudine continua, spesso incompresa, anche agli occhi di me stessa, forse era grande la paura di mostrare ai miei stessi occhi come davvero io fossi? Eppure no, non era paura, non era neanche certezza, né coerenza, non era nulla… o forse era tutto. Adoravo tutto questo di me, pur odiandolo, cercavo di distruggermi in me stessa per ricostruirmi continuamente ma... mancava sempre qualcosa. E’ come cercare di capire se è la luna a dare un senso al buio, oppure viceversa. Di nuovo i brividi... Non è freddo, anche se si sta avvicinando il Natale.
E’ strano pensarci adesso ma credo di non averlo mai avuto un Natale tutto per me . Non sono mai stata una tradizionalista, sicuramente non per scelta, ma quando ero piccola ricordo il mio primo Natale. Ero alle elementari, la maestra ci chiese di svolgere un tema correlato di disegno, ricordo di aver disegnato delle sedie vuote, non un albero, non un presepe, non regali sotto l’albero, neppure sapevo cosa fosse un albero di Natale. La maestra mi chiamò e mi chiese il perché di quel disegno, non seppi rispondere. Solo in seguito, parlando con mia madre pensò di capire che le nostre erano difficoltà finanziarie. Qualche giorno prima del Natale tutti gli alunni avevano racimolato una discreta sommetta e acquistarono un albero per me. Il mio primo Natale con l’albero. La felicità di quel 25 dicembre, arrivò nel sentire tutti quei bambini felici di rendermi felice. Ma a casa, attorno a quell’albero continuavano ad esserci tutte quelle sedie vuote a contenere la mia paura, la mia terribile angoscia di ritrovarmi sola di fronte a “quelle” mani troppo grandi.. E’ il rumore della pioggia a scuotermi adesso, l’adoro come adoro l’inverno, domani, magari domani se continuerà a piovere scenderò giù in spiaggia,voglio sentirmi per qualche istante ancora bambina. Scendevo sempre in spiaggia con i miei libri in un piccolo zainetto, dove custodivo piccoli frantumi di infantili sogni recisi. Jeans arrotolati, a piedi nudi , iniziavo la mia corsa con il viso rivolto verso il cielo. Non era più inverno, non era più freddo, solo io e lei... io e la mia pioggia. Mi carezzava il viso, le sue gocce si trasformavano in dita delicate tra i miei capelli, sulla mia pelle, lavavano mani “sporche”, lavavano colpe che credevo mie sulla pelle. E in quella emozione respiravo le uniche carezze "pulite" che avessi mai conosciuto. Il mare... com’è buffo, è qui a soli pochi passi da casa mia eppure non sempre ne sento il profumo, non sempre ne sento l’odore... decisamente come la vita, ti scivola addosso, a volte come un tessuto pregiato di seta, e a volte come un cencio umido e inutile, eppure quasi non te ne accorgi. Guardo l’orologio,sono le 3:00. Il cane corre verso la porta, è Giacomo, corro sotto le lenzuola, al solito non gli dà il tempo di entrare, scodinzola, gli salta addosso dalla gioia, non si rende conto della sua forza e facendogli le feste gli fa quasi male, inutile chiamarlo è troppo felice di vederlo, fa sempre così anche quando non lo vede per soli 10 minuti. Finalmente riesce ad entrare nella stanza da letto, che bello sentire i suoi passi, è come una carezza che mi arriva improvvisa nel cuore, mi sembra quasi di udire il rumore del suo respiro che inonda non solo tutta la casa ma anche me. Si avvicina al letto, mi fingo assonnata, china il viso sul mio e mi sfiora con un leggero bacio, così leggero da sembrarmi poesia. Nella penombra della stanza, solo la luce della tv, non riesco a dormire completamente al buio, cerco di abbracciarlo ma lui mi mostra le mani, le sue mani sporche di lavoro, dolce amore mio quanta tenerezza.
Che strana sensazione… è come se fosse la prima volta nella mia vita che desidero mani che mi accarezzano anche se sporche di lavoro…
Adesso tra le sue braccia chiudo gli occhi e provo ad addormentarmi. Domani, magari domani se continuerà a piovere scenderò giù in spiaggia, voglio sentirmi per qualche istante ancora bambina.