jazz

Sono un musicista, sassofonista jazz. Suono da una vita e ne ho viste e sentite di tutti i colori. Nei locali dove c’è musica dal vivo, nei clubs, succedono le cose più impensabili.
Quando ti esibisci per un po’ di tempo nello stesso posto, conosci tutti, dall’usciere, se c’è, al proprietario, o il direttore.
Conosci i clienti abituali e incroci centinaia di facce che invece vedrai soltanto quella sera e mai più in tutta la tua vita. Loro forse, se sono appassionati della tua musica, ti ricorderanno, ma tu no.

Fra le tante storie che ho visto e sentito, vi voglio raccontare questa.

Era l’estate del 78, calda come poche altre ne ricordo. Da una settimana circa suonavo al Desire club. Un posto che nel decennio precedente aveva conosciuto grande notorietà, ma che stava declinando lentamente e inesorabilmente. Il jazz in quegli anni non era certo la musica più popolare.

Al Desire avevano suonato i migliori, tutti, ma proprio tutti. Le pareti erano tappezzate di fotografie, manifesti, autografi, cimeli. Un tempio del jazz.

A quell’epoca ero ancora giovane, quasi uno sbarbatello, ma suonavo davvero alla grande. Mi stavo facendo il nome e le ossa in tutti i clubs dello stato. Approdare al Desire era come per un tennista giocare a Wimbledon, o per un pugile combattere al Cesar Palace.

Il locale era abbastanza grande da contenere duecento persone, ma ormai se ne vedevano al massimo una cinquantina, nelle serate migliori. Club per pochi estimatori, musica per pochi fanatici.

Arrivavo poco dopo le nove al Desire, già un po’ bevuto e quasi digiuno, come sempre.
Per me è la condizione adatta per suonare al meglio. Quel po’ di fame che ti fa sentire il vuoto dentro, e l’alcol che riscalda le dita e il cuore. Così si suona.

Alle dieci iniziavo. Se era una serata ispirata e il pubblico era caldo, con i ragazzi della band tiravamo anche fino alle due. Qualche pausa per riprendere fiato, bere qualcosa, pisciare, e via con la musica, dentro la musica, sulle ali della musica.
A quel tempo il jazz era tutta la mia vita. Non mi importava d’altro, non amavo altro, non facevo altro. Vivevo jazz, mangiavo jazz, dormivo jazz, scopavo jazz.

Le ragazze con cui stavo, duravano un mese, non di più. Nessuna donna può sopportare a lungo un artista ispirato.
All’epoca incidevo anche qualche disco, come giovane guest di qualche big, in attesa di diventarlo a mia volta.
La mia carriera prometteva bene. Il mio agente era fiducioso e pieno di attenzioni e complimenti. Guadagnavo anche bene e spendevo molto. Mi sono concesso tutti i lussi che volevo in quegli anni.

Il palco del Desire era piccolo, come si usava a quei tempi per creare una vera atmosfera jazz. I musicisti suonavano quasi spalla a spalla, vibrando all’unisono.
I tavoli in prima fila erano sempre occupati, anche nelle serate più scarse. E quelli dietro non li vedevamo. Potevamo illuderci che ci fosse il tutto esaurito ogni sera. Finchè non si accendevano le luci.
Fu una delle mie prime sere al Desire che notai quell’uomo.
Era seduto ad uno dei tavolini in prima fila, ma discosto, l’ultimo contro una delle  pareti coperte di fotografie e manifesti. Portava un vecchio panama logoro e sformato, un vestito grigio scuro, largo, come non si portavano più da almeno vent’anni. Sembrava uscito da un vecchio film di gangsters. Non era anziano, almeno non riuscii a capirlo le prime volte.
Sì perchè Bogart, come l’avevo soprannominato, veniva al club tutte le sere. Si sedeva sempre a uno dei tavoli laterali della prima fila, preferibilmente uno di quelli vicino alla parete dei cimeli. A volte, nella penombra, assomigliava lui stesso a una vecchia foto, e tutta la scena a un vecchio film in bianco e nero.

