L'ombra

Aveva percorso quella strada centinaia di volte. La conosceva a memoria: il vecchio muretto coperto di muschio, il cancello arrugginito della casa abbandonata, il grande platano che d'estate regalava ombra ai passanti. Eppure, quella sera, tutto sembrava diverso.

Il cielo conservava ancora qualche bava di rosso e d'arancio, ma la sera stava già inghiottendo il paese. I rumori si erano fatti ovattati, lontani. Persino il vento sembrava essersi fermato ad ascoltare.

Fu allora che la notò.

Un’ombra.

Allungata ai suoi piedi. Sottile dapprima, poi sempre più densa e sproporzionata mentre avanzava.

Si fermò.
L’ombra si fermò con lui.

Il cuore gli diede un colpo sordo nel petto.

L'attimo fu brevissimo, teso come un filo d’acciaio. Non osò voltarsi. Convinto che qualcuno lo stesse seguendo a pochi passi, riprese a camminare. Un passo. Poi un altro.

L’ombra lo seguì, allungandosi sul fondo dell'asfalto: più scura, più vicina.

La paura gli serrò i muscoli, inchiodandolo al suolo. Sentì un brivido freddo corrergli lungo la schiena. Gli tornarono in mente i racconti considerati sciocchi fino a un'ora prima: figure ai margini delle strade, passi nell'oscurità, presenze senza volto.

«Sciocchezze», si disse. Ma la voce nella sua testa tremava.

Poi, un fruscio alle sue spalle.

Si irrigidì. Una parte di lui voleva solo correre a casa; l'altra pretendeva di sapere. Il silenzio si fece intollerabile.

Con un guizzo di coraggio improvviso, si voltò di scatto.

Niente. Nessuno.
Solo la strada vuota, il muretto, il vecchio cancello e il grande platano.

Abbassò lentamente lo sguardo dietro di sé, poi di nuovo a terra. E fu allora che capì.

L’ultimo raggio di sole, che filtrava basso tra i tetti alle sue spalle, proiettava davanti a lui la sua stessa sagoma, deformata dalla prospettiva della sera.

Rimase a fissarla. Poi scoppiò a ridere.

Prima sottovoce, per non farsi sentire da nessuno. Poi sempre più forte. Rise di se stesso, della sua paura, dei fantasmi che si era costruito da solo.

«Complimenti», mormorò. «Un vero cuor di leone.»

Fece qualche passo e l’ombra tornò a muoversi. Questa volta, però, cominciò quasi a giocarci. Accelerava e l’ombra accelerava. Rallentava e quella rallentava. Si fermò in mezzo alla strada e alzò le braccia come per sfidarla: l’ombra fece lo stesso.

Immaginò per un istante la faccia di Marco se gli avesse raccontato la scena. Gli avrebbe rinfacciato per anni quella sua frase fatta: «Io? Paura? Neanche del diavolo!».

Ora, ripensandoci, gli sembrava decisamente meno convincente.

Le prime luci delle finestre cominciavano a brillare nella sera. Continuò a camminare guardando di tanto in tanto la sua compagna silenziosa. Non gli sembrava più minacciosa: era solo un promemoria di come, a volte, la paura non nasca da ciò che abbiamo davanti, ma da quello che immaginiamo alle nostre spalle.

Arrivato al cancello, si voltò un’ultima volta. L’ombra era ancora lì, stesa sulla via.

Sorrise. «Va bene», disse piano. «Per questa volta ti perdono.»

Entrò, chiudendosi il cancello alle spalle con un ultimo pensiero: domani avrebbe raccontato tutto agli amici, certo. Ma avrebbe accuratamente omesso la parte in cui aveva avuto il terrore di se stesso.