L'ultimo treno

Il quaderno dalla copertina azzurra a fiori era nascosto in fondo a un cassetto che nessuno aveva mai aperto, proprio l’ultimo del secretaire di mogano scuro che le piaceva tanto.
Elisea lo trovò per caso, tre giorni dopo il funerale della madre.
La casa profumava ancora di lavanda, il suo profumo e la sua pianta preferiti. Ovunque posasse lo sguardo incontrava tracce di lei: gli occhiali sul tavolino, il lavoro a maglia lasciato a metà, la tazza di porcellana di Boemia che usava sempre per il caffè.
Stava riordinando senza convinzione, girando per la casa senza una meta precisa, come fanno quelli che cercano di riempire un vuoto troppo grande per essere colmato e senza, purtroppo, trovare consolazione.
Sotto una pila di tovaglie ingiallite c'era un quaderno dalla copertina azzurra con vari fiori dipinti a mano, un po' consumata agli angoli. Non c’erano dubbi che fosse di sua madre.
Lo prese tra le mani. Non ricordava di averlo mai visto. La carta delle pagine era ingiallita, le righe scolorite, e anche le parole risultavano leggermente sbiadite. Sulla prima pagina non c'era un nome. Solo una frase.
“Forse arriverà oggi.”
Elisea aggrottò la fronte. Di cosa stava parlando? Chi sarebbe arrivato?
Voltò pagina. La stessa calligrafia minuta e ordinata riempiva il foglio.
“18 giugno. Non è sceso dal treno delle 18:12.”
La pagina successiva riportava una data diversa.
“18 giugno. Anche quest'anno non è arrivato.”
Elisea sentì un brivido correrle lungo la schiena. Continuò a leggere, mossa da una certa curiosità. Anno dopo anno. Sempre la stessa data. Sempre lo stesso treno. Sempre la stessa attesa.
Elisea sfogliò lentamente le pagine successive. All'inizio le annotazioni erano brevi, quasi timide. Poche righe vergate con la stessa grafia elegante e precisa.
“Ha promesso che tornerà.”
“Oggi pioveva. Ho pensato che forse il treno fosse in ritardo.”
“Non importa quanto tempo passerà. Io aspetterò.”
“Lui mantiene sempre le promesse.”
Poi, anno dopo anno, le parole si erano fatte più intense, quasi avessero più forza o più determinazione. Ma la realtà si vedeva ad ogni riga, pressante, insistente.
“Mamma dice che dovrei dimenticarlo.”
“Ho provato a rifarmi una vita, ma è evidente che alcune persone continuano ad abitare il cuore anche quando non ci sono.”
“Mi chiedo se anche lui, da qualche parte, si ricordi di me. Se ha nostalgia. Se ha ricordi. Se, sulle sue labbra, c’è ancora il mio nome.”
Elisea si sedette sulla poltrona accanto alla finestra e si chiese chi mai potesse essere, di chi potesse trattarsi. La madre non le aveva mai parlato di quell'uomo. Mai. Neppure un minimo accenno. Per questo, tutto, le sembrava ancora più strano.
Eppure, quelle pagine raccontavano una storia che aveva attraversato tutta la sua esistenza come un fiume sotterraneo che non avrebbe mai smesso di sgorgare, che sarebbe sempre stato impetuoso e che avrebbe continuato a travolgere i suoi pensieri.
Continuò a leggere. Poi, tra le pagine trovò una fotografia in bianco e nero.
Una ragazza sorridente, poco più che ventenne, sua madre, stava accanto a un giovane alto dai capelli scuri. Erano abbracciati, lui la stringeva quasi con possesso, o come se non volesse lasciarla andar via, come se fosse la cosa più preziosa che avesse. Sul retro, una data.
18 giugno 1968.
E una dedica.
"A Matilde. Fino all'ultimo treno. Sempre tuo, Stefano."
Elisea trattenne il respiro e un nodo le strinse la gola.
Matilde.
Sua madre.
Per la prima volta dopo cinquantacinque anni, quel nome sembrava appartenere non alla donna che l'aveva cresciuta, ma alla ragazza che era stata. Ai suoi sogni da ragazzina; ai desideri di donna; alla magia di un amore che, forse, non avrebbe mai avuto un futuro.
Sfogliò ancora.
Le annotazioni si interrompevano per lunghi periodi, poi riprendevano sempre il 18 giugno. Come un rito. Come una promessa. Fino all'ultima pagina.
La carta era più recente, meno ingiallita rispetto agli altri fogli. L'inchiostro, invece, appariva tremolante.
“Quest'anno compirò ottantadue anni. Forse non avrò più la forza di tornare alla stazione. Se arriverai e non mi troverai, non pensare che abbia smesso di aspettarti. Ti aspetterò sempre nel mio cuore.”
Seguiva una breve pausa, come un vuoto tra le righe. Poi l'ultima frase.
“Se il destino avrà pietà di noi, qualcuno sarà lì al mio posto e ti dirà perché non sono lì.”
Elisea chiuse il quaderno. Fuori, il sole stava tramontando dietro le colline. Per un istante rimase immobile. Poi guardò la data sul calendario appeso in cucina.
16 giugno. Mancavano due giorni. Due giorni al 18 giugno. Due giorni al treno delle 18:12.
E, per la prima volta da quando aveva iniziato a leggere, sentì nascere dentro di sé una certezza inspiegabile, come un fuoco che le si rimescolava in corpo, incendiando i suoi pensieri e facendole nascere la voglia di regalare quell’ultimo incontro a sua madre, anche se lei adesso non c’era più.
Sarebbe andata alla stazione. Ad aspettare uno sconosciuto. O forse un fantasma. Perché alcune attese, comprese quelle che sembrano finite, non appartengono soltanto a chi le vive. A volte cercano qualcuno che le porti a compimento. E lei lo avrebbe fatto per sua madre, per il bene che le voleva e per quell’amore mancato, che, per un motivo a lei ignoto, non aveva potuto vivere ed era rimasto relegato dentro le pagine di quel quaderno.
La stazione era quasi deserta. Elisea sedeva sulla stessa panchina da più di mezz'ora, il quaderno stretto tra le mani. Gli occhi che si guardavano attorno alla ricerca di qualcosa di non bene identificato. Il cuore che sembrava esplodere dentro al suo petto, quasi stesse per fare la più grande scoperta della sua vita. Esattamente non sapeva bene cosa stesse aspettando con tanta trepidazione. Se sua madre aveva aspettato per tutto quel tempo, poteva benissimo significare che non c’era più nulla da aspettare.
Le sembrava assurdo trovarsi lì. Eppure, qualcosa, dentro di lei, le impediva di andarsene. Presentimento? Desiderio? Dubbio?... Non sapeva dirlo.
Alle 18:00 il binario cominciò ad animarsi. Pochi pendolari, una coppia di turisti, un ferroviere che passeggiava lentamente lungo la banchina. Gente comune, vita comune.
Alle 18:12 precise, in lontananza, comparve il treno.
Elisea sentì il cuore accelerare. Le ruote stridevano sui binari mentre il convoglio rallentava fino a fermarsi del tutto proprio davanti a lei. Lentamente le porte si aprirono. Anche lei si alzò, come se dovesse salirvi sopra, o come se aspettasse qualcuno per poterlo riabbracciare.
Uno dopo l'altro i passeggeri scesero e si dispersero rapidamente. Quando ormai la banchina stava tornando vuota, comparve un uomo anziano. Era alto, nonostante l'età. Camminava aiutandosi con un bastone di legno scuro. I capelli erano completamente bianchi, ma gli occhi conservavano una sorprendente vivacità.
Scese lentamente gli ultimi gradini e si fermò. Si guardava intorno come chi cerca qualcosa che teme di non trovare più. Poi il suo sguardo si posò su Elisea. E rimase immobile.
Il bastone tremò leggermente tra le sue mani. Per un istante il tempo sembrò fermarsi. I loro sguardi si intrecciarono. Restarono fermi a lungo a guardarsi come se il tempo, attorno a loro, si fosse fermato.
“Matilde...”, sussurrò.
Elisea sentì un nodo stringerle la gola nel sentire pronunciare il nome di sua madre.
L'uomo fece un passo avanti. Nei suoi occhi apparve una luce improvvisa, quasi dolorosa. Poi osservò meglio il suo volto. La speranza lasciò il posto alla consapevolezza. Era impossibile che fosse Matilde.
“No…” mormorò. “Non puoi essere lei.”
Elisea si avvicinò lentamente. Fece un mezzo sorriso. Stranamente di sentiva in imbarazzo davanti a quell’elegante signore anziano che le stava di fronte.
“Sono Elisea, sua figlia.”
Stefano chiuse gli occhi. Come se quelle parole fossero insieme una ferita e una carezza.
Per lunghi secondi non disse nulla. Poi si sedette sulla panchina. Sembrava stanco, affaticato, ma soprattutto triste, amareggiato per quell’enorme ritardo.
Elisea gli si avvicinò. Sentiva verso quello sconosciuto un’istintiva simpatia.
“Lei è Stefano?”, gli domandò.
L'uomo annuì. E il peso di quella distanza durata anni, gli piombò addosso come un macigno.
“Ho impiegato cinquantacinque anni per tornare… Troppi.”
Le porse una fotografia consumata. Era la stessa che Elisea aveva trovato nel quaderno.
“Non l'ho mai dimenticata.”
Elisea lo guardò. E non poté evitare di porgli quella domanda che le stringeva la gola.
“Perché non è tornato?”
Stefano abbassò gli occhi velati di lacrime.
“Ci ho provato”. La voce gli tremò. “Il giorno dopo aver lasciato il paese ebbi un grave incidente. Rimasi in ospedale per mesi. Quando mi svegliai ricordavo a malapena il mio nome.” Fece una pausa. “I medici la chiamavano amnesia traumatica. Alcuni ricordi tornarono lentamente. Altri impiegarono anni… Ci eravamo fatti così tante promesse…”
Sospirò, poi estrasse dal taschino un piccolo taccuino. Anche quello aveva una copertina azzurra con i fiori.
“L'unica cosa che conservai sempre fu questo.”
Elisea lo aprì. Tra le pagine c'erano decine di appunti. Date. Nomi. Luoghi. Tentativi.
“Quando finalmente ricordai Matilde, tornai a cercarla. Ma la sua famiglia si era trasferita. Nessuno seppe dirmi dove fosse andata.” Il suo sguardo si perse verso i binari. “Ogni volta che trovavo una traccia, era troppo tardi.”
Il silenzio cadde tra loro. Dolce e doloroso insieme.
“E allora perché oggi?”, chiese Elisea.
Stefano sorrise tristemente.
“Perché questa era la nostra data.” Guardò il cielo che si colorava d'arancio. “Ci promettemmo che, qualunque cosa fosse accaduta, ogni 18 giugno ci saremmo ricordati l'uno dell'altra.”
Aprì lentamente il quaderno di Matilde. Le sue dita accarezzarono le pagine come si accarezza un volto amato. Quando arrivò all'ultima frase, gli occhi si velarono di lacrime.
“Se arriverai e non mi troverai, non pensare che abbia smesso di aspettarti.”
Stefano sorrise. Un sorriso colmo di dolore e gratitudine.
“Mi ha aspettato davvero.”
Elisea annuì.
“Fino all'ultimo.”
L'uomo sollevò lo sguardo verso il binario ormai vuoto. E per la prima volta dopo cinquantacinque anni non stava più aspettando nessuno. Matilde aveva mantenuto la promessa. Era lì. Negli occhi della figlia. Nel profumo di lavanda rimasto tra le pagine. Nel quaderno azzurro con i fiori, che il tempo non era riuscito a cancellare.