Itapua

“Itapuà…Itapuà”... sento ancora il suo canto che mi invia l’ I‐ pod. Una registrazione di molti anni fa, in qualche locale di Rio. Brusio di parole, tra tavoli di un locale. Vinicius, con la sua voce anziana, roca di fumo ma musicale, parla con Toquino della spiaggia brasiliana, il suo ultimo rifugio, Itapuà. Sono battute allegre. Il pubblico ride, poi Vinicius inizia a cantare. Un poeta che ha saputo musicare i suoi versi, intrecciandoli al suono del canto e della chitarra. Anche la sua figura sembra aver preso la forma delle note. Una coerente metamorfosi.
Sono arrivato da pochi minuti su questa spiaggia. Sono le 13 di un giorno invernale per i brasiliani, nonostante i 24°. Il mare ha onde colore del cielo. Nuvole dense si aprono su azzurri intensi. Sullo fondo, scorgo le case di Salvador. La spiaggia è deserta. Mi sono seduto a questo barretto, precario, come tutto, qui. Sedie di plastica, rose dal salino, che affondano nella sabbia. Una baracca di paglia e canne. Ho ordinato un caffè ad un ossequioso pescatore che è corso, non so dove, a cercarlo, lasciandomi dubbioso. Sulla sinistra, il Faro, restaurato di fresco, con un rosso che colpisce, tanto da farmi pensare che possa sostituire la sua luce, almeno di giorno. Ho cercato di avvicinarmi , ma una coppia, in intimità, me lo ha precluso. Gabbiani rasentano la spuma e s’immergono nelle onde a riva, in cerca di pesce. . Le note di una chitarra riprendono un motivo di Vinicius, lente, dolci, melanconiche. Non ne scorgo la provenienza, ma mi bastano. Il pescatore è tornato con un termos e mi versa un bicchiere bollente di bevanda. Mi dice qualcosa in brasiliano, ma non lo capisco. Gli sorrido comunque e lo ringrazio. Il caffè scende giù a tratti. Sento di aver afferrato un attimo di vita. Le note sono sempre più vicine. L’ombra di una figura si frappone, di fronte a me, ad un raggio di sole. La chitarra ha una pausa. L’ombra dice qualcosa in brasiliano che capisco. “ Voi rassomigliate a Vinicius, negli ultimi giorni di vita.”