Il Giocatore d'Azzardo

Era passata da poco la mezzanotte quando Adel entrò per la prima volta nella sala da gioco. Non cercava il denaro, cercava "l'emozione". Quel brivido che fa sobbalzare il cuore quando la vita oscilla tra la vittoria e la perdita. Il luogo profumava di tabacco pregiato, del fruscio delle carte e del tintinnio delle fiches colorate, che brillavano come gemme economiche sotto le luci soffuse.
​Adel calò la sua prima carta sul tavolo. La sua mano tremava leggermente, ma gli occhi di chi lo circondava lo fissavano gelidi. Quella notte, la fortuna gli diede un ampio sorriso; tornò a casa con le tasche piene di soldi e il cuore leggero come una piumaggio.
​Adel divenne un cliente fisso. Quell'ambiente oscuro e chiuso si trasformò nel suo rifugio sicuro. Nella sala da gioco, Adel non era il semplice impiegato che guadagnava uno stipendio appena sufficiente ad arrivare a metà mese; lì era "il signor Adel", l'uomo che tutti indicavano ogni volta che la sua mano lanciava i dadi.
​Iniziò a notare che i giorni in cui non andava alla sala sembravano sbiaditi, privi di colore, proprio come lo schermo di una vecchia TV senza segnale. Viveva solo in quei secondi che precedevano la scoperta delle carte.
​"La fortuna non è amica di nessuno, è solo una passante che ti sorride e poi ti ruba il portafoglio."

​Questa massima si avverò in una cupa notte d'inverno. Adel iniziò a giocare con eccessiva sicurezza, ma per la prima volta le carte lo tradirono. Perse la prima mano, poi la seconda. E invece di ritirarsi, fu colto da una strana ostinazione. Tirò fuori quel poco che gli restava in tasca e perse anche quello.
​Per la prima volta, Adel assaporò il gusto dell'amarezza in gola. Tornò a casa a piedi sotto la pioggia, sussurrando a se stesso: "Domani mi riprenderò tutto. È solo un passo falso".
​Adel non esitò a prelevare i risparmi degli ultimi cinque anni, quelli che aveva accumulato per sposare Sara, la ragazza che lo aspettava da tempo. Si convinceva che fosse un "investimento a breve termine". Avrebbe raddoppiato la somma in una sola notte, poi avrebbe restituito il capitale alla banca e con il guadagno avrebbe comprato a Sara l'abito da sposa che sognava.
​Sul tavolo verde, i numeri iniziarono a girargli in testa come un ciclone. Non vedeva i volti, vedeva solo il rosso e il nero. Nel giro di due ore, i risparmi di una vita svanirono nel nulla.
​I segni della stanchezza iniziarono a farsi evidenti sul volto di Adel. Occhiaie profonde gli circondavano gli occhi; era diventato irascibile, assente anche quando si trovava in mezzo alla sua famiglia. Sara notò questo cambiamento e cercò più volte di parlargli, ma lui scappava sempre dal discorso.
​Adel non scommetteva più solo denaro: stava scommettendo il suo tempo, la sua salute e il suo amore. Si era trasformato da uomo che possedeva il gioco, a un gioco posseduto dal tavolo.
​Quando le sue finanze personali si prosciugarono, Adel si rivolse ad amici e parenti, implorandoli con scuse banali: "una crisi finanziaria passeggera", "un'improvvisa malattia di un parente". Tutti si fidavano della sua passata onestà e gli prestarono i soldi.
​Ma i soldi dei prestiti bruciavano più in fretta della legna nel camino. Si ritrovò braccato dagli sguardi dei creditori, e il suo telefono non smetteva mai di squillare. La sua vita si trasformò in un inferno di sotterfugi, nascondendosi tra le ombre della città.
​In un momento di assoluta disperazione, mentre sedeva nel suo ufficio dell'azienda dove lavorava come cassiere, Adel fissò la cassaforte di ferro aperta. Il diavolo non dovette sussurrarle a lungo: la paura dello scandalo davanti ai creditori urlava più forte della sua coscienza.
​Allungò la mano e prese un mazzo di banconote dell'azienda. Disse a se stesso: "Li rimetterò a posto domani mattina prima che se ne accorga qualcuno". Questa era la più grande bugia che un giocatore vende sempre a se stesso.
​Entrò nella sala quella notte come se trasportasse una bomba a orologeria. Le puntate erano alte, l'atmosfera tesa. Puntò tutto il denaro dell'azienda in un colpo solo sul tavolo della roulette. La ruota girò... e con essa girò tutta la sua vita.
​La pallina si fermò su un numero che non era il suo. Il silenzio avvolse le sue orecchie e il mondo intorno a lui perse ogni suono. Sentì un brivido intenso scorrergli nel corpo. Aveva perso tutto: denaro, onore e futuro.
​Al mattino Adel non andò al lavoro; fu la polizia a presentarsi nel suo modesto appartamento dopo aver scoperto l'ammanco in cassa. La notizia si diffuse come un incendio. Sara annullò il fidanzamento piangendo la sua delusione, e gli amici gli voltarono le spalle.
​Dietro le sbarre, in una cella stretta e fredda, Adel sedeva guardandosi le mani, le stesse che un tempo stringevano le carte da gioco. Non c'era baccano, né luci, né fiches colorate. Solo l'eco dei passi lenti della guardia.
​Gli anni di prigione passarono lenti e pesanti come montagne. Quando uscì, Adel era un altro uomo: distrutto, uno straniero nella sua stessa città, con addosso il marchio della vergogna che il tempo non avrebbe cancellato.
​Una sera, Adel passò davanti alla vecchia sala da gioco. Vide un giovane entrare, con gli occhi che brillavano dello stesso identico ardore che anche lui aveva un tempo. Adel fece un profondo sospiro, si mise le mani nelle tasche vuote e continuò a camminare sotto la pioggia, consapevole – ormai troppo tardi – che l'unica partita vinta dal tavolo... era stata la sua stessa vita.