Tra il fumo che aleggiava nell’aria, insieme alle note, sentivo gli spifferi che portavano i profumi delle donne e degli uomini. Il Desire era ancora un locale di classe, nonostante la crisi dell’economia e del jazz.
Le luci del palco lasciavano vedere soltanto sagome e luccichii a noi musicisti. Dalla mia posizione vedevo chiaramente soltanto il cappello bianco di Bogart, spesso avvolto nel fumo azzurro. Non se lo toglieva mai, neanche per un momento.
Durante le pause, quando scendevo a bere qualcosa e sgranchirmi le ossa, gli avevo gettato qualche occhiata distratta, ricambiata soltanto da accenni di apprezzamento.
Non ero ancora riuscito a vederlo bene in viso. Mi incuriosiva il suo abbigliamento decisamente retrò, la sua quasi totale immobilità. I pochi gesti che faceva, per bere o fumare, erano lenti ma sicuri, quasi freddi.
Una delle sere più affollate, Bogart non trovò posto a uno dei soliti tavoli e, per un caso, si dovette sedere proprio di fronte a me.
Mentre suonavo, mi dimenticavo del mondo e perfino di me stesso, a quel tempo. Il locale, la gente, il fumo, tutto si fondeva e confondeva in una dimensione astratta, metafisica, esisteva solo la musica.
Capitò che alzai lo sguardo verso Bogart, in un momento in cui si accendeva l’ennesima sigaretta. Sul suo viso, illuminato dalla fiamma, vidi distintamente le lacrime che gli scorrevano sugli zigomi e le guance.
Quell’uomo maturo, che sembrava uscito da un film d’altri tempi, abbigliato come un divo del cinema o un gangster, piangeva ascoltando la mia musica.
La prima volta pensai di avere avuto un abbaglio, che l’alcol, il fumo, la musica, il caldo, tutto mi avesse giocato uno scherzo.
Ma nelle sere seguenti dovetti constatare che Bogart piangeva ogni volta, sulle note precise di una ben precisa canzone, sempre la stessa. “Blue night’s memory”. Uno dei miei cavalli di battaglia, che aveva fatto inumidire gli occhi a un bel po’ di fanciulle e signore, ma mai a un macho d’altri tempi.

Una sera, che ero un po’ più sbronzo del solito, dopo la fine del concerto, preso da un certo senso di sfrontatezza verso tutto e tutti, mi sedetti al tavolo di Bogart, senza chiedere il permesso, come se fossimo vecchi conoscenti.
Lui alzò lo sguardo, da sotto il cappello, e mi elargì uno sguardo di complice compassione, di quelli che nei film si scambiano i protagonisti dopo una missione difficile, o uno scampato pericolo.

“Stasera la musica era nervosa” – Soggiunse tirando la bocca sui denti.

Era la verità. Quella volta ogni nota che era uscita dal mio strumento aveva la vibrazione, la metallicità, la brillantezza inquieta degli spiriti insonni e dolenti. Il basso e la batteria avevano anche battibeccato a tratti, cercando di dire la loro alle note del mio sax.
Non era certo la nostra performance migliore, tecnicamente, ma aveva quella strana carica, quella tensione che ti avvicina all’abisso o al paradiso, senza quasi accorgertene.

Bogart mi offrì una sigaretta, la fece scattare fuori dal pacchetto morbido e stropicciato con un abile e discreto movimento del polso. La presi e accesi alla fiamma blu e fredda del suo accendino d’oro.
Dopo un paio di boccate in silenzio, mentre osservavo i miei movimenti interiori, resi più espliciti dall’alcol, Bogart aggiunse :

“Blue night’s memory è una gran canzone, dovresti inciderla”

Non mi aspettavo un riferimento così esplicito al pezzo che faceva piangere quell’uomo, altrimenti così freddo e controllato, quasi indolente nella sua calma.

“Ho notato che le piace, che le fa sentire qualcosa dentro” – Commentai io, reso arrogante dalla sbronza incipiente, mentre la cameriera mi portava un altro gin tonic, come al solito.

“Altro che qualcosa, ragazzo. Non so da dove ti è arrivata l’ispirazione per quella canzone, ma è di prima qualità. Uno di quei pezzi che penetrano nel profondo e lasciano scossi, non mi stanco di ascoltarla”

Continuava a rivolgermi quelle occhiate da eroe decaduto, di complice sofferenza. Anche lui aveva lo sguardo appannato dall’alcol e pareva guardare più dentro di sè che fuori.

Continuai a fumare la sigaretta, con lente e profonde boccate.

“Quella  canzone l’ho scritta la notte in cui ho incontrato Sarah per la prima volta”

Non aggiunsi altro e Bogart non chiese nulla. Quell’uomo conosceva il valore della discrezione.

Una calorosa pacca sulla spalla mi distolse dai ricordi. Erano il bassista e il batterista, anche loro visibilmente alterati dall’alcol.

“Ehi, che fai? Noi andiamo a casa”.

“Ah...ragazzi voglio presentarvi...” – Mi girai verso Bogart, ma la sedia era vuota. Soltanto il pacchetto di sigarette stropicciato era rimasto sul tavolo, a testimoniare la sua presenza.
Rimasi interdetto per la repentina scomparsa del misterioso uomo con il Panama. Lì per lì pensai che mi dovevo essere assopito, per via dell’alcol, e lui doveva essersi defilato.
Non lo incontrai più. Suonai al Desire ancora per una decina di giorni, ma Bogart non ricomparve. Con il suo Panama, il suo vestito fuori moda, le sue sigarette, e le sue lacrime su “Blue night’s memory”.

Ancora oggi mi domando se sia stato reale, o una proiezione della mia mente.