L'ufficio postale.

Una gelida giornata di un inverno appena iniziato, arrivo a casa e subito si prospetta una fila interminabile alle poste: la missione è pagare il tanto vituperato canone rai.
Fuori la gelida galaverna ha preso il sopravvento sulle piante stanche e fiaccate da una stagione autunnale strana, che alternava giornate finto estive a umidità e pioggie monsoniche mai viste nel catino padano.
Decido , forse in maniera affrettata che non è il caso di rimettersi in macchina , dopo la strada provinciale affollata; da post giornata di lavoro.
Coraggiosamente e incoscientemente, a piedi con con passo sicuro da militare in pensione, mi avvio verso l'ufficio postale.
Dopo un centinaio di metri, percorsi con sicurezza e cercando di non pensare all'ennesimo fatto scolastico che ha visto protagonisti quelle " simpatiche belve " dei miei alunni, le mie difese immunitarie incominciano pericolosamente e inesorabilmente a cedere il passo a starnuti sempre più frequenti e ad un mal di ossa, che in maniera subdola mi dice che forse era meglio coprirsi e ascoltare i consigli di mia moglie; che con la sua solita grazia mi ricorda che non ho più vent'anni.
L'ufficio postale intanto si materializza all'orizzonte, io ed il mio bravo bollettino postale, targato Agenzia delle Entrate di Torino, ci infiliamo con passo sicuro in questo edificio risorgimentale ed austero, nella speranza di trovare conforto dopo la passeggiata " salutare " nella gelida nebbia padana.
Da dietro la porta guardo speranzoso all'interno dell'ufficio, per capire se lo stesso, anche durante le ore che precedono la sera, fosse affollato da vecchietti/e speranzose  di incontrare qualcuno/a con cui intavolare un discorso sui destini del mondo, su quanto la gioventù odierna fosse maleducata, volgare e inconsistente; mentre ai tempi loro...
Stranamente l'ufficio è semivuoto, due avvocati reazionari, animano l'atmosfera, stizziti dal fatto che le loro raccomandate non partono immediatamente ma la mattina successiva: ‐dipendenti pubblici del cazzo , seduti tutta la giornata a non far niente, l'Italia non può funzionare con questi lavativi‐ fanno finta di non sapere che il lavativo seduto su quella sedia è da una giornata che combatte, per la " congrua "  cifra di mille e duecento euro al mensili, con persone che vogliono cambiare le loro cinquanta euro a monetine da dieci centesimi, con altre che confondono mittente con destinatario nella compilazione di un modulo, con anziani arrabbiati che dopo minuti e minuti di spiegazione capiscono che la pensione sociale la si prende una volta al mese e non una a settimana‐ i comunisti, i sindacati, gli extracomunitari è notorio hanno rovinato l'Italia‐ il tempo scorre, guardo distratto queste scene, metafora di un paese sempre uguale a se stesso; intanto i sintomi influenzali da quarantenne finto giovane mi ricordano che forse è meglio sbrigarsi e tornare a casa .
Si materializza a pochi metri il dipendente tardo hippie, che con un sorriso sincero mi comunica a suo modo che la meta è vicina, a questo punto dietro di me una vecchietta con occhi verde smeraldo e capigliatura ancora fluente, nascosta sotto un elegante cappellino sollecita la mia attenzione con un buffetto sulla schiena ‐ mi scusi signore ‐ ed io ‐ mi dica ‐ con quel briciolo di gentilezza rimasta‐ non mi dica che quello che ha in mano è il versamento per il canone della televisione ‐ gli astanti esplodono in una grossa e grassa risata; la mia stanchezza si trasforma in uno sguardo ebete, in silenzio faccio il mio dovere, esco dall'ufficio postale, pensando che stasera qualcuno usufruirà di un film datato e scadente o di un documentario targato Istituto Luce, pagato dal sottoscritto.
P. S. " La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile".
Corrado Alvaro.