Il gigante e la belina (2^ parte)

Durante la lunga passeggiata, il pretendente alle grazie di Lucia, cominciò a lavorarsi la sua erculea sentinella.

“Puff puff!” – Sbottò Pasqualetto, piegato sotto il peso della sua lattina da un chilo
“Comincia a fare caldo per portare pesi in giro, non credi? A proposito come ti chiami?”

“Uh! Alfredone...”

“Io sono Pasqualetto, piacere di conoscerti. Azz, sei grosso, quanti anni hai tu?”

“dodici”

“La Min....kia! Come azz fai ad essere così grosso?”

“Boh”

“io però sono più grande di te, ne ho 14 già fatti”

“E che fai oltre a portare le vernici, Alfredone?”

Il gigante continuò a camminare pensoso, per qualche secondo, sembrava non risentire minimamente del peso trasportato.

“Eh? Dunque?” – Insistè Pasqualino – “Che fai? Giochi a qualcosa, fai sport? Vai a donne? Cinema, TV, stadio, qualcosa farai nella vita!”

“Uh...vado a messa la Domenica...”

“O belin” – Pensò il nanerottolo infido e peccatore – “Pure chierichetto”

“Se fossi grande e grosso come te, amico mio, vivrei di prepotenza, altrochè”

“Pre...pro...ehh?” – Balbettò Alfredone

“Lascia perdere, niente”

“E’ proprio carina Lucia vero?” – Insinuò l’innamorato, dopo qualche minuto di silenziosa marcia.

Un sorrisone ebete illuminò il volto del colosso.

“Tu che ne dici? Tu la conosci bene? Ha un fidanzato?”

“Fidanzato? Naaaa!”

“Però ho visto che la accompagni a casa”

“Sssììì...lei è come la mia sorella, io accompagno sempre le signorine, sono un gentilone”

“Gentiluomo intendi”

“Sssììì ecco...non mi ricordo mai le parole giuste, sono un po’ scemo sai?”
“Mavaaaaaà?! E chi lo dice? Perchè saresti scemo?”

“Tutti lo dicono, io non so fare mai le cose giuste e non so parlare, non so nemmeno pensare”

“Ma che dici” – Era iniziata la fase di conquista dell’alleato – “Tu sai fare cose che nessun altro può fare, porti un quintale di vernice sulle spalle, come se fosse gommapiuma. Ma scherzi?”

“E poi scusa, accompagni le signorine e vai a messa tutte le domeniche, più di così. Credi che tutti gli altri facciano altrettanto?”

“Boh ...non so...io...”

“Tu hai bisogno di rivalutare te stesso” – Incalzò con sapiente fraudolenza Pasqualetto

“Ehhhh?!”

“Dico che d‐e‐v‐i c‐a‐p‐i‐r‐e  c‐h‐e n‐o‐n s‐e‐i s‐c‐e‐m‐o!”

Dopo altri minuti di marcia sotto il sole, Pasqualetto era in un bagno di sudore, il suo bel vestitino bianco era ormai ridotto a uno straccio umido.

“Fermiamoci a bere qualcosa Alfredone, non ce la faccio più”

“Eh?”

“Avanti! Beviamo qualcosa qua” – Insistè afferrando Alfredone per il braccio e tirandolo inutilmente verso i tavolini di un bar.
“Avanti! Offro io, cosa credi...non hai sete? Non ti va qualcosa di buono?”

“Uh...sì...graaaaazieee” – Il dodicenne Golia visualizzò nella sua mente bambina, un grande gelato multigusto.

Rimasero per una buona mezz’ora al tavolo, Pasqualetto sorseggiando una birra e fumando sigarette, Alfredone in orgasmico rapporto con un’ immensa coppa di gelato.
La prima mossa dell’aberrante innamorato era stata vincente.


Nei giorni seguenti Pasqualetto divenne abituée del quartiere, tramando senza sosta per conquistare il cuore della bella Lucia.
Non avendo nemmeno preso in considerazione di poterla conquistare con la galanteria e la dolcezza, la sua mente contorta partorì un’ennesimo misfatto.
Doveva tirare dalla sua parte Alfredone, definitivamente, in qualche modo. L’idea migliore che ebbe fu messa in atto quel pomeriggio di un giorno da beline.
Il piccolo mafiosetto aveva da tempo messo su una specie di banda di coetanei, della quale era il capo, non certo grazie al carisma, ma semplicemente ai soldi e le coltellate che distribuiva con diseguale magnanimità.
Il piano era chiaro, semplice e pulito. Nessuno conosceva i suoi sgherri in quel quartiere, quindi nessuno avrebbe potuto svelare l’inganno.
Quattro dei suoi più fidati tirapiedi si appostarono, all’orario di riapertura pomeridiana, nei pressi del negozio. In attesa di Alfredone e Lucia, si divertirono a scassinare qualche distributore automatico e molestare un po’ i passanti, ma senza esagerare. Gli ordini erano chiari, dovevano assalire Lucia e la sua guardia del corpo extra large. Pasqualetto sarebbe intervenuto a tempo debito, mettendoli in fuga e salvando amico e principessa.
All’arrivo di Alfredone, che fedele come un cane addestrato a Francoforte, giungeva esattamente cinque minuti prima dell’apertura, i quattro manigoldi si sentirono meno sicuri dell’impresa, decisero quindi di munirsi di corpi contundenti atti alla bisogna, spranghe, bastoni e affini.
Lucia arrivò poco dopo. Mentre armeggiava con le chiavi per riaprire la rivendita di vernici, i quattro scattarono verso di loro con urla belluine e atteggiamenti guerreschi.
I primi due sbatterono contro il solido muro del petto di Alfredone, rimbalzando per terra come palline di gomma. La seconda coppia, però, nel frattempo era riuscita ad afferrare Lucia e, minacciandola con un coltellino mille usi svizzero, di pregevole fattura peraltro, intimò al gigante di rimanere immobile e tirare fuori tutti i soldi che aveva.
Nel momento cruciale, Pasqualetto arrivò alle spalle dei due complici e, preso per la collottola quello armato di coltello, lo staccò dal suo angelo minacciato.
Alfredone, vedendo la sua protetta ormai fuori pericolo, avanzò come un frankenstein incazzato e travolse l’ultimo superstite del commando, schiacciandolo contro il muro e appiattendo notevolmente il suo amor proprio, oltre a buona parte dei suoi organi interni ed esterni.

Ognuno, buono o cattivo che sia, ha i suoi momenti di gloria nella vita. Quello fu uno degli attimi di celebrità di Pasqualetto. La parte dell’eroe lo fece sentire strano, come un pesce fuor d’acqua, un canguro nell’oceano, una zebra nello spazio. Essere il personaggio positivo, il salvatore di fanciulle in periglio, non era certo la sua vocazione. Gli abbracci, quasi letali, di Alfredone, e le lacrime riconoscenti di Lucia, gli trasmisero un’insolita sensazione, mai provata prima e mai più ricercata in seguito. Si sentiva quasi insultato dai complimenti e dai ringraziamenti dei due gonzi e dagli applausi degli ancor più gonzi passanti.
L’abbraccio della paradisiaca commessa, gli procurò una vistosa erezione, della quale lei non si rese conto, scioccata com’era dall’accaduto.

La manovra era compiuta. Pasqualetto aveva conquistato in un colpo solo, la venerazione del mastodontico cerebroleso e l’amore della ingenua fatina.

Durante le settimane seguenti, l’incongruo trio fu avvistato in giro per la città. Pasqualetto e Lucia davanti, abbracciati come polipetti in amore, Alfredone dietro, sentinella fedele del loro idillio, felice come solo un idiota può esserlo, in maniera totale e commovente. Aveva trovato la sua dimensione di vita, la sua missione, essere il vigilante della sua principessa e del suo unico amico.

Nei giorni dell’amore, il piccolo e scellerato guappetto aveva deciso di dare una svolta alla sua vita. Non per una inusitata illuminazione sulla via di Damasco, per raddrizzare la sua moralità, che era del tutto assente. Piuttosto, avendo conquistato l’oggetto del suo desiderio, voleva goderselo il più possibile in tranquillità, riducendo al minimo i rischi della sua vita malandrina e delle sue molteplici attività illecite e criminose.
Ridusse quindi drasticamente il numero dei furti e la quantità di droga smerciata, bilanciando la riduzione di introiti con un maggiore impegno nel gioco d’azzardo. Inutile dire che era ormai un baro provetto.
Alfredone era quindi divenuto la sua spalla, il suo mostro al guinzaglio, disposto a qualunque rischio e sacrificio per pura venerazione. A 14 anni Pasqualetto si aggirava per la città come un navigato boss.
Il destino è sempre in agguato, si dice. Possiamo aggiungere che rivolta l’esistenza di uomini, bestie e perfino vegetali e minerali, senza alcuna distinzione e ancor meno ritegno, infischiandosene se la vittima, o il beneficiario, sia buono o cattivo.
Anche Pasqualetto, nonostante la sua scaltrezza e la sua mancanza di scrupoli, non poteva sfuggire agli scherzi del Fato.
Non che avesse bisogno di ulteriori stimoli, per diventare ancora più infido e cattivo, ma quanto accadde elevò all’ennesima potenza la protervia della sua anima guasta.

Era un periodo di scioperi, manifestazioni e disordini nella città di Plebe al Mare. Come tutte le estati, i governi e le amministrazioni provinciali, comunali, di quartiere, di condominio e perfino di tombino, approfittavano della leggera incoscienza, della ingenua distrazione della popolazione, per perpetrare ogni possibile misfatto nei confronti della comunità.
Alla chiusura di alcuni centri sociali, seguì l’interdizione al traffico di alcune strade del centro. Poi venne il turno delle spiagge, con la scusa di una maggiore sicurezza e pulizia, vennero praticamente militarizzate. La crisi economica già rendeva la vita di molti difficile e priva di speranze per il futuro. Quando il sindaco di Plebe al Mare si convinse che l’affluenza eccessiva di persone sul lungomare, sfaccendati, disoccupati, pensionati, baby sitter, cani randagi e balene spiaggiate, era fastidiosa, oltre che improduttiva, decise di stabilire una specie di “gradimento all’ingresso”, facendo presidiare strade e litorali dalle forze dell’ordine. Le uniche a infischiarsene delle restrizioni furono le balene, ma in cuor loro avrebbero rinunciato volentieri a commettere l’infrazione.
Fattostà che quest’ultima trovata del primo cittadino, provocò frequenti turbolenze nella altrimenti pacifica e rassegnata vita della città.
Nel calore crescente della stagione balneare, Pasqualetto, Alfredone e Lucia se la passeggiavano allegramente sul lungomare. La presenza dell’incantevole fanciulla in fiore esentava gli altri due figuri, decisamente meno attraenti e convincenti, dall’implacabile selezione degli addetti ai varchi per il litorale. Bastava uno sguardo di Lucia, una sua mossa vezzosa, o anche l’assoluta immobilità della sua adolescente perfezione, per spalancare al trio qualunque porta.
Pasqualetto godeva immensamente di questo valore aggiunto alla sua vita. Alfredone non capiva e godeva per empatia.
Al varco della via principale, sul lungomare, i tre inseparabili e incongrui compagni, esibirono sorrisi e un briciolo di autocompiacimento, sentendosi tutti e tre persone specialissime, e in effetti essendolo, ma in che modo, ognuno a modo suo, non capendolo. Ma di questo già sappiamo, avendolo spiegato e  raccontandolo.
Quel pomeriggio di un giorno da strani, al varco c’erano guardie particolarmente maldisposte e accaldate, imbozzolate nelle divise nere da pseudo ninja, pativano anche solo la vista dei civili in ciabatte e braghette che si riversavano verso le spiagge.
Un gruppo di famiglie, di dubbia origine e condizione sociale, cercava di scardinare l’opposizione degli agenti al loro ingresso nel paradiso dei ghiaccioli e degli asciugamani. I tutori dell’ordine e della pubblica estetica insistevano nel vedere i documenti di tutti, uomini, donne, bambini, cani, peluche, secchielli e formine.
La folta tribù di plebei, onesti e coglioni fino alle midolla, iniziò a scaldarsi e improvvisò una dilettantesca sommossa, non sapendo che tali cose vanno organizzate ed eseguite con la stessa perfezione ritmica e formale dei balletti classici.

Pasqualetto trovandosi dietro alla variegata rappresentanza del basso ceto cittadino, fumava di rabbia e di marlboro. Assaporava da ore la voluttuosa siesta sulla sabbia, accanto alla sua ninfa seminuda e, fottendosene per inveterata tradizione personale, dei destini degli altri esseri umani, malediva a voce alta ogni componente, di carne o di plastica, della turbolenta tribù.
Ai suoi commenti si aggiunsero i grugniti, per riflesso pavloviano, del monumentale discepolo, per l’occasione abbigliato con bermuda a fiori, t‐shirt a frutti e infradito a foglioline.
Lucia, angelica ed educata come sempre, non si lasciava scappare nemmeno un sospiro o un’occhiatina al cielo, verso il dio dei bagnanti respinti.

L’improvvisata manifestazione di protesta della tribù plebea si allargò a macchia d’olio, contagiando molte altre formazioni di ansimanti e accalorati aspiranti beach boys, in fila per accedere alle spiagge.
Una massa di qualche centinaio di persone si accalcò ben presto alle transenne, i poliziotti, intuendo l’escalation imminente, si rifugiarono nei cellulari e avviarono i fumogeni.
L’estate balneare di Plebe al Mare ebbe il suo epico momento di furia risorgimentale. Le classi reiette della società si impadronirono del lungomare, in una guerra lampo, disordinata quanto priva di idee.
In mezzo alla massa in movimento, come un involontario epicentro, si ritrovarono i nostri tre eroi, trasportati dalla corrente umana e dalle cariche della polizia, verso il bagnasciuga, dove i militi contavano di spezzare le reni, se non alla rivolta, almeno a qualcuno dei facinorosi.
Alfredone smistava grappoli di uomini, donne e bambini, con formidabili bracciate, mulinando i suoi arti superiori come rotori di impianti eolici. Lucia e Pasqualetto se ne stavano avvinghiati, rintanati nel circolo polare del maestoso e trionfante guardiano.
Ci volle poco perchè gli agenti notassero lo smisurato godzilla a fiori che causava un moto circolatorio galattico nella folla. Ravvisando nel gigante la causa di tutta quella buriana, si risolsero ad usare le armi. I primi colpi si conficcarono nei corpi assiepati intorno ad Alfredone, come sacchi di provvidenziale carne da macello. I seguenti colpirono il bersaglio e il colosso in bermuda, centrato alla testa, dopo alcune oscillazioni, si abbattè al suolo, schiacciando la povera Lucia.

Pasqualetto si trovò riverso a terra, nella mano stringeva il polso della fu fatina del paese incantato. Tutto il resto del suo esile e delizioso corpicino era livellato sotto l’immensa mole di Alfredone, che perdeva sangue dalla testa, e continuava a roteare le braccia in un automatico riflesso galvanico.

Per la prima volta in vita sua, e probabilmente anche l’unica, il bieco ranocchio mafioso si sentì mancare dal dolore. La sua principessa era stata estinta dal suo braccio destro.
All’ospedale dove furono tradotti, insieme a decine di altri ribelli, fu riscontrata ad Alfredone la presenza di un proiettile nella scatola cranica. Non era possibile operare, il cervello ne avrebbe subito ulteriori devastazioni.
Rimase in coma alcuni giorni, dopodichè si svegliò e domandò cosa fosse accaduto. L’infermiera di turno, sorpresa per l’insperato recupero allertò l’èquipe medica. Il gigante diventò il caso clinico dell’anno. Agguerriti avvocati lo usarono per ottenere dallo Stato un cospicuo risarcimento, che si intascarono immediatamente. Le constatazioni dei parenti e conoscenti di Alfredone, che non sembrava diventato più rimbabito di prima, furono abilmente occultate, in una specie di cover‐up di quartiere.
Pochi mesi dopo l’ormai tredicenne martire della rivolta estiva, si aggirava come sempre per il quartiere, con le sue latte di colore in spalla. Al negozio una petulante e arcigna zitella aveva preso il posto della defunta Lucia.

Pasqualetto era rimasto alcuni giorni in uno stato catatonico, non sapendo nè decifrare, nè tanto meno gestire il senso di perdita. Passati i quali, le astinenze da fumo, alcol e gioco d’azzardo lo scossero dalla triste condizione e, dimostrando tanta forza di carattere quanto assoluta mancanza di umanità, riprese la sua vita di balordo.
Per prima cosa andò a ripescare Alfredone che, sapendo di essere stato l’involontario assassino della sua amata, nonchè unica amica della sua propria vita, si inginocchiò letteralmente ai suoi piedi, pur restando sempre più alto di almeno una spanna.
Pasqualetto, cinico e calcolatore come sempre, sfruttò quel colossale senso di colpa, proporzionale alle dimensioni del portatore, per legarlo a sè definitivamente. Sarebbe stato il suo schiavo per i secoli a venire.

Dunque, se passate nei pressi di via del Gigolò, nel quartiere di Nostra Signora Birbantella, nella città di Plebe al Mare, prestate molta attenzione. Un piccolo rospo impomatato, vestito come John Travolta ne “ La febbre del Sabato sera” e un gigante dalle infradito a fiori potrebbero prendervi di mira e vi garantisco che non sarebbe un’esperienza piacevole